Cosa sono gli Eltif, la cenerentola “pop” dei fondi alternativi

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L’Italia è tra i leader nell’offerta di Eltif, grazie ai vantaggi ficali sui pir alternativi: ecco la mappa dell’offerta

Le ambizioni degli Eltif erano grandi: offrire alle Pmi europee una nuova fonte di finanziamento proveniente dagli investitori retail e istituzionali. Eppure, gli Eltif hanno in gestione solo 2,4 miliardi di euro in tutta Europa. Per fare un confronto, i soli Pir alternativi italiani valgono 1,3 miliardi

 

 

La Commissione europea ha preso atto che i vincoli dell’Eltif non convincono il mercato e sta lavorando ad alcune importanti modifiche

Meno elitari di un fondo di private equity, più stabili rispetto ai saliscendi di un fondo convenzionale. E con una missione: aiutare le piccole imprese europee a raccogliere denaro per la loro crescita. Questi gli slogan che avevano accompagnato il lancio degli eltif, ma la realtà dei fatti è stata un’altra. A tre anni dalla loro effettiva introduzione, i fondi a lungo termine focalizzati sulle imprese non quotate europee non hanno ottenuto riscontri degni di nota. La stessa Commissione europea ha rilevato che “a ottobre 2021 era stato autorizzato il funzionamento di 57 eltif soltanto, con approssimativamente 2,4 miliardi di euro di attività nette gestite”. L’Italia è fra le poche giurisdizioni presso le quali sono domiciliati degli eltif, assieme a Spagna, Francia e Lussemburgo. Inoltre, complice il favorevole trattamento fiscale che il nostro Paese riconosce a gli eltif che rispettano i vincoli d’investimento previsti per i pir alternativi, la Penisola è prima in Europa per eltif distribuiti: 24, sui circa 60 in circolazione in tutto il continente. Il bilancio generale, però, è quello di una piccola nicchia di mercato. “Se confrontati con le dimensioni complessive del mercato dei fondi alternativi (Fia) dell’Ue, pari a circa 6.800 miliardi di euro, gli eltif continuano a costituire un segmento molto piccolo”, ha scritto la Commissione. Diciamo pure minuscolo: rappresenta appena lo 0,04% dei Fia europei. L’idea che ha sostenuto la presentazione degli eltif nel 2015 è stata quella di realizzare uno strumento in grado di far fluire fondi dalle famiglie alle imprese mettendo a loro disposizione una fonte di finanziamento alternativa a quella del credito bancario. Il 70% del portafoglio di un eltif, infatti, dev’essere investito in imprese comunitarie non quotate o con capitalizzazione inferiore ai 500 milioni di euro, oppure in altri real asset che necessitano finanziamenti di durata pluriennale.

L’eltif, infatti, presuppone un impegno di lungo periodo da parte del sottoscrittore, che per un certo periodo non ha il diritto di liquidare il proprio investimento. Proprio per le sue caratteristiche poco flessibili è previsto che la clientela al dettaglio possa investire in eltif non più del 10% dei propri risparmi. Si tratta di vincoli che non hanno attirato gli investitori retail, ai quali gli eltif si rivolgono aprendo opportunità in asset alternativi solitamente accessibili alla clientela più facoltosa. Rispetto ad altre tipologie di fondo alternativo, gli eltif hanno soglie di ingresso molto più basse, a partire da 10mila euro. In generale, questi fondi “possono fornire l’accesso a investitori privati in cerca di rendimento e possono rappresentare un percorso più sicuro per gli investitori interessati agli investimenti in private equity, ma presentano un profilo di rischio inferiore rispetto ai fondi di private equity puri”, ha affermato EY in un recente focus dedicato. Per l’investitore italiano, l’eltif viene spesso costruito in modo da essere anche ‘pir compliant’, un’etichetta applicabile nei caso in cui il fondo rispetti i requisiti di entrambe le cornici legali. In questo modo, i vantaggi fiscali tipici del pir si estendono anche all’eltif.

