Imprese femminili nel vortice della crisi

Rita Annunziata
25.11.2020
Tempo di lettura: 3'
Dopo essere cresciute a un ritmo sostenuto negli ultimi anni, le imprese femminili crollano nel vortice della crisi: tra aprile e settembre il vantaggio ottenuto rispetto alla controparte maschile si è praticamente azzerato. Più caute anche sul futuro: il 10% prevede un recupero dei livelli di produttività pre-covid nel 2023

Nel terzo trimestre dell'anno si contano 1,3 milioni di aziende femminili, pari al 22% del totale

Made in Italy, turismo e cultura sono i settori che hanno registrato il calo maggiore di iscrizioni di nuove imprese “rosa” tra i mesi di aprile e settembre

Le imprenditrici rivelano maggiori problemi di liquidità (si parla del 38% contro il 33% degli uomini), ma anche nell'approvvigionamento delle forniture (30% contro il 23%)

Come sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, la ripartenza “passa soprattutto dalle donne”, una “componente fondamentale della nostra economia”. Eppure, il salato conto della crisi continua a pesare sulle spalle della componente femminile della popolazione, che registra non solo una maggiore necessità di supporto economico e finanziario ma anche una minore fiducia rispetto a un rapido recupero dei livelli di produttività pre-covid.
Secondo le più recenti analisi condotte nell'ambito del Rapporto nazionale impresa di genere di Unioncamere, nel terzo trimestre dell'anno si contano 1,3 milioni di aziende femminili, pari al 22% del totale. Di queste, circa 890mila sono attive nel settore dei servizi, oltre 151mila in quello dell'industria e circa 208mila nel settore primario. Si tratta prevalentemente di micro imprese con meno di 10 addetti (circa un milione e 293mila, pari al 96,8% del totale), ma anche piccole imprese con 10-49 addetti (39mila, il 2,9%) e medio-grandi imprese (poco più di 3mila, lo 0,3%). In termini geografici, il 63,6% si colloca nelle regioni centro-settentrionali e il 36,4% nel Mezzogiorno. Inoltre, l'11,3% sono capeggiate da giovani con un'età inferiore ai 35 anni e quasi altrettante da donne straniere (superano le 151mila unità).

Crollano le nascite tra aprile e settembre


Eppure, dopo essere cresciute a un ritmo sostenuto negli ultimi cinque anni (l'aumento in valore assoluto è stato tre volte superiore rispetto a quello delle imprese maschili, con il 2,9% in più contro lo 0,3%), tra aprile e settembre il vantaggio si è praticamente azzerato, trainato da un crollo più marcato delle nascite nel secondo trimestre (-42,3% per le femminili contro il -35,2% delle maschili) proseguito anche nei tre mesi successivi. I settori maggiormente coinvolti nel calo delle iscrizioni sono il made in Italy, il turismo e la cultura, come la lavorazione dei minerali non metalliferi (-51,0%), l'alloggio e la ristorazione (-42,8%) e il sistema moda (-42,6%). Unico comparto in controtendenza quello dei media e della comunicazione, che ha registrato un verde pari al +34,7%.
Stando poi a un'analisi condotta dall'associazione nel mese di ottobre su 2mila imprese manifatturiere e dei servizi, le imprenditrici rivelano maggiori problemi di liquidità (si parla del 38% contro il 33% degli uomini), ma anche nell'approvvigionamento delle forniture (30% contro il 23%), nell'occupazione (23% contro il 17%), nell'accesso al credito (18% contro il 15%) e in ambito tecnologico (16% contro il 12%). Guardando al futuro, infine, le donne manifestano una maggiore cautela, al punto che solo il 29% ritiene che i livelli di produttività pre-covid saranno raggiunti nel 2021 (contro il 34% degli imprenditori), ma c'è anche un 25% che parla del 2022 e un ulteriore 10% che punta al 2023.

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