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Politica monetaria e controlli finanziari: dove sono le banche centrali? | WeWealth

Politica monetaria e controlli finanziari: dove sono le banche centrali?

Tempo di lettura: 3'
Le recenti crisi finanziarie mettono in discussione il sistema dei controlli pubblici sulla finanza e sul mondo bancario, incapaci di assicurare la stabilità del sistema. Qual è la situazione attuale?

Le recentissime crisi finanziarie, per la precisione bancarie, sono state sconvolgenti: il quadro complessivo del settore finanziario e bancario, e addirittura della situazione monetaria, è cambiato radicalmente. In un caso, la fragilità della banca – presumibilmente sussistente - è stata fatta esplodere dall’impatto delle perturbazioni della moneta e dei tentativi pubblici di correggerle su una gestione largamente prudenziale e ordinaria. 


Le banche meno solide o con profili di criticità pur circoscritti sono esposte - con forti rischi - a elementi sì negativi, ma normali nelle attuali fasi di mercato, al pari di tutte le altre imprese.

E sono esposte anche agli interventi pubblici di stabilizzazione del quadro monetario, il che è semplicemente incredibile proprio per le banche, i cui debiti sono mezzi di pagamento, elemento questo che in teoria le avrebbe dovuto rendere in grado di gestire meglio le perturbazioni monetarie.


Il collegamento tra intermediazione monetaria e finanziaria

Il collegamento tra intermediazione monetaria e intermediazione finanziaria non è più un elemento di forza delle banche, il che nient’altro significa che smarrimento della specialità della banca nell’ambito imprenditoriale, e si tratta di smarrimento della sua specialità che si snoda, da un lato, nel senso di minore solidità patrimoniale e, dall’altro, nel senso di esposizione non solo alle turbolenze della moneta, ma addirittura agli interventi pubblici al riguardo.


Che fine ha fatto la solidità delle banche?

In altro caso, la seconda banca svizzera, una delle principali 12 banche al mondo, è andata in crisi, una crisi irreversibile per eccessi di speculazione in Borsa sul titolo, eccessi che si sono innestati su una situazione delicata e con rilevanti profili di criticità derivanti da operazioni in prodotti e servizi ultra-speculativi e rovinosi.

Quando la solidità delle banche viene a messa a repentaglio da condotte dissennate, sono sufficienti forme di attacco da parte di soggetti ostili – concorrenti, speculatori - del tutto ordinarie, per farle saltare.

La solidità delle banche ha perso quella maggiore consistenza che le ha sempre caratterizzate e ora esse sono pari alle altre imprese solo perché hanno perso il loro elemento di forza.

In un altro caso ancora, la principale banca tedesca, già con grandi problemi per eccesso estremo di operatività in prodotti rovinosi e ultra-speculativi, poi ripresasi con il salvataggio dello Stato, è stata sotto attacco anch’essa della speculazione sul titolo in Borsa, e ha traballato, ma senza conseguenze gravi, proprio perché la sua solidità è stata sostenuta dalla mano pubblica. 


La delicata situazione dell’attuale mondo bancario 

Il mondo bancario è in una situazione così delicata da presentare elementi di criticità non banali e può essere incrinato da fattori, sì negativi, ma in via non patologica bensì fisiologica, in quanto rientranti nelle dinamiche del sistema, come una politica monetaria restrittiva o la speculazione sui mercati azionari.

Come conseguenza della circostanza che l’immissione di prodotti speculativi e rovinosi dopo la crisi del 2008 non è diminuita, ma aumentata - a dismisura, e ciò è un fatto a dir poco inquietante, vale a dire che si è trattato di una crisi che nulla ha insegnato, a differenza di quella del ’29 – e addirittura è oramai pacifico che il mondo bancario ha assunto prima e consolidato poi la decisione di non risolvere e nemmeno affrontare i problemi strutturali, limitandosi a un intervento “ex post” (la speculazione è diventata fattore ordinario della finanza e non vi sono limiti a essa, nemmeno quando la sua natura rovinosa esplode).

L’impatto della speculazione sulla situazione delle banche si è rivelato così forte e addirittura devastante che la politica monetaria ha assunto una veste tale da presentare obiettivi incompatibili con la stabilità finanziaria, in quanto può esporre a rischi il patrimonio delle banche.

La politica monetaria e l’attività bancaria (e così anche i controlli su di essa) sono potenzialmente divergenti. 

Il controllo della moneta è parziale e insufficiente nel momento in cui la moneta indiretta consiste in debiti, con i creditori (i depositanti) che si trovano di fronte ad attivi pregiudicati dalla politica monetaria.

L’attività bancaria con l’operatività abnorme in prodotti e servizi ultra-speculativi e rovinosi si è snaturata e ora è diventata come le altre attività imprenditoriali, perdendo quelle caratteristiche di sicurezza che l’hanno sempre contraddistinta e addirittura smarrendo quella forza che la rilevanza della sua attività ai fini dei flussi monetari le concedeva.

Il fondamentale principio di sana e prudente gestione ora è diventato inoperante, in quanto esso presuppone la specialità dell’impresa bancaria, specialità oramai dismessa.

Le esigenze improcrastinabili di salvataggio hanno mandato in soffitta in America ogni limite in materia, mentre in Svizzera hanno fatto accantonare profili di tutela della concorrenza ed addirittura hanno posto lo Stato in posizione di dipendenza totale dal colosso appena nato.

