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Innovazione: le persone sempre più al centro

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Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri

06 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • “Chi non innova non è in grado di rispondere ai nuovi bisogni della società e di competere nella scena internazionale”

  • “Si rende necessario parlare di innovazione antropocentrica, un’innovazione in grado di definire dei modelli di business sempre più ibridi e iperconvergenti”

  • “L’arrivo di nuove tecnologie, la trasformazione della natura del lavoro, i cambiamenti demografici e climatici e la prospettiva di una crescita economica rallentata sono destinati a influenzare profondamente il settore finanziario”

A detta di Andrea Poggi, innovation leader di Deloitte Nse,  la pandemia ha dimostrato che l’innovazione dovrà essere sempre più “antropocentrica”

In un mondo in continua evoluzione, l’innovazione rappresenta un fattore determinante per le aziende che vogliono crescere e restare competitive. Secondo Andrea Poggi, innovation leader di Deloitte Nse, intervistato da We Wealth, oggi più che mai dobbiamo puntare a un’innovazione antropocentrica”, ovvero centrata sui bisogni delle persone.

 

Perché, al giorno d’oggi, l’innovazione è un tema sempre più cruciale?

Negli anni, l’innovazione ha acquisito un ruolo sempre più importante all’interno delle strategie aziendali e, a seguito dell’emergenza Covid, è diventato un must da seguire per far fronte ai mutamenti di abitudini e comportamenti dei consumatori: chi non innova non è infatti in grado di rispondere ai nuovi bisogni della società e di competere nella scena internazionale. L’innovazione offre degli strumenti utili per intercettare questi mutamenti e rimanere competitivi, ma è necessario che venga guidata da un approccio ben strutturato, che si focalizzi su pochi ambiti di intervento e che sia supportata da soluzioni tecnologiche abilitanti e asset che consentano di ripensare i modelli di business per rispondere ai nuovi bisogni della collettività. Inoltre, è fondamentale che l’innovazione diriga le agende dei Governi dei Paesi più virtuosi. Questo perché esiste una chiara correlazione tra innovazione e crescita economica: i Paesi più virtuosi sono quelli che hanno scommesso di più in innovazione (es. Usa, Cina, Israele e Corea del Sud) e sono quelli che sono cresciuti più rapidamente.

Come ha impattato il covid-19 in questo scenario? Quali lezioni possiamo trarre dal lockdown sul fronte innovazione?

Il covid-19 non ha fatto altro che accelerare dei cambiamenti già in atto: dalla digitalizzazione dei modelli di business più tradizionali a una crescente attenzione alla sostenibilità e all’ambiente, il lockdown ci ha trasportati due anni nel futuro, mettendoci di fronte al bisogno di rispondere tempestivamente a queste nuove necessità dei consumatori. Abbiamo assistito ad un vero e proprio boom dell’e-commerce – che ha registrato un +55% su base annua (NetComm, 2020) – e a una maggiore propensione all’utilizzo della tecnologia – con l’86% degli Italiani che ha utilizzato canali digitali per mantenere i contatti con familiari e amici durante il lockdown (Ericsson, 2020). In questo scenario, l’innovazione è stato lo strumento chiave che ha permesso alla gran parte delle aziende di intercettare i nuovi bisogni e fornire una risposta rapida ed adeguata. Essa ha infatti in sé un potenziale elevatissimo, in grado di cambiare la vita di milioni di persone in maniera irreversibile e di modificare non solo modalità produttive o di movimento, ma anche stili di vita e relazioni umane. La necessità di innovare è ormai chiara a tutti e, a seguito dell’esperienza covid, è divenuta un imperativo universale ed imprescindibile per tutte le imprese.

Dott. Poggi, lei sostiene che dopo il covid-19 ci aspetta l’era dell’innovazione antropocentrica, vuole spiegarci cosa intende?

Il lockdown ci ha tenuti distanti per molto tempo ed ha alimentato la necessità degli individui di ritrovare il contatto umano. È per questo che si rende necessario parlare di innovazione antropocentrica, un’innovazione in grado di definire dei modelli di business sempre più ibridi e iperconvergenti, alimentati da processi fortemente digitalizzati ma in grado di fornire allo stesso tempo un’esperienza personalizzata, fluida e umana a un consumatore sempre più attento alla sfera emotiva. Inoltre, le aziende devono mettere l’individuo al centro non solo nella modalità di erogazione dei servizi o di vendita dei prodotti ed all’interno della catena produttiva, ma devono porlo anche al centro del processo creativo, incentivando un processo di innovazione bottom-up.

Attualmente, stanno prendendo sempre più piede nuovi modelli di innovazione “human centered” come il design thinking. A che punto siamo in Italia con l’adozione di queste metodologie? E come velocizzare la transizione verso un’innovazione che metta le persone al centro?

