ETF, fondi e consulenza: il portafoglio è sempre più ibrido

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Presentazione su schermo con relatori, pubblico seduto e logo di WE Wealth.

ETF, fondi attivi e nuove strategie convivono in asset allocation sempre più articolate. A fare la differenza sono selezione, competenze e consapevolezza

Indice

Per anni la gestione attiva e quella passiva sono state raccontate come due mondi contrapposti. Da una parte i gestori, con la loro capacità di selezionare titoli e interpretare i mercati; dall’altra gli ETF, associati alla replica di un indice, ai costi contenuti e a un approccio più lineare all’investimento. Oggi questa distinzione appare sempre meno utile.

È quanto emerso dalla tavola rotonda che, in occasione del II forum di We Wealth dedicato agli ETF, ha riunito Andrea Florio, Mutual Funds, Private Markets & Sales Animation di Zurich Bank, Roberta Rudelli, Head of Fund Selection di UniCredit e Ornella Perseo, Senior Fund Selector di Banca Patrimoni Sella & C., per un confronto sull’evoluzione della selezione dei prodotti e sul ruolo crescente degli ETF nella consulenza.

ETF e fondi: dalla contrapposizione alla complementarità

Un cambiamento in atto legato all’evoluzione del contesto macroeconomico. Tensioni geopolitiche, volatilità e maggiore dispersione dei rendimenti hanno reso più complessa la costruzione dei portafogli, rafforzando il valore di strumenti capaci di offrire trasparenza, diversificazione e rapidità di accesso ai mercati. Per questo, secondo Florio, gli ETF hanno progressivamente conquistato una posizione centrale. Non sono più semplici strumenti operativi per assumere un’esposizione tattica, ma veri e propri “building block” con cui costruire la componente core dell’asset allocation.

La replica passiva può infatti rappresentare una base solida per accedere ai mercati più ampi e liquidi, mantenendo il portafoglio aderente al benchmark e riducendo il rischio che decisioni discrezionali allontanino l’investimento dai suoi obiettivi iniziali. Attorno a questa componente possono poi trovare spazio gestori attivi selezionati nei segmenti in cui c’è più possibilità di produrre valore: dal credito ai mercati emergenti, fino alle small cap e agli investimenti tematici.

Rivivi la tavola rotonda

Gestione attiva o passiva? Dipende dall’asset class

Non esiste, però, una formula valida per tutte le asset class. Rudelli ha raccontato come, anche all’interno delle gestioni patrimoniali, il peso di ETF, fondi e singoli titoli cambi in funzione della tipologia di cliente, delle dimensioni del portafoglio e del mercato da coprire. La componente governativa e la liquidità si prestano spesso alla replica passiva, perché generare rendimento extra attraverso la gestione attiva può risultare più difficile. Nei segmenti a spread, come il credito e i mercati emergenti, la selezione dei gestori continua invece ad avere un ruolo rilevante.

Più articolato il caso dell’azionario. Sui mercati emergenti e, in alcuni casi, sull’Europa, la gestione attiva può consentire di leggere meglio le differenze tra aziende, settori e Paesi. Sul mercato statunitense, particolarmente efficiente ma anche molto concentrato, attivo e passivo possono invece convivere.

Materie prime, AI e investimenti tematici

Anche per Perseo la scelta tra un ETF e un fondo non è mai così netta. “Dipende dal portafoglio che si vuole costruire, dai settori e dalle aree geografiche in cui si intende investire”, ha precisato. In alcune asset class, come le materie prime, gli strumenti indicizzati rappresentano spesso una via più diretta per ottenere esposizione all’oro o a un paniere diversificato di commodity. Lo stesso può accadere nei temi molto specifici, dall’intelligenza artificiale alla difesa fino alla space economy, dove un ETF permette di intercettare con precisione un universo investibile circoscritto.

Come scegliere un ETF: costo, liquidità e qualità della replica

La crescente ampiezza dell’offerta, tuttavia, rende meno immediata anche la selezione di uno strumento passivo. Gli ETF che replicano la stessa area di mercato possono seguire indici differenti, utilizzare metodologie diverse e restituire esposizioni non perfettamente sovrapponibili. Il costo è un elemento importante, ma non può essere l’unico criterio. Liquidità, qualità della replica, composizione del benchmark e coerenza con il ruolo assegnato allo strumento nel portafoglio diventano altrettanto decisivi.

Come cambia il lavoro di fund selector e consulenti

Cambia il ruolo degli ETF in portafoglio e, parallelamente, il lavoro del fund selector. “Oggi il nostro obiettivo – ha precisato Rudelli – non è necessariamente individuare ogni anno il miglior performer, ma scegliere strumenti capaci di attraversare cicli di mercato differenti, contenendo i drawdown nelle fasi negative e mantenendo nel tempo un profilo rischio-rendimento coerente.”

Ma non è tutto, servono anche nuove competenze. Lo dimostra la diffusione di strategie quantitative, l’impiego più esteso dei derivati e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi di investimento. I team di selezione si aprono così a profili provenienti dall’ingegneria, dalla matematica e dalla statistica, in grado di analizzare modelli complessi e comprenderne non soltanto il potenziale, ma anche i rischi. Questa evoluzione coinvolge inevitabilmente anche consulenti e banker.

Come hanno sottolineato Florio, Perseo e Rudelli, i clienti “moderni” arrivano al confronto con una quantità crescente di informazioni e con richieste sempre più specifiche. Non si limitano più a esprimere le proprie preferenze sui settori a cui esporsi, ma scendono nei singoli sottosettori, cercando soluzioni puntuali che spesso trovano proprio negli ETF il veicolo più immediato.

Tutto questo in un momento in cui l’AI e le piattaforme digitali hanno reso l’investimento molto più accessibile. Un aspetto che non ha però eliminato la necessità della consulenza. Al contrario, quanto più l’offerta cresce, tanto più diventa importante tradurre le caratteristiche dei prodotti, ricondurle agli obiettivi del cliente e costruire un’asset allocation coerente con il suo orizzonte temporale e la sua capacità di affrontare il rischio.

Il valore del consulente si sposta così dalla selezione del singolo prodotto alla costruzione dell’insieme, come ha raccontato Florio. Le piattaforme possono fornire informazioni e ipotesi di portafoglio, ma difficilmente riescono da sole a interpretare bisogni che cambiano nel tempo o a dare un significato alle diverse esposizioni. La tecnologia può supportare la scelta, ma la responsabilità di trasformarla in un percorso comprensibile e sostenibile resta (ancora) umana.

di Paola Ragno

Giornalista pubblicista e Senior Content Editor di We Wealth, è laureata in Mediazione linguistica e interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. In We Wealth cura lo sviluppo di prodotti multimediali e redazionali, per l’online e il cartaceo. Nel passato ha lavorato e collaborato anche con Class CNBC.

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