La stabilità e la solidità del settore bancario sono superiori a qualsiasi altra esigenza, il che è questo un segno di salutare realismo. Ma non è sufficiente se non si interviene anche “ex ante” e ora il quadro è come visto al riguardo del tutto carente e privo di strumenti efficaci: ciò alla luce di cause strutturali. 

I controlli pubblici sulla finanza e sul mondo bancario non sono in grado di assicurare la stabilità, in quanto la banca ha smarrito la propria specialità. La possibilità di recuperare la stabilità ad altro livello non sussiste in quanto le grandi banche riescono a lucrare alla grande proprio dai fattori -come la differenza di tassi - che hanno messo in crisi quelle medie e piccole ed anche grandi fragili. 


Il cambio di paradigma della vigilanza

L’unica soluzione è il ritorno alla valorizzazione della specialità, senza altre ipotesi, fuorvianti e decettive, e non solo apparenti ed effimere se non addirittura. Ebbene, tale scelta – obbligata - richiede un cambio di paradigma della vigilanza. Questa si concretizza ora in controlli di stabilità di ordine quantitativo e macro-economico, senza intervenire sul merito delle operazioni e sui profili civilistici: questi ultimi sono diventati essenzialmente procedimentali anche nei contratti di investimento finanziario, dove invece dovrebbero essere di natura sostanziale, visto che i beni e le somme sono di proprietà dei risparmiatori, a differenza dei depositi bancari, dove le somme bancarie passano alla banca, tenuta a restituire il “tantundem”, maggiorato degli interessi a un tasso predeterminato, con rischio di perdita solo in caso di insolvenza, il che qui giustifica i  controlli solo quantitativi.

I controlli pubblici assicuravano fino a qualche tempo la riduzione delle ipotesi di insolvenze a casi eccezionali, e quando queste si verificarono, l’intervento fu tempestivo ed efficace, e i risparmiatori non azionisti non hanno mai perso - fino al recepimento in Italia della scellerata direttiva cosiddetta “risoluzione” o “bail-in” -, né prima una lira, né, nel nuovo millennio, un euro.

Ora i controlli quantitativi non sono più sufficienti, alla luce di quanto detto. E così occorre cambiare il paradigma di vigilanza, vincolando le banche alla loro specialità, da recuperare mediante un controllo di merito sui rischi abusivi, a danno sia della clientela sia proprio. I rischi abusivi devono essere, almeno come obiettivo e come tendenza generale, aboliti in quanto deviano dalla funzione di intermediazione finanziaria, che non ha senso se non vincolata alla sana e prudente gestione.


Il nesso tra controllo sui flussi monetari e controlli finanziari e bancari

In tale ottica – e solo in tale ottica - occorre affrontare il nesso tra controllo sui flussi monetari e controlli finanziari e bancari. 

Si tratta, non di affidare la politica monetaria e i controlli finanziari ad autorità diverse, ma all’esatto contrario di trovare prima e attuare un’(effettiva) armonizzazione, al momento impedita da elementi strutturali. Infatti, il collegamento tra intermediazione bancaria e finanziaria da un lato e flussi monetari dall’altro rende necessaria l’unificazione - già “ab immemorabili” in essere, ma tale da richiedere un rafforzamento a dir poco energico, visto che è resa di fatto inoperante -, escludendo la separazione pur prospettata da una teoria autorevole (Milton Friedman), che ravvisava nell’unificazione stessa un conflitto di interessi atto a inquinare i controlli monetari per esigenze di stabilità finanziaria. 

È da replicare che il conflitto di interessi non sussiste perché la stabilità dell’un aspetto è condizione del rispetto (della stabilità) dell’altro e viceversa. Tale connessione inestricabile e indispensabile viene meno solo in situazioni eccezionali, come quella attuale: si tratta di patologia cui non si può rispondere - come pur sembrerebbe ovvio - con una deroga, in quanto, all’esatto contrario, questa vorrebbe dire nient’altro che l’accettazione di quella estrema patologia del sistema che ha determinato la stessa situazione attuale.

Ma è ovvio che l’unificazione, per essere effettiva, deve rivelarsi in grado di imporsi alle grandi banche d’affari internazionali e di governare i mercati interni sfuggendo alle conseguenze perverse della loro interconnessione a livello internazionale.  E così richiede interventi profondi sull’assetto dell’economia propri di una politica economica di alto livello, che manca in Occidente da troppo tempo. Le condizioni che l’hanno impedita, vale a dire la presenza ineliminabile di un retroterra ideologico in ordine al collegamento tra politica economica e programmazione pubblica, possono essere agevolmente superate alla luce della circostanza che ora si tratta, non di mettere in discussione il modello economico-sociale, ma controllare e governare e in prospettiva eliminare le sue disfunzioni evidenti e letali per esso stesso. 


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Laureato in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Roma, dal 2010 è professore a contratto di diritto degli Intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università di Parma. Da maggio 2000 svolge la professione di avvocato a Milano ed è fondatore dello studio
legale Bochicchio&Partners, con un’ampia specializzazione che contempla, tra gli alti, il settore bancario, finanziario e dell’intermediazione mobiliare, i profili societari e giuslavoristici, contemplando anche i profili penalistici del diritto dei mercati finanziari e del diritto societario.

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