Il Tondo Doni e gli nft: se gli Uffizi diventano digitali

Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
3.12.2021
Tempo di lettura: 5'
La Galleria degli Uffizi ha fatto riprodurre in nove copie digitali "Nft" il dipinto di Michelangelo Buonarroti Tondo Doni. La prima di queste “copie” è stata venduta per 240mila euro. In ossequio alla visione del direttore della Galleria, Eike Schmidt, secondo cui il museo è un'azienda, gli Uffizi ripeteranno il redditizio esperimento con altre opere. Dal punto vista legale, non esistono impedimenti. Da quello dell'arte, che pure accetta la novità di buon grado, non sottolineare le differenze tra opera materica e digitale è un errore

Prologo: se il Tondo Doni di Michelangelo si tramuta in Nft


È notizia dello scorso maggio 2021 che la Galleria degli Uffizi di Firenze ha riprodotto in forma digitale una serie numerata di nove esemplari del dipinto di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Tondo Doni (1503–1504), uno dei quali sarebbe già stato venduto ad una collezionista romana per 240mila euro.

L'iniziativa è il risultato di un accordo tra gli Uffizi e Cinello s.r.l., una società fiorentina, fondata da due ingegneri informatici, John Blem e Franco Losi. Dal sito www.cinello.com risulta che le riproduzioni, qualificate come Digital Art Work o mediante l'acronimo DAW®, che è anche un marchio registrato, siano il risultato di una nuova tecnologia protetta da un brevetto internazionale e gestita da una piattaforma dotata di elevati standard di protezione (dalla falsificazione o dal furto), nel rispetto di “tutti gli obblighi e i requisiti delle opere d'arte, l'unicità in primis”. Il sito riporta l'opinione di James Bradburne, collega di Schmidt e Direttore della Pinacoteca di Brera, che si interroga sulla natura del DAW® “è una riproduzione, una copia oppure un nuovo originale? Non vediamo le cose in contrasto. Piuttosto vediamo l'iniziativa di Cinello in uno spettro in cui sono situate le opere che ci portano verso un approfondimento del nostro rapporto con la cultura.” Dal sito si apprende inoltre che il DAW® è un'edizione limitata: “un multiplo digitale di un capolavoro della storia dell'arte ... certificato, in scala 1:1 esattamente come l'originale, protetto con un sistema di crittografia digitale brevettato”.

Ciascun DAW® risulta incopiabile e pertanto ne è garantita l'unicità. Per ogni DAW viene creato un token Nft (non fungible token) sulla blockchain che ne certifica la proprietà. Ogni DAW® è creato con il consenso del museo che ospita l'opera d'arte ed è accompagnato da un certificato di autenticità firmato da Cinello e dal Museo stesso. Le riproduzioni digitali di numerose altre opere sono in programma per gli Uffizi, anche in considerazione del successo commerciale dell'iniziativa. Quali sono le implicazioni da un punto di vista legale e storico artistico della riproduzione del Tondo Doni tramite Nft?
Tondo Doni nft
La Sacra Famiglia rappresentata nel Tondo Doni di Michelangelo, conservata agli Uffizi e oggi tradotta anche in Nft

Commerciale equivale a corretto? (GC)


In una recente intervista Eike Schmidt, direttore della Galleria degli Uffizi ha dichiarato che un museo è un'azienda e, forse in modo provocatorio, ha aggiunto che se in Italia l'arte fosse valorizzata come il calcio, potrebbe produrre qualche miliardo.

Se il Decreto Musei del 2014 ha assegnato ai musei statali autonomia amministrativa e finanziaria, l'affermazione del Direttore degli Uffizi non dovrebbe suscitare particolari sorprese: è normale che il soggetto a capo di un'azienda, anche se in mano pubblica, debba gestire oculatamente entrate ed uscite al fine di assicurare un equilibrio finanziario.

Sono note le voci contrarie che nel corso degli anni si sono levate contro alcune iniziative da parte di direttori di musei, giudicate eccessivamente commerciali e poco consone alla missione dei musei ed al ruolo dei direttori, quasi come se questi ultimi rivestano il ruolo di una moderna vestale la cui missione sia quella di assicurare la sacralità di un tempio e di ciò che vi sia custodito. Vorrei ricordare la mostra organizzata dalla Galleria Borghese nel 2015 dal titolo Couture-Sculpture.

Azzedine Alaïa in the History of Fashion e le severe critiche rivolte alla direttrice della Galleria per aver attuato una contaminazione tra arte e moda ospitando le creazioni dello stilista franco-tunisino. Oppure le polemiche suscitate dalla visita della scorsa estate di Chiara Ferragni, sempre alla Galleria degli Uffizi, ampiamente pubblicizzata sui social, che causò un aumento del numero dei visitatori del 24 % nel giro di pochi giorni.

