Intervista a Claudio Detti, responsabile del wealth in Italia di Deutsche Bank
Una banca globale vera, le cui prime due sedi estere furono aperte nel 1872 (a Yokohama in Giappone e a Shanghai ni Cina). “Senza limitarci a un ufficio di rappresentanza: abbiamo ‘gli stivali sul terreno’. Siamo un vero attore glocal’, realmente globale, realmente territoriale”, afferma Claudio Detti, responsabile del wealth in Italia di Deutsche Bank, mentre lo intervistiamo nel quartier generale milanese della banca tedesca. “Siamo a tutt’oggi al banca globale europea più grande” e l’Italia è un mercato “assolutamente strategico” per li wealth di Deutsche. Anche in questi tempi incerti.
l 28 febbraio 2026 si è aperto un nuovo fronte geopolitico. Quale il primo impatto sulla verticalità private / wealth di Deutshe Bank?
Oggi il contesto richiede attenzione e non preoccupazione. Sottolineo il carattere regionale della crisi – tralasciando le ovvie considerazioni di carattere umano. La chiusura dello Stretto di Hormuz impatta sul prezzo di gas, petrolio e materie prime. Ora la mancanza di offerta è legata all’assenza di transito di navi, non di disruption produttiva. I mercati restano su livelli elevati; hanno mostrato grande capacità di assorbire shock geopolitici. In questo quadro, le oscillazioni possono offrire occasioni di ribilanciamento.
Lo scenario che vi preoccupa maggiormente?
Quello di una guerra prolungata che blocchi i flussi energetici e i transiti dallo Stretto. Finora la chiusura è relativamente limitata; ma se dovesse prolungarsi, l’aumento dei prezzi energetici potrebbe ripercuotersi sia sull’inflazione che sulla crescita, soprattutto per le economie che ne sono più dipendenti. Il rapporto tra Usa e Cina è fondamentale. Al momento la Cina sta rimanendo in una posizione neutrale ma le mire di Pechino su Taiwan sono ben note. Un’eventuale azione militare della Cina è la variabile in grado di mettere in crisi tutti i modelli di analisi disponibili adesso. Tuttavia, lo scenario di base è una ricomposizione del conflitto, con la determinazione di un nuovo equilibrio.
Cosa pensereste di fare in quel caso?
In una logica di equilibrio del portafoglio, non abbiamo diminuito le posizioni in oro e il rialzo dei rendimenti obbligazionari per le maggiori aspettative di inflazione sta creando delle opportunità attraenti di aumento della duration. In uno scenario di rallentamento, è più interessante sovrappesare i posizionamenti sulla parte lunga della curva. I governativi liquidi europei sono sicuramente i presidi di difesa. Il dollaro ha mostrato il suo valore di bene rifugio in questa fase, ma crediamo che, una volta superate le tensioni geopolitiche, tornerà ad indebolirsi. Tuttavia rimaniamo posizionati senza alleggerirlo in misura significativa.
La tecnologia?
Prima del conflitto, il settore era entrato in una fase di flessione: gli investitori avevano iniziato a dubitare sull’entità degli investimenti in IA e alcune aree del settore erano a rischio cannibalizzazione da parte proprio dei modelli di IA (esempio: software). Da inizio conflitto, questa debolezza è scemata: il settore è meno esposto ai rischi sulla crescita economica, e potrebbe tornare interessante. Per tech intendiamo tutte le grandi aziende tecnologiche, non limitandoci al tema IA in sé.
Come valuta un’esposizione a prodotti di private debt?
Gli eventi recenti confermano la necessità di un approccio solido e strutturato agli investimenti in private credit. Le nostre scelte confermano una preferenza per l’area europea, inserendolo nel contesto di una allocazione strategica, diversificata e robusta. L’asset class è cresciuta molto negli ultimi anni, con essa anche la numerosa degli operatori. Selettività, è la nostra parola d’ordine, per avere una piena consapevolezza dei propri investimenti. Combinato con private equity e infrastrutture, siamo convinti che si ottenga un profilo di rischio/rendimento molto interessante. A maggior ragione in questo periodo, con i rendimenti in crescita, si possono capitalizzare cedole elevate. In Deutsche Bank adottiamo un approccio prudente e selettivo, fondato su strutture conservative, forte diversificazione e monitoraggio continuo del rischio, che ha finora garantito solidità dei portafogli.
Dr. Detti, per quanto riguarda invece la consulenza con fee, cosa è cambiato in Deutsche Bank rispetto alla nostra ultima intervista (fine 2024)?
Oggi abbiamo una struttura di advisory molto forte e matura rispetto al 2024. Questo tipo di proposizione incontra molto interesse da parte dei clienti, più che in passato, soprattutto in presenza di track record positivi. A tal proposito, è in corso internamente un ricambio generazionale anche per le attività di assunzione e crescita. La nostra è la più ampia piattaforma di offerta in oggi in Italia fra le banche internazionali. I nuovi ingressi sono tutti professionalità mature, con anni di esperienza, in grado di valorizzare appieno la nostra offerta. I nostri clienti sono gli imprenditori: veri, attivi, che necessitano di gestire il loro patrimonio. Il cliente imprenditore da noi deve trovare tutte le risposte, sentirsi a casa, in quella che noi chiamiamo ‘hausbank’.
Quanto pesa la consulenza evoluta sul totale degli asset?
Se parliamo di consulenza evoluta vera, superano il 10% dei contratti (considerando la vendita di portafogli modello, si arriva a oltre il 50%, ndr).
Qual è il cliente che ama di più questo tipo di consulenza?
I family office singoli o i clienti ultra high net worth, ma anche high net worth sofisticati che desiderano avere presa diretta sul portafoglio.
Cosa pensa delle più recenti app (americane) AI di consulenza patrimoniale?
Il robot-advisor ha il suo mercato, una capacità interessante di servire la clientela, soprattutto nelle banche molto digitalizzate, e un ruolo fondamentale nel facilitare l’attività del banker. Ma non ha nulla a che fare con il wealth management, che è relazione.
Intervista tratta da We Wealth Magazine n.89. Abbonamenti qui.

