Aifi: “Ripartire dalla finanza alternativa. E dalla cultura”

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Secondo Innocenzo Cipolletta di Aifi, le pmi italiane necessitano di capitali per ripartire. Ma anche per porre in essere quelle operazioni di crescita, fusione e acquisizione indispensabili a garantirne la loro stessa resilienza. E la finanza alternativa potrebbe essere la chiave. Ma è necessario un cambio di mentalità

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Secondo una ricerca di Deloitte, circa il 60% degli operatori di private capital si attende un miglioramento del contesto macroeconomico

Marco Gubitosi, partner di Legance Avvocati Associati: “Il private equity può essere un volano anche per le operazioni di internazionalizzazione”

“La crisi ha costretto molte imprese a indebitarsi. Per ripartire, hanno bisogno di capitali. Anche per ricostruire una situazione patrimoniale e delle condizioni di sviluppo intaccate in qualche misura proprio dalla pandemia. E fare quelle operazioni di crescita, fusione e acquisizione indispensabili per il nostro paese e per garantirne la loro stessa resilienza”. Con queste parole Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, ha aperto l’evento Imprese e capitali: un circuito per ripartire. Un’occasione per riflettere sull’attuale contesto in cui si trovano a operare le piccole e medie imprese italiane, con un sistema bancario “sempre meno disponibile” e un “credito sempre più limitato”.
“Nell’ultimo anno abbiamo incrementato il debito utilizzando due linee fondamentali: le garanzie statali per 134 miliardi e le operazioni di moratoria per 1,3 milioni”, spiega Emanuele Orsini, vice presidente per il credito, la finanza e il fisco di Confindustria. “Quello di cui abbiamo bisogno oggi, dunque, è di strumenti nuovi, che consentano di allungare il debito contratto. Abbiamo bisogno di finanza alternativa. E noi industriali dobbiamo fare ammenda e sviluppare una formazione più tecnica su queste tematiche all’interno delle imprese”. L’Italia, aggiunge Cipolletta, “resterà sempre un paese di piccole realtà. Ma essere piccoli nel 2021 non è la stessa cosa di 20 anni fa. Devono essere più forti, possedere una struttura di carattere manageriale e patrimonializzarsi. Godere della capacità di avere dei soci ed essere trasparenti e leali con questi ultimi”.

Operatori di private equity fiduciosi sul futuro

Ma come stanno reagendo, intanto, gli operatori di private capital? Secondo la Private equity confidence survey di Deloitte, realizzata con cadenza semestrale nell’ambito dell’iniziativa Deloitte Private, la crisi non avrebbe fermato il loro supporto alla struttura imprenditoriale tricolore. Anzi. Le loro aspettative mostrerebbero, rispetto al periodo precedente, una decisa inversione. Circa il 60% degli intervistati, infatti, si attende un miglioramento del contesto macroeconomico nei prossimi mesi, contro il 70% di coloro che si attendevano un peggioramento nella precedente edizione dello studio. “Aspettative sicuramente incoraggianti”, spiega Elio Milantoni, head of corporate finance advisory di Deloitte, e che si accompagnano a “un’intensa attività di ricerca di nuove attività d’investimento”.

Da questo punto di vista, aggiunge, il 20% ritiene l’incremento dei consumi sul canale online come il trend più impattante sulle decisioni d’investimento nel prossimo semestre, seguito dall’accelerazione dei principali trend tech. Ma le scelte saranno influenzate anche dalla diffusione del remote working per il 16%, dalla transizione verso i pagamenti digitali per il 13% e dalle norme più stringenti sul fronte sanitario per il 6%. “Un altro aspetto interessante è legato alle aspettative di ripresa dell’attività di fundraising”, aggiunge Milantoni. “Circa il 50% degli operatori si rivela positivo su questo fronte, anzi, riprenderà le attività di raccolta di capitali, e il 55% intende fare nuovi investimenti nel prossimo semestre. Un’ulteriore inversione di tendenza”. Per non dimenticare poi, conclude l’esperto, come circa la metà degli intervistati ponga particolare attenzione a operazioni maggiori rispetto al passato, volgendo lo sguardo su aziende con una valorizzazione superiore ai 50 milioni, motivo per cui “strategie di accelerazione della crescita potrebbero trovare maggior conforto da parte degli investitori su dimensioni più consistenti”.

Finanza alternativa volano dell’internazionalizzazione

Tra l’altro, aggiunge Marco Gubitosi, partner di Legance Avvocati Associati, “il private equity potrebbe essere un volano anche per le operazioni di internazionalizzazione”. Oggi, spiega, l’Unione europea rappresenta più del 50% dell’interscambio tricolore con l’estero. Ma per aprirsi ai mercati fuori confine e competere in campo internazionale “a volte è necessario unirsi ad altre imprese o a investitori di private equity”. E non tutti gli imprenditori coglierebbero di buon grado questa opportunità. “Quanto alle imprese di famiglia, per esempio, a volte non si rendono conto che non tutte le generazioni che si succedono sono all’altezza o hanno voglia di tenere in mano il timone dell’azienda – spiega Francesco Casoli, presidente di Aidaf – Per questo, dobbiamo cercare di cambiare la cultura delle famiglie che stanno dietro queste imprese, iniziando a far comprendere loro che avere un socio all’interno della compagine sociale non è un disonore. Anzi, la partecipazione di un fondo di private equity non deve essere un tabù”.

Sulla stessa linea d’onda anche Anna Tripoli, presidente giovani imprenditori di Confindustria Brescia, secondo la quale “affinché la finanza non convenzionale rappresenti davvero un’opportunità, bisogna superare alcune sfide culturali”. Innanzitutto, valutare il business dell’azienda, indipendentemente dalla proprietà. Ma anche rendere la finanza non convenzionale più “competitiva” sul fronte dei costi rispetto al tradizionale canale bancario e il suo accesso “più snello e operativo”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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