Buffo (Titanbay): fondi evergreen, per le banche la sfida è gestire i rimborsi

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Ritratto in bianco e nero di un uomo con barba, indossa una camicia bianca e una cravatta a pois.

Con la diffusione degli ELTIF evergreen, le banche dovranno affrontare una crescente complessità operativa nella gestione dei rimborsi. Ludovico Buffo, responsabile wealth management Italia di Titanbay, spiega perché le infrastrutture tradizionali potrebbero non bastare e quale ruolo potranno giocare tecnologia e intelligenza artificiale.

A fine 2025 i fondi di private markets senza una scadenza prestabilita, i cosiddetti ELTIF evergreen, avevano in gestione circa 10 miliardi di euro in Europa, secondo le stime di Morningstar. Vista così, sembra ancora una fetta sottile dell’asset management europeo, ma la diffusione è solo agli inizi. Le banche italiane hanno stretto i primi accordi di distribuzione e, sempre più spesso, si sente parlare di asset class alternative nei portafogli degli investitori di fascia alta. La crescita delle sottoscrizioni e, in prospettiva, dei rimborsi dei fondi di private markets semiliquidi rappresenta però una sfida tecnica per gli istituti abituati a operare con i fondi tradizionali. La società tecnologica di private markets Titanbay, che ha rafforzato la propria presenza in Italia con la nomina di Ludovico Buffo a responsabile del wealth management per il Paese, punta a inserirsi in questa evoluzione del mercato. La vera sfida, spiega Buffo, non è sottoscrivere questi strumenti, ma gestirne i rimborsi su larga scala.

Dal punto di vista dell’investitore, sottoscrivere un fondo evergreen non sembra molto diverso dall’acquistare un fondo tradizionale. Ma che cosa cambia, dietro le quinte, per la banca che lo distribuisce?

L’atto di sottoscrizione per l’investitore finale non cambia sostanzialmente: è simile all’acquisto di un fondo tradizionale o di un ETF. Per la banca, invece, cambia parecchio. Le infrastrutture degli istituti di credito sono state sviluppate per il mondo dei mercati quotati e dei fondi UCITS, con NAV e negoziazioni giornaliere. I prodotti semiliquidi hanno caratteristiche differenti: lock-up, eventuali penalità per le uscite anticipate, limiti ai rimborsi e valorizzazioni meno frequenti. La sottoscrizione oggi viene già gestita, anche adattando i sistemi esistenti. Il problema più complesso riguarda invece i rimborsi, soprattutto quando i volumi aumenteranno.

Quali sono, concretamente, le difficoltà tecniche nella gestione dei rimborsi?

Per i prodotti semiliquidi è necessario monitorare le posizioni di ogni singolo investitore, verificando quando è entrato nel fondo e quali condizioni si applicano alla sua posizione. Se un prodotto prevede, per esempio, un periodo minimo di permanenza di dodici mesi, la banca deve poter verificare che il cliente abbia maturato il diritto a richiedere il rimborso. Oggi queste verifiche vengono ancora effettuate attraverso processi manuali o semiautomatici. Le masse investite sono relativamente contenute e questo consente di gestirle, ma quando i prodotti evergreen saranno presenti su larga scala nei portafogli serviranno processi tecnologici strutturati. Molti fondi sono stati lanciati soltanto negli ultimi due anni e non abbiamo ancora affrontato un flusso significativo di rimborsi”.

Le banche italiane dovranno quindi costruire nuove infrastrutture? I grandi gruppi possono svilupparle internamente?

È un problema comune alle banche di tutte le dimensioni. Per sviluppare internamente una tecnologia capace di gestire questi prodotti e monitorare le posizioni dei singoli investitori servono progetti pluriennali e investimenti molto importanti, sia economici sia in termini di risorse umane. Ci aspettiamo che la domanda di queste soluzioni aumenti nei prossimi sei-dodici mesi, mentre lo sviluppo di un’infrastruttura proprietaria richiederebbe diversi anni. Per questo anche le grandi banche potrebbero scegliere soluzioni esterne, così da ridurre il time to market. Per gli istituti medio-piccoli un’internalizzazione di questo tipo è difficilmente sostenibile. Del resto, molti di loro già condividono infrastrutture e investimenti attraverso consorzi tecnologici.

Gli investitori sono abituati a negoziare ETF e azioni a costi contenuti, talvolta prossimi allo zero. Quanto costa, invece, effettuare il rimborso di un fondo evergreen?

Esiste una grande variabilità, che dipende dalle caratteristiche del prodotto, dalla società di gestione e dalle politiche commerciali del distributore. Titanbay si occupa della parte tecnologica e operativa, non di quella commerciale. Bisogna però ricordare che questi strumenti sono progettati per investimenti di lungo periodo e hanno dinamiche di costo differenti rispetto a un ETF. Le eventuali penalità di uscita non servono necessariamente a generare maggiori margini per il gestore, ma possono avere la funzione di tutelare gli investitori che rimangono nel fondo. Il sottostante è costituito in misura importante da attività illiquide: per soddisfare richieste elevate di rimborso si potrebbe essere costretti a vendere asset, con conseguenze negative per gli investitori che restano”.

La possibilità di chiedere rimborsi periodici rischia di accorciare l’orizzonte di investimento degli evergreen? Avete già osservato investitori che liquidano le posizioni dopo uno o due anni?

È ancora presto per trarre conclusioni sul comportamento degli investitori. La maggior parte dei nuovi evergreen prevede un vincolo iniziale di permanenza, spesso di dodici mesi, e molti prodotti non hanno ancora superato questa fase. Non abbiamo quindi osservato un ciclo di mercato completo. Resta fondamentale comprendere che i fondi semiliquidi sono strumenti di lungo periodo. Una loro caratteristica è la presenza di gate, cioè di limiti alla percentuale del patrimonio che può essere rimborsata in un determinato periodo, per esempio un trimestre. Non considero questo meccanismo un difetto del prodotto: è uno strumento di tutela per evitare che richieste eccessive di rimborso penalizzino chi rimane investito.

Quanto è preparata la rete dei private banker italiani a proporre questi strumenti? La limitata liquidità può rappresentare un ostacolo anche per il consulente, abituato a ribilanciare frequentemente i portafogli?

“Credo che il problema principale sia un altro: la formazione. È necessario spiegare ai private banker e ai clienti finali le caratteristiche di questi prodotti e individuare gli investitori per i quali sono appropriati. Non ritengo invece che la possibilità di ribilanciare il portafoglio sia un ostacolo fondamentale: gli evergreen possono essere ribilanciati, anche se non quotidianamente come un ETF, e devono essere inseriti nella componente di lungo termine dell’asset allocation. Sono diversi dai fondi chiusi tradizionali, nei quali il capitale può restare vincolato per otto-dieci anni. In Europa e nel Regno Unito riscontriamo una maggiore familiarità con questi strumenti, sia tra i consulenti sia tra gli investitori. In Italia siamo ancora all’inizio, ma ci aspettiamo una crescita importante della loro presenza nei portafogli.

Titanbay si definisce una società AI-native. Come utilizzate concretamente l’intelligenza artificiale per gestire queste complessità?

L’intelligenza artificiale è al centro del nostro modello operativo. Gran parte del codice viene scritto con l’ausilio di agenti AI, permettendoci di sviluppare rapidamente nuove funzionalità, integrazioni e regole specifiche dei fondi, con un controllo umano sull’output. Possiamo utilizzare l’AI anche per leggere la documentazione e le comunicazioni dei fondi e codificare le condizioni applicabili agli investitori. Ogni fondo presenta condizioni specifiche di sottoscrizione e rimborso: senza questi strumenti, aggiungerlo all’offerta richiederebbe molto più lavoro. Inoltre, la nostra tecnologia può integrarsi direttamente con i sistemi di core banking esistenti, senza richiedere alle banche di sostituire le proprie infrastrutture. Il nostro obiettivo in Italia è supportare gli intermediari nell’ampliamento dell’accesso ai mercati privati.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.