- In base all’accordo, Stati Uniti e Cina hanno abbassato i loro dazi doganali di 115 punti percentuali per un periodo di 90 giorni
- L’annuncio era nell’aria dopo le ultime dichiarazioni del segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, che evidenziavano “progressi sostanziali” nei negoziati in corso a Ginevra
Arriva l’accordo tra Stati Uniti e Cina sulle tariffe. Secondo un comunicato congiunto, diffuso al termine di due intensi giorni di colloqui a Ginevra, le due parti sospenderanno per 90 giorni una parte dei loro dazi doganali punitivi. La pausa entrerà in vigore “entro il 14 maggio”, si legge nella dichiarazione. Un annuncio che era nell’aria dopo le ultime dichiarazioni del segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent, che evidenziavano “progressi sostanziali” nei negoziati in corso nella città svizzera. In base all’accordo, Washington ridurrà i dazi sulle importazioni cinesi al 30% (dal 145% precedente), mentre Pechino abbasserà quelli sulle importazioni americane al 10% (prima erano al 125%). Quali scenari si aprono per chi investe?
“La buona notizia è che c’è una base di accordo. Ma i mercati, da un certo punto di vista, lo avevano già prezzato”, racconta Carlo De Luca, responsabile asset management di Gamma Capital Markets intervenuto in occasione dell’ultima puntata di Weekly Bell, la trasmissione di We Wealth che ogni lunedì mattina fa il punto sui mercati finanziari e gli appuntamenti economici della settimana. “Qualche settimana fa in molti affermavano che le tariffe annunciate erano praticamente le ultime notizie negative, cui avrebbe fatto seguito un flusso di notizie positive sui dazi. Ora occorrerà monitorare come avanzeranno i negoziati, ma possiamo dire che stiamo attraversando la fase 2 della politica di Donald Trump già da un mese”, afferma l’esperto.
È la fine della centralità di Wall Street?
La scorsa settimana la Federal Reserve ha intanto lasciato invariati i tassi di interesse, come ampiamente previsto, nonostante i tentativi del presidente americano di ottenere un costo del denaro più basso minacciando il “licenziamento” del presidente Jerome Powell. Secondo alcuni analisti, la traiettoria della Banca centrale europea è segnata: l’impatto dei dazi americani è di fatto, da molti, considerato disinflattivo. Per la Fed, invece, la situazione sembra più intricata. È davvero l’inizio della fine per la centralità politica degli Stati Uniti, quella economica del dollaro e quella finanziaria di Wall Street? “La centralità degli Stati Uniti ha certamente incassato un bel colpo”, osserva De Luca. “Il processo di dedollarizzazione è in atto da diversi anni, ma sarà molto lento”, aggiunge. Che ci sia un sentiment negativo nei confronti dei mercati è invece un dato di fatto, secondo l’esperto, ma ciò non toglie che la Borsa a stelle e strisce resterà trainante. “È la prima Borsa e resterà tale per tanti anni ancora”, stima De Luca.
Come recentemente approfondito da We Wealth, Trump ha tra l’altro recentemente celebrato i primi 100 giorni alla Casa Bianca, definendoli come “i 100 giorni di maggior successo nella storia di qualunque amministrazione americana”, in un’intervista rilasciata alla rivista Atlantic. Gli americani non sembrerebbero però altrettanto sicuri, se si osservano i più recenti sondaggi sul tasso di popolarità del tycoon, dal 42% del New York Times al 39% del Washington Post. E anche il bilancio sui listini a stelle e strisce non è stato da meno. “È stato l’unico a festeggiare”, sostiene l’esperto. “È chiaro che sia una persona a cui piace negoziare con arroganza all’inizio, sperando poi dopo di chiudere il miglior prezzo possibile. Si sapeva già dal primo mandato. Ma questa volta, secondo me, ha esagerato. Si è inimicato molti, anche il suo elettorato, e certamente ha creato delle cicatrici sui mercati finanziari”, dice De Luca.
Quali aree del mercato ripartiranno per prime
Alla luce di questo scenario, ci si domanda quali aree del mercato abbiano attualmente maggiori chance di ripresa, da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico. Osservando con lo specchietto retrovisore ciò che è accaduto da inizio anno, De Luca ricorda come – a prescindere da Trump – i mercati necessitassero di una convergenza valutativa, ossia di un recupero degli indici europei e di quelli cinesi rispetto a quelli americani. “Quelli europei erano partiti bene, infatti. E quelli cinesi hanno a loro volta recuperato”, ricorda l’esperto. Poi, il cosiddetto “Liberation day” ha rimescolato le carte in tavola. Ma il gap di performance tra i listini si è certamente assottigliato. “In una fase come quella attuale, il portafoglio non può che non essere super diversificato, avendo tutti e tre i paesi e sia titoli growth che value”, conclude De Luca.