Con riferimento alle riproduzioni digitali realizzate con l'autorizzazione del Direttore degli Uffizi, se contribuiscono a generare un fatturato anche importante a vantaggio del museo, io sono dell'avviso che non solo siano giustificate, ma anche auspicabili. Nessuno, del resto, si scandalizza se un museo vende cartoline o manifesti che riproducano le opere esposte.

In base agli articoli 107 e 108 del Codice dei beni culturali, il Ministero della Cultura deve autorizzare le riproduzioni di beni culturali che abbiano in consegna, previa riscossione di un canone di con- cessione. In questo caso, poiché la riproduzione è avvenuta in base ad un accordo tra gli Uffizi e Cinello, la necessità dell'autorizzazione probabilmente è superata. La stampa ha riferito che il prezzo di uno dei nove esemplari, al netto delle spese di realizzazione è stato ripartito in misura paritetica tra Museo ed azienda fiorentina. Il vantaggio economico che il primo ne ha ricavato è sicuramente superiore a quello della vendita di migliaia di cartoline che riproducano la stessa opera!

Che poi ciascun esemplare digitale sia qualificabile come “riproduzione, copia oppure nuovo originale” e valga 240.000 euro, se ne può discutere. Anche io, parafrasando Bradburne, non vedo le cose in contrasto, almeno da un punto di vista legale. Ma forse le riflessioni storico-artistiche portano ad una diversa conclusione?

Come nel Tondo Doni, la transizione dal vecchio al nuovo (SH)


Al di là della sua funzione ufficiale come commissione per commemorare un matrimonio, il Tondo Doni di Michelangelo ci mostra un mondo in transizione - le figure maschili atletiche sullo sfondo rappresentano il vecchio mondo pagano e i santi in primo piano rappresentano il nuovo mondo cristiano. Il vecchio mondo è piccolo e si allontana, mentre il nuovo è grande e viene verso di noi con tutta la sua forza. Oggi siamo testimoni di una congiuntura simile, dove stiamo cercando di trovare il modo di far coesistere il vecchio mondo della pittura e il nuovo mondo digitale dell'Nft. Come per noi oggi, il quadro di Michelangelo racconta come questo momento di transizione possa aver suscitato sia paura, per ciò che poteva essere perso, sia eccitazione, per ciò che poteva essere guadagnato.

Michelangelo riconobbe, tuttavia, che i due mondi rappresentati nel suo dipinto non erano gli stessi. E noi? Vogliamo davvero credere che gli Nft siano uguali al quadro? Sono davvero, come vengono commercializzati, “originali”, “unici” o “autentici”, “nuovi originali”, “esattamente come l'originale”? Sono “opere d'arte”? Richiedono “certificati di autenticità” firmati da un museo?

Aggrapparsi nostalgicamente alla “vecchia” nozione di originalità nel mondo di oggi sta diventando sempre più assurdo. Ma forse è il momento di ripensare la terminologia usata per descrivere e commercializzare queste “nuove” opere. I musei sono liberi di coniare Nft delle loro opere, e il loro bisogno di trovare modi per sopravvivere economicamente è giustificato, ma il loro dovere è anche quello di educare. La terminologia “esattamente come l'originale” è fuorviante. Mettendo da parte i giudizi di valore, c'è un mondo di differenza tra la “copia digitale” e l'oggetto originale creato da Michelangelo. Possono essere entrambi unici, ma l'Nft è un'opera digitale, creata sulla stessa scala della prima, con un computer. La sua realizzazione richiede una grande abilità tecnologica, e senza l'elettricità (dobbiamo riconoscerlo) non ci rimane nulla da vedere. Il dipinto è stato realizzato da un grande artista su un pannello di legno proveniente da un albero. Lo dipinse con la tempera grassa, un'antica preparazione di colore che combinava pigmenti di colore realizzati secondo preziose ricette segrete. La forma dell'oggetto fisico è un tondo, e l'elaborata cornice creata per il dipinto è stata accuratamente scolpita, come se fosse una scultura, dal maestro fiorentino Francesco Tasso nell'intricata e delicata tecnica dell'intaglio del legno fiorentino. La cornice è essa stessa un capolavoro scultoreo, altamente tattile, con le teste delle figure che sporgono e si intromettono nel nostro spazio. La brillantezza di questo quadro nella sua cornice originale è proprio la sua qualità tridimensionale o scultorea. Non spiegare le differenze tra il quadro e l'Nft significa eliminare il vecchio mondo a favore del nuovo piuttosto che cercare di tenerli insieme.
Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
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Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

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