Climate change: più donne ai vertici, meno emissioni di Co2

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Un’analisi diffusa da VoxEU suggerisce come la diversità di genere possa avere un impatto significativo sulla lotta al climate change

Esaminando 1.951 società quotate nel periodo 2009-2019 emerge come un aumento di un punto percentuale della quota di donne manager genera una contrazione dello 0,5% delle emissioni di Co2

L’impatto risulta ancor più evidente se le donne sono adeguatamente rappresentate anche al di fuori dell’azienda, come nelle istituzioni o nelle organizzazioni della società civile

Investire nella diversity fa bene al business. Ma anche all’ambiente. Il cambiamento climatico, negli ultimi anni, ha conquistato il dibattito politico globale. Diverse sono le soluzioni poste al vaglio per mitigarne gli impatti negativi, dalla combinazione tra interventi pubblici e strategie di mitigazione del settore privato fino agli accordi internazionali. A livello d’impresa, tuttavia, il ruolo della corporate governance (e in particolare delle donne) è stato ampiamente trascurato. Un nuovo studio diffuso da VoxEU svela i vantaggi di una leadership al femminile.

Come raccontano gli autori (Yener Altunba?, Leonardo Gambacorta, Alessio Reghezza e Giulio Velliscig) la teoria della socializzazione di genere di Chodorow del 1978 e quella del ruolo sociale di Eagly del 1987 dimostrano che coinvolgere le donne nel processo decisionale ha un effetto positivo sulle questioni ambientali. Questo innanzitutto per una loro maggiore attenzione per l’ambiente rispetto agli uomini ma anche per le questioni etiche più in generale. Le donne sarebbero infatti più orientate alla comunità e caratterizzate da tratti come empatia, cura e preoccupazione per gli altri. Diversi studi hanno tra l’altro dimostrato come una maggiore rappresentanza femminile nei board garantisca alle aziende una migliore qualità di governance, che facilita a sua volta le decisioni sulla responsabilità sociale d’impresa e sull’ambiente.

L’analisi degli esperti di VoxEu approccia l’argomento da una prospettiva differente, andando a indagare la relazione tra la percentuale di donne in posizioni manageriali e le emissioni di carbonio delle rispettive organizzazioni. Esaminando 1.951 società quotate in 24 economie industrializzate nel decennio 2009-2019 emerge come un aumento di un punto percentuale della quota di manager al femminile genera una contrazione dello 0,5% delle emissioni di Co2. E l’impatto risulta ancor più evidente se le donne sono adeguatamente rappresentate anche al di fuori dell’azienda, come nelle istituzioni o nelle organizzazioni della società civile.

Fonte: VoxEu

Successivamente, la ricerca si è spinta a confrontare il rapporto donne-emissioni prima e dopo l’Accordo di Parigi del 2015, quando gli Stati membri dell’Unione europea si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2°C, proseguendo gli sforzi per mantenerlo entro gli 1,5°C. Le emissioni di carbonio delle aziende con una percentuale di donne manager superiore o inferiore alla media si sono mosse in una direzione simile nel pre-Parigi; al contrario, dopo l’accordo si registra una riduzione maggiore del livello di emissioni per le aziende con una percentuale di donne manager superiore alla media, per un gap di circa il 5% rispetto alla controparte.

Fonte: VoxEu

Un risultato che, secondo gli esperti, offre importanti indicazioni di policy. “I canali di trasmissione delle politiche orientate al clima come l’Accordo di Parigi sono amplificati da una maggiore rappresentanza femminile nelle posizioni decisionali”, concludono. “Pertanto, le politiche a sostegno della diversità di genere possono avere un impatto complementare e significativo sulla riduzione delle emissioni di gas serra delle imprese. E infine anche sulla lotta ai cambiamenti climatici”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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