La riunione della Fed di settembre non ha deluso le attese degli osservatori: un taglio dei tassi di 25 punti base, che ha riportato il tasso overnight nella forchetta del 4,00–4,25%. Nessun colpo di scena, ma piuttosto la conferma delle attese del mercato: tassi più bassi, all’interno di un percorso che resta incerto. Al di là del dato tecnico, la decisione della Fed ha messo in luce la tensione tra le aspettative di inflazione e la necessità di sostenere la crescita, offrendo spunti che intrecciano politica, economia e mercati finanziari e restituendo un quadro che suggerisce prudenza e disciplina. Daniel Siluk, Head of Global Short Duration and Liquidity di Janus Henderson Investors, ci spiega perché.
Una decisione attesa, ma non priva di contrasti
La Federal Reserve ha scelto a settembre di ridurre i tassi di 25 punti base, fissando l’intervallo del tasso overnight tra il 4,00% e il 4,25%. Una decisione che, pur essendo ampiamente anticipata dai mercati, ha evidenziato la difficoltà della banca centrale nel bilanciare i due pilastri del suo mandato: piena occupazione e stabilità dei prezzi.
“Negli ultimi mesi – spiega Siluk – la revisione al ribasso della crescita delle buste paga e l’andamento dell’inflazione hanno aperto spazi di manovra per un allentamento. Tuttavia, la contraddizione con la Sintesi delle Proiezioni Economiche, che guarda a una crescita più robusta e a un’inflazione più alta nel 2026, resta evidente. Nonostante Powell non abbia fornito una spiegazione elegante per giustificare questa decisione, la Fed merita probabilmente il beneficio del dubbio sul fatto che l’influenza politica non sia stata un fattore determinante”.
Occupazione debole, inflazione resiliente
Negli ultimi dodici mesi fino a marzo 2025 sono stati 900.000 i posti di lavoro rivisti al ribasso, con una media mensile scesa da 154.000 a 80.000 unità. Da aprile, l’aumento mensile si è ulteriormente contