Nel mondo dei family office, la vera frontiera non è più solo quella dei rendimenti o dei rischi da contenere. È quella dei bisogni da comprendere.
A ricordarlo è Luca Tartaglia, Head of Traditional Investments di SQ Invest, un single family office genovese, che dopo oltre venti anni nella gestione dei patrimoni di famiglia invita a ripensare le regole dell’asset allocation: partire dalle persone, non dai numeri.
Dal rischio al bisogno
Il punto di partenza resta la disciplina. «I Family Office lavorano su un modello di lungo periodo, definendo in modo rigoroso il profilo di rischio e le aspettative di rendimento», racconta. Ma l’esperienza insegna che i numeri non bastano.
«Questo approccio, da solo, non coglie la complessità reale delle famiglie. Perché dietro ogni portafoglio ci sono persone, storie, eredità, emozioni». È qui che entra in gioco il financial planning: un metodo che intreccia la pianificazione finanziaria con la costruzione del portafoglio.
«Significa passare da un solo portafoglio, costruito su un unico profilo di rischio, a tanti portafogli dedicati a singoli obiettivi, che rispecchiano bisogni primari e secondari, che poi confluiscono in un’unica asset allocation complessiva».
Un cambio di paradigma che trasforma il portafoglio in una mappa dinamica della vita familiare.
Dalla teoria di Markowitz alla vita vera
La teoria classica di Markowitz presuppone un rischio costante nel tempo. Ma la vita, osserva Tartaglia, «non è una curva lineare». Le persone cambiano e con loro cambia la percezione del rischio.
«Durante la crisi del 2008 o nei mesi del Covid ho visto come l’emotività possa condizionare le decisioni. I bias comportamentali sono nemici silenziosi: ti fanno uscire quando dovresti restare, ti fanno restare quando dovresti ridurre». Per questo, costruire portafogli per obiettivi come previdenza, istruzione, filantropia, nuovi progetti imprenditoriali, aiuta a mantenere la rotta. «Quando un cliente ha un traguardo chiaro, è più facile aiutarlo a resistere alle tempeste dei mercati. L’orizzonte temporale smette di essere un concetto astratto e diventa parte della sua vita». Un aspetto spesso trascurato, aggiunge, è il capitale umano. «È un asset a tutti gli effetti, che può crescere o ridursi nel tempo. Se la tua carriera o il tuo business evolvono positivamente, il tuo capitale umano aumenta e puoi rivedere la pianificazione con maggior flessibilità».
Il purpose come bussola
Integrare l’asset allocation con la pianificazione finanziaria significa anche restituire un senso più profondo al patrimonio. «Ogni investimento dovrebbe rispondere a un purpose – spiega – una ragione d’impiego che va oltre il ritorno finanziario. Può essere filantropica o legata a una missione familiare, ma serve a preservare l’identità della famiglia nel tempo». Un tema cruciale soprattutto quando un family office nasce dopo un liquidity event. «La vendita dell’azienda di famiglia porta spesso con sé un vuoto identitario. Il purpose, in questi casi, è ciò che ridà coerenza alla storia familiare: trasforma il capitale in continuità».
La complessità dietro la semplicità
Nonostante la chiarezza del modello, metterlo in pratica non è semplice. Richiede fiducia, trasparenza e dialogo. «Per costruire un piano davvero personalizzato servono molte informazioni, spesso riservate, sui diversi membri della famiglia. È un lavoro sartoriale che intreccia competenze tecniche e capacità relazionali». E serve uno sguardo ampio: «Quando si parla di pianificazione, il rendimento netto post-tasse diventa fondamentale. Anche una gestione passiva, con meno turnover e capital gain, può risultare più efficiente nel tempo. La fiscalità, in questo senso, è parte integrante della strategia».
Articolo tratto dal n° di dicembre di Family Office & Family Business. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.