Quando parliamo di design thinking parliamo di creazione collaborativa, la stessa che si trova alla base delle nuove realtà imprenditoriali: dalle start-up alle aziende focalizzate sull’innovazione, l’organizzazione orizzontale – quell’organizzazione che mette tutti i dipendenti nelle condizioni di poter contribuire al risultato finale – è la scelta prediletta. Con questa chiave di lettura, possiamo dire che l’Italia sta facendo passi avanti: sono sempre di più le realtà che incentivano la collaborazione tra dipendenti e che utilizzano l’open innovation come driver di crescita. Questo scambio di idee e competenze può essere inoltre abilitato da processi di trasferimento tecnologico, in cui le aziende integrano e concretizzano le idee e gli spunti provenienti dal mondo della ricerca. Credo che la velocizzazione di questo processo avverrà in maniera naturale nel momento in cui le aziende inizieranno a comprendere i benefici oggettivi e tangibili di questo nuovo modello: l’innovazione generata in questo modo non sarà solo in grado di apportare dei benefici economici all’azienda, ma più in generale alle comunità in cui le imprese operano. Solo così crescerà la concretezza, il ritorno ed il volume degli investimenti in Innovazione e ricerca e sviluppo in Italia, ad oggi fermi all’1,43% del Pil, percentuale di gran lunga inferiore rispetto alla media europea (2,03%).

Focalizziamoci sull’industria dei servizi finanziari. Cosa ci può dire a riguardo?

Il prossimo decennio porterà con sé un’ondata di cambiamento più travolgente e pervasiva di quanto abbiamo vissuto fino a oggi. L’arrivo di nuove tecnologie, la trasformazione della natura del lavoro, i cambiamenti demografici e climatici e la prospettiva di una crescita economica rallentata sono destinati a influenzare profondamente il settore finanziario. Oltre alla forte inclinazione alla tecnologia, imperante negli ultimi anni, si prospetta anche un aumento di attenzione nei confronti dell’individuo in tutte le sue dimensioni, che condurrà, anche in questo ambito, alla definizione di innovazioni sempre più antropocentriche. Banche ed assicurazioni hanno nelle loro agende in maniera sempre più preponderante temi relativi alla salute ed alla sostenibilità e stanno sempre più puntando alla ridefinizione dei servizi al cliente tramite modelli “ibridi” che potenzino le sinergie tra la consulenza finanziaria fisica e la digitalizzazione e virtualizzazione delle interazioni.

Quali sono le principali barriere dell’industria che ostacolano l’adozione di un approccio all’innovazione “antropocentrico”?

È possibile individuare diverse barriere che ostacolano la “rivoluzione antropocentrica”: da un lato, troviamo la difficoltà nel definire delle proposte di valore caratterizzate da un bilanciamento tra esperienza fisica e virtuale e troppo spesso focalizzate su una sola delle due dimensioni (es. pure e-tailers). Si potrebbe infatti erroneamente continuare a pensare che innovare significhi adottare modelli “pure digitale”, ma, dopo lo shock da Covid, non è più così che si potrà rispondere efficacemente ai nuovi bisogni dei consumatori e della società. Una seconda barriera è invece rappresentata dalla difficoltà di valorizzare concretamente nel business la ricerca in Italia: per avere un Paese capace di innovare è necessario potenziare le attività di ricerca e sviluppo e favorire processi di trasferimento tecnologico all’interno di ben strutturati ecosistemi di innovazione. In tal senso, l’Italia comincia a muoversi nella giusta direzione: all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza redatto dall’attuale Governo è presente l’intenzione di raddoppiare la spesa per R&S e di incentivare al massimo e con concretezza il knowledge sharing tra ricerca e imprese. Ma rimane un’ultima barriera, difficile da rimuovere, perché di carattere “culturale”. Si tratta del focus prevalente sul profitto economico di breve periodo: è indispensabile affiancare alla variabile del profitto quella del valore sociale, che avrà un suo riscontro concreto soprattutto nel lungo periodo. La sostenibilità è un requisito imprescindibile per i cittadini e per le imprese e rappresenta una direttrice chiave da seguire. In questo nuovo contesto, per rimanere competitive, le aziende dovranno introdurre un approccio strategico value-based in termini sociali ed economici, all’interno del quale l’innovazione antropocentrica troverà la sua massima espressione e le istituzioni, “crocevia” dei fabbisogni primari delle persone, potranno giocare un ruolo chiave, divenendo fautrici dell’evoluzione del sistema Paese.

Andrea Poggi
Andrea Poggi, Innovation leader di Deloitte Nse
Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri
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