Da ancora del mondo a variabile instabile: gli Stati Uniti del 2025 non rappresentano più il punto fermo della finanza globale, ma piuttosto un fattore di incertezza. La seconda presidenza Trump ha contribuito a sgretolare il sistema su cui si basava da decenni l’equilibrio dei mercati: affidabilità istituzionale, rendimenti costanti, forza valutaria. Tutti questi pilastri oggi traballano. Per la prima volta da metà Novecento, il rischio percepito non arriva da uno “stato canaglia” ma, paradossalmente, da Washington. Gli investitori, che una volta consideravano Wall Street e la Federal Reserve come l’ombelico della stabilità, oggi guardano ora altrove verso asset che, fino a ieri, sarebbero sembrati azzardi. Ce ne parlano Xavier Hovasse e Naomi Waistell, Co-Gestori del Fondo Carmignac Portfolio Emergents.
Una nuova architettura globale in crisi
Per decenni, l’equilibrio della finanza mondiale si è basato su ruoli consolidati: l’Asia come polo manifatturiero a basso costo, l’Europa come centro del consumo e del lusso, gli Stati Uniti come garanzia di innovazione tecnologica e stabilità istituzionale. Questa architettura oggi si sta sgretolando sotto i colpi di un nuovo ordine economico che non ha più Washington come perno.
“Non basta più investire negli Stati Uniti per garantirsi rendimenti stabili: gli investitori devono cercare altrove, in mercati che un tempo avrebbero escluso a priori”, osserva Hovasse.
Questa ridefinizione dei ruoli globali non è episodica. La rielezione di Trump ha funzionato da detonatore, accelerando la disgregazione di un assetto già in tensione e rendendo evidenti le vulnerabilità della prima economia mondiale.
Gli Stati Uniti come nuovo rischio sistemico
Il secondo mandato di Trump ha introdotto una serie di discontinuità strutturali: tensioni istituzionali persistenti, scontro con le agenzie federali, politica commerciale aggressiva e una gestione fiscale polarizzante. Tutti questi elementi hanno eroso la fiducia nella solidità americana.
“L’elemento più rilevante è l’erosione del concetto di risk-free asset: oggi non possiamo più dire che i Treasury statunitensi siano immuni da volatilità e shock“, spiega Waistell.
La credibilità istituzionale degli Stati Uniti, infatti, sembra essere stata scalfita. Secondo Politico US, il Congresso è polarizzato e anche Time sottolinea come la Corte Suprema sia oggetto di un forte scontro ideologico. Allo stesso tempo, riporta CBS News, l’Esecutivo sta accentrando il potere in un clima di instabilità normativa, come dimostrato dalla risposta di Trump alle proteste di Los Angeles. A livello macroeconomico, il deficit federale è tornato a livelli preoccupanti mentre, riporta Reuters, l’indipendenza della Federal Reserve è messa in discussione da pressioni politiche sempre più esplicite. In questo contesto, gli Stati Uniti si comportano, secondo i due gestori, “come un tipico mercato emergente: instabile, poco prevedibile, con un rischio politico sistemico crescente”.
Flussi di capitale in fuga da Wall Street
La reazione dei mercati è stata rapida. Il 2025 ha visto una progressiva fuoriuscita di capitali dagli asset statunitensi, con un calo evidente della domanda di Treasury e un indebolimento costante del dollaro su base multilaterale.
“Ci troviamo in un contesto paradossale: in uno scenario di avversione al rischio, normalmente si vedrebbe una corsa al dollaro e ai titoli di stato americani. Oggi sta accadendo l’esatto contrario“, sottolinea Hovasse.
Nel primo semestre dell’anno, il dollaro si è deprezzato contro tutte le principali valute dei mercati emergenti, un’inversione di tendenza che non si osservava da oltre un decennio. I rendimenti dei Treasury sono aumentati a causa del rischio sovrano percepito, e non per un rafforzamento della crescita. Questo movimento ha aperto spazio a una riallocazione degli investimenti verso asset ritenuti un tempo marginali.
Waistell aggiunge: “Gli investitori stanno finalmente riconoscendo che la vera diversificazione geografica richiede oggi uno sguardo nuovo, fuori dagli schemi tradizionali. E i mercati emergenti, in questo contesto, stanno beneficiando di una rinnovata attenzione“.
Il declino del dollaro come valuta rifugio
Uno degli indicatori più emblematici di questo cambiamento è il comportamento del dollaro. L’indice DXY ha perso terreno costantemente nei confronti delle principali valute emergenti nel 2025, nonostante l’inflazione USA sia rientrata nei target della Fed e nonostante l’economia continui a crescere, seppur a ritmi moderati.
“Il declino del dollaro non è legato a un problema macroeconomico immediato, ma a un deterioramento strutturale della fiducia internazionale“, chiarisce Hovasse.
Il fenomeno è visibile anche nei flussi verso i fondi obbligazionari in valuta locale dei mercati emergenti, che hanno registrato afflussi record nel secondo trimestre 2025. La narrazione del “dollaro forte” come ancora globale ha ceduto il passo a una realtà dove il rischio sistemico percepito negli Stati Uniti supera quello di alcune economie emergenti stabili e ben gestite.
I rendimenti dei Treasury? Meno appetibili degli emergenti
Alla luce di questo scenario, anche il benchmark tradizionale dei portafogli istituzionali — i titoli del Tesoro statunitensi — perde attrattiva.
“I Treasury oggi offrono un premio al rischio insufficiente rispetto al contesto di instabilità“, spiega Waistell.
Nel confronto diretto, le obbligazioni in valuta locale emesse da economie emergenti — Brasile, Indonesia, Messico — risultano più interessanti in termini di rendimento reale e rischio aggiustato. La curva dei rendimenti USA è tornata a inclinarsi in modo anomalo, segnalando incertezza sul medio termine.
“È difficile giustificare un’esposizione pesante al debito USA quando si possono ottenere rendimenti reali positivi e maggiore stabilità fiscale in altri contesti”, conclude Hovasse.
Una nuova geografia per il capitale globale
Il risultato di questo movimento non è solo tecnico, ma geopolitico. Le allocazioni si stanno spostando verso mercati che, fino a poco fa, erano considerati troppo rischiosi. Oggi, paesi come Cina, India, Messico o Brasile offrono maggiore coerenza tra politica fiscale, monetaria e quadro istituzionale.
“Non è un gioco a somma zero — chiarisce Waistell — ma una trasformazione profonda nella percezione globale del rischio. Gli investitori non stanno solo fuggendo dagli Stati Uniti, stanno scoprendo nuove ancore di stabilità“.
Il Fondo Carmignac Portfolio Emergents ha incrementato in modo significativo la sua esposizione ad asset in valuta locale, privilegiando economie con surplus di bilancio, bassa inflazione e crescita demografica sostenibile.
Il secondo mandato Trump ha dunque reso più evidente un fenomeno già in atto: il mondo finanziario non è più centrato su un unico epicentro. Le regole del gioco sono cambiate. E oggi, paradossalmente, l’America appare più come un’incognita che come un porto sicuro.
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