La holding di famiglia e la responsabilità dell'amministratore

Gianmarco Di Stasio
Gianmarco Di Stasio
28.12.2021
Tempo di lettura: 2'
Le controversie sorgono laddove la holding di famiglia rappresenti il contenitore in cui viene gestito e trasmesso un patrimonio complesso, con interessi divergenti dei soci. Ecco i principi giurisprudenziali che disciplinano un'eventuale azione legale
La holding di famiglia è un potente strumento di gestione del patrimonio familiare e di composizione degli interessi dei soci. Non è però garanzia di unità di intenti. Purtroppo spesso controversie societarie tra familiari si concludono con iniziative giudiziarie portate avanti da soci insoddisfatti nei confronti di coloro ai quali è stata affidata la gestione della società. Ciò può avvenire con maggiore frequenza laddove la medesima società di famiglia rappresenta storicamente il contenitore in cui viene gestito e trasmesso un patrimonio variegato e complesso e gli interessi e le necessità di ciascun socio o gruppo familiare finiscono, col passare del tempo o per le vicende della vita per divergere.
Può essere utile fare una breve sintesi dei principi giurisprudenziali che regolano la responsabilità degli amministratori. Presupposti affinché un'azione sociale di responsabilità nei confronti degli amministratori sia fondata sono la prova, che grava sulla società, della mala gestio dell'amministratore ed il nesso causale tra il danno sofferto dalla società e la condotta dell'amministratore stesso. L'azione ha infatti natura contrattuale sicché grava su chi promuove l'azione l'onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalità tra queste e il danno verificatosi. Incombe sull'amministratore l'onere di dimostrare la non imputabilità a sé del fatto dannoso, fornendo la prova dell'osservanza dei doveri e dell'adempimento degli obblighi a lui imposti con riferimento agli addebiti contestatigli.

È principio ormai consolidato in giurisprudenza che il giudice non sindacherà il merito delle scelte di gestione adottate dagli amministratori di società. Al giudice può essere richiesto fondatamente di censurare in sede giudiziale solamente la palese irragionevolezza delle scelte gestorie, desumibile dal fatto che l'amministratore non abbia usato le necessarie cautele e assunto le informazioni rilevanti. A tal proposito, non può essere ritenuto responsabile l'amministratore che, prima di adottare la scelta gestoria contestata, si sia legittimamente affidato alla competenza di figure professionali specializzate. In ogni caso, l'aspetto più imporante da valutare è che quella del giudice sarà una valutazione da condurre necessariamente ex ante, ponendosi nella medesima situazione e nel contesto temporale in cui la decisione contestata veniva assunta e non al momento in cui essa si è poi dimostrata dannosa o economicamente svantaggiosa. L'onere della prova da parte della società è inoltre più ampio qualora i comportamenti addebitati non siano in sé vietati dalla legge e l'obbligo di astenersi dal porli in essere discenda dal dovere di lealtà o dal dovere diligenza.
Si pensi ad una decisione rientrante nell'oggetto sociale o nel limite dei poteri conferiti da statuto o dall'assemblea o dall'organo amministrativo al singolo amministratore, ma che venga ritenuta imprudente o viziata da conflitto di interesse. La Suprema Corte ha a tal proposito precisato che “in tema di azione di responsabilità verso gli amministratori sociali, sull'attore incombe la prova dell'illiceità dei comportamenti degli amministratori medesimi.

Allorquando tali comportamenti non siano in sé vietati dalla legge o dallo statuto e l'obbligo di astenersi dal porli in essere discenda dal dovere di lealtà, coincidente col precetto di non agire in conflitto di interessi con la società amministrata, o dal dovere di diligenza, consistente nell'adottare tutte le misure necessarie alla cura degli interessi sociali a lui affidati, l'illecito è integrato dal compimento dell'atto in violazione di uno dei menzionati doveri. In tal caso l'onere della prova dell'attore non si esaurisce nella prova dell'atto compiuto dall'amministratore ma investe anche quegli elementi di contesto dai quali è possibile dedurre che lo stesso implica violazione del dovere di lealtà o di diligenza”. La semplice sfiducia nell'amministratore, può giustificarne la revoca da parte della maggioranza dei soci, ma non giustifica necessariamente azioni giudiziali nei suoi confronti.
(articolo tratto dal magazine We Wealth di dicembre)
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Socio responsabile del team legale dello Studio Russo De Rosa Associati. E' specializzato nella consulenza ai clienti imprenditori e alle loro famiglie nella gestione di passaggi generazionali d'azienda, nell'apertura o cessione del capitale a terzi e nella trasmissione e protezione del patrimonio familiare. Nell'ambito di operazioni di acquisizione di pacchetti societari, con particolare focus sulle PMI, assiste importanti gruppi industriali internazionali e fondi di private equity.

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