Fed senza fretta: cosa porta sul mercato l’attendismo di Powell

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Primo piano di una banconota da 100 dollari statunitensi che mostra il sigillo della Federal Reserve, parte del numero di serie e un ritratto parziale di Benjamin Franklin sul lato destro.

“Aspettare” è stata la parola chiave di una riunione che ha confermato la sensazione che la Fed taglierà a tempo debito: ecco a quali condizioni

Indice

Lo scenario sui tassi della Federal Reserve resta sostanzialmente invariato dopo la riunione del FOMC del 6-7 maggio, che ha confermato la politica monetaria attuale e preso tempo prima di decidere eventuali mosse future. “Non c’è fretta” di tagliare, ha dichiarato il presidente Jerome Powell: dichiarazioni che hanno solo in parte modificato le attese di mercato.

Secondo le probabilità implicite nei contratti future (dati CME FedWatch Tool), le chance di un taglio a giugno sono scese dal 30% al 21% dopo la riunione. In parallelo, è aumentata la probabilità che i tassi restino fermi anche a luglio (dal 21% al 29%). Tuttavia, il mercato continua a puntare su un primo taglio a luglio (probabilità oltre il 66%) e un secondo a settembre (56%). L’ultima mossa sarebbe attesa entro dicembre, con un tasso finale nel 2025 nella fascia 3,5–3,75%.

Powell ha giustificato l’attesa sottolineando che “i costi dell’attendere per avere più dati sono piuttosto bassi”. Quanto alla possibilità di un’azione preventiva per contrastare gli effetti della stretta commerciale — che rischia di deprimere i consumi con nuovi dazi sulle importazioni — Powell ha chiarito: “Non possiamo essere preventivi, perché non sappiamo ancora quale sarà la risposta giusta finché non avremo più dati”.

Dazi e inflazione: perché la Fed resta in attesa dei dati concreti

Il presidente della Fed ha descritto l’economia americana come “in posizione solida”, con un’inflazione “scesa sensibilmente” ma ancora leggermente sopra il target del 2%, e con un mercato del lavoro “coerente con la piena occupazione”. Questo contesto ha giustificato un approccio attendista. Tuttavia, Powell ha ammesso che le aspettative d’inflazione “sono aumentate nel breve periodo” e che i dazi “sono un fattore trainante” in questa dinamica.

Con dazi “significativamente più ampi del previsto”, la Fed ritiene legittimo attendere per evitare che le aspettative si disancorino. Powell ha precisato che l’istituto centrale potrà “intervenire rapidamente, se necessario”, ma che per ora “non ci sono molte prove di un rallentamento dell’economia nei dati attuali”. E ha aggiunto che le richieste politiche, come quelle dell’ex presidente Trump per tagliare i tassi, “non influenzano in alcun modo il nostro lavoro”.

Secondo David Mericle, analista di Goldman Sachs, l’incertezza commerciale e l’aumento dei dazi potrebbero ridurre di quasi due punti percentuali la crescita del PIL nel 2025 e spingere la disoccupazione più in alto di mezzo punto. Sarebbe un contesto sufficiente per giustificare un ciclo di tagli. Tuttavia, i dati “hard” — come occupazione e investimenti — tendono a deteriorarsi con ritardo nei rallentamenti economici. In questo caso, potrebbe volerci più tempo del solito, complice l’anticipo di acquisti da parte dei consumatori e le distorsioni sui dati del PIL legate al commercio.

Mercati in attesa: focus su Usa-Cina e prospettive per i tassi nel 2025

La reazione dei mercati alla riunione della Fed è stata moderata, segno che la decisione e il tono di Powell erano ampiamente attesi. L’S&P 500 è salito dello 0,4%, il rendimento dei Treasury USA a 10 anni è sceso di 2 punti base e l’indice del dollaro (DXY) è salito dello 0,7%.

Secondo Mark Haefele, CIO di UBS Wealth Management, il focus ora si sposta sui colloqui previsti a Ginevra tra Stati Uniti e Cina. Un passo importante verso la distensione commerciale potrebbe emergere già nel fine settimana. La moderazione dell’approccio tariffario da parte dell’amministrazione Trump segnala una crescente sensibilità agli stress di mercato. UBS si attende accordi settoriali o bilaterali entro i 90 giorni di pausa previsti, con i dazi che inizieranno probabilmente a riflettersi nei dati sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) nei prossimi mesi.

Nel frattempo, si avvicina anche un accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito: l’annuncio è atteso entro l’8 maggio, secondo quanto dichiarato dal premier britannico Starmer.

Daniel Siluk, Head of Global Short Duration & Liquidity di Janus Henderson, ha sottolineato che il riferimento della Fed alle “oscillazioni delle esportazioni nette” mostra una piena consapevolezza dell’impatto dei fattori esterni sulle dinamiche interne. La Fed, mantenendo i tassi invariati e proseguendo la riduzione del bilancio, si mostra pronta ad adattare gli strumenti in base all’evoluzione dei dati.

Infine, secondo Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments, resta valida la previsione di tre tagli nella seconda metà del 2025 (luglio, settembre, dicembre), con un’ulteriore riduzione nel primo trimestre 2026. L’obiettivo resta riportare i tassi nella fascia “neutrale” del 3,25–3,5%. Tuttavia, i rischi restano orientati verso un possibile slittamento dell’inizio del ciclo di allentamento, in base alla velocità con cui i dazi incideranno su occupazione e inflazione.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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