Rispetto al fondo pir, tuttavia, l’eltif consente di accedere alle agevolazioni su importi superiori: fino a 150mila euro l’anno per un massimo di 1,5 milioni di euro complessivi, contro i limiti di 30mila euro l’anno e 150mila euro complessivi previsti per i pir, ha ricordato Assogestioni. E’ un elemento di particolare interesse, se si considera che gli eltif in Italia sono esentati dall’imposta di successione con una franchigia di 100mila euro per fratelli e sorelle e di un milione per i parenti in linea retta e per il coniuge. Le maggiori soglie di investimento disponibili per gli eltif, rispetto a quelle dei pir, possono candidare i fondi eltif a diventare uno strumento di pianificazione successoria per le famiglie ad elevato patrimonio. Come nel caso dei pir, poi, le imposte sul capital gain non sono più dovute se l’investimento è stato mantenuto per cinque anni. Nonostante i benefici fiscali italiani, altre considerazioni sembrano aver avuto la meglio. Un primo problema sta nelle competenze richieste per comprendere (e spiegare) un prodotto più complesso, che blocca per diversi anni le somme di denaro investite. In Italia i pir hanno avuto un successo di gran lunga superiore agli eltif. Infatti, anche se si perde l’esenzione dall’imposta sul capital gain, si può disinvestire il pir anche prima che siano trascorsi cinque anni. Con l’eltif questa opzione è preclusa. Inoltre, dal momento che il primo eltif è stato lanciato in Italia solo a inizio 2019, è difficile farsi un’idea di quanto abbia reso questo prodotto, visto che ha un’orizzonte temporale lungo. È un problema verso cui i gestori si stanno attrezzando. “Per mitigare l’illiquidità del prodotto”, ha dichiarato a We Wealth Anthilia sgr, che collocherà un nuovo eltif a fine anno, “abbiamo previsto una cedola annuale che garantirà un rendimento minimo all’investitore quantificabile già nel primo anno d’investimento”. Preso atto del fiasco, lo scorso novembre la Commissione europea ha proposto un restyling degli eltif, che dovrebbe renderli più appetibili per la clientela e più facili ed efficienti da costruire per i gestori. Ad esempio, la percentuale minima di investimenti destinati a real asset e piccole e medie imprese non quotate scenderebbe dal 70 al 60%. Verrebbero poi rimosse le soglie minime a 10mila euro e quella del limite del 10% sul totale del risparmio (nell’aspettativa che le comunicazioni previste dalla Mifid II siano sufficienti ad evitare acquisti incauti).

Ma, soprattutto, è in discussione l’introduzione di una finestra di liquidabilità anticipata che consenta ai risparmiatori di rientrare in
possesso dei propri investimenti in eltif, a determinate condizioni.

 

LA MAPPA DEGLI ELTIF IN ITALIA

8a+ Real Italy Eltif
Amundi Eltif Italia 2020
Amundi Eltif Agritaly Pir
Anima Eltif Italia 2026
Anthilia Eltif Economia Reale Italia
Azimut Eltif ALIcrowd
Azimut Eltif Digital Lending
Azimut Eltif Capital Solution
Azimut Eltif Ophelia
Azimut Eltif Peninsula Tactical Opportunity
Azimut Eltif Private Equity Highpost
BlackRock Private Equity Opportunities Eltif
BlackRock Private Infrastracture Opportunities Eltif
Credem EltifPlus
Equita Smart Capital Eltif
Eurizon Italian Fund – Eltif
Eurizon Pir Italia – Eltif
Hi Algebris Eltif
Kairos Renaissance Eltif
Muzinich Target Loans 2025 Eltif Sicav
Muzinich Firstlight Middle Market Eltif
Partners Group Direct Equity II Eltif Sicav
Pictet Real Estate Capitale Elevation Core Plus Eltif Sicav
Pramerica Iter Eltif

Questo articolo è tratto dal numero di aprile del magazine We Wealth

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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