Pensioni: come le finanzieremo in futuro?

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Un uomo e una donna sono seduti a un tavolo in un ufficio, impegnati in una conversazione sulle pensioni. L'uomo sorride e gesticola con una penna, mentre la donna ascolta attentamente. Computer portatili e documenti sono sparsi sul tavolo.

I Paesi dell’Ocse, che subiranno il maggior impatto dalla transizione demografica, stanno immaginando una revisione dei loro sistemi previdenziali. Una questione che sta diventando sempre più urgente

Indice

Quando a San Valentino si è tenuta a Parigi la riunione dell’Ocse per Lavoro, Occupazione e Politiche Sociali 2025 in agenda c’erano le tre grandi transizioni – digitale, climatica e demografica. Quest’ultima, così ben espressa dall’infografica sull’evoluzione delle ormai inappropriatamente cosiddette “piramidi demografiche” che mostrano un importante aumento degli anziani a fronte di una forte crisi della natalità, sta mettendo in crisi le nostre prospettive economiche. Più anziani e meno giovani significa infatti più pensionati e meno forza lavoro che per l’Italia si traduce in un apporto attuale di 400 mila nuovi lavoratori a fronte di 700 mila nuovi pensionati. Il Trade Union Advisory Committee dell’Ocse ha lanciato la pietra nello stagno: siamo sicuri che quello che stiamo facendo per arginare il problema delle pensioni sia corretto e sostenibile?

Aumentare per tutti l’età di pensionamento e ridurre gli assegni potrebbe approfondire le disuguaglianze, al punto che si rischia di chiedere ai lavoratori più poveri e più usurati sul piano fisico, non certo tra i primi destinatari di una longevità in buone condizioni, di finanziare con più anni di contribuzione più anni di pensione per chi sta meglio di loro. Così tagliare i sostegni sociali o inasprire i requisiti per beneficiarne può avere pessime conseguenze nel lungo termine, sia sul piano della salute pubblica, sia in termini di aumento della povertà e del tasso di criminalità ad essa collegato. Ecco che quindi si pone la questione come altrimenti potremmo sostenere il welfare pubblico.

3 modi per finanziare le pensioni del futuro

La provocazione dell’organo sindacale di advisory dell’Ocse è articolata in tre punti. Il primo è aumentare la tassazione della ricchezza, dei profitti e dei capitali, nonché, attraverso una collaborazione internazionale, ridurre drasticamente l’evasione e l’elusione fiscale. Il secondo punto è finalizzare le politiche fiscali e monetarie alla crescita della domanda e dell’occupazione, aumentando la partecipazione al lavoro di donne, migranti, giovani neet, tutti quelli che oggi alimentano l’inoccupazione che per l’Italia è particolarmente elevata. Infine, aiutare e motivare i lavoratori che desiderano proseguire l’attività anche dopo il raggiungimento dell’età pensionistica migliorando le condizioni del lavoro e accompagnando quest’allungamento del ciclo lavorativo con maggiore mobilità professionale e formazione continuativa (lifelong learning).

Pil pro-capite potrebbe rallentare la sua crescita

In un Paese già super tassato come il nostro il primo punto presta il fianco a critiche fondate. Di questo punto potremmo però portare a casa la riduzione drastica dell’evasione che porta con sé anche una chiave alla riduzione del lavoro sommerso e precario, propri del punto 2. Secondo un recente rapporto McKinsey “Depopulation and Dependency”, nei Paesi più precocemente interessati da questa transizione demografica, tra cui l’Italia, il Pil pro-capite potrebbe rallentare la sua crescita mediamente dello 0,4% l’anno dal 2023 al 2050, fino allo 0,8% in alcuni Paesi, a meno che la produttività aumenti da 2 a 4 volte o le persone lavorino da 1 a 5 ore in più a settimana. Possiamo chiedere a chi sa già che il proprio ciclo di lavoro sfiorerà o supererà i 70 anni di lavorare più ore a settimana?

Come sempre non c’è una sola soluzione. La riduzione dell’inoccupazione – che da noi riguarda la metà circa delle donne e un quarto degli uomini in età lavorativa, per non dire dei giovani che non studiano e non lavorano – è sicuramente un punto. Un altro è aiutare le PMI di cui è costituita la nostra economia a investire in nuove tecnologie e in automazione intelligente per ridurre la richiesta non soddisfatta di lavoro funzionale e allo stesso tempo promuovere la valorizzazione del contributo senior al lavoro che metta a frutto l’esperienza. Un altro ancora mettere la scuola in contatto con la realtà del mercato lavorativo affinché ai giovani vengano prospettate carriere di studio nelle materie più richieste nel futuro dell’occupazione. E, per dirla con Tito Boeri, gestire l’immigrazione in modo pragmatico e, aggiungiamo, strategico. Come in molte altre questioni, alle grandi manovre pubbliche non può non associarsi l’iniziativa privata, in questo caso l’adesione a forme integrative di risparmio previdenziale, almeno per quella parte di popolazione che può permetterselo o che gode di offerte vantaggiose da parte del welfare datoriale.

Articolo tratto dal n° di marzo di We Wealth.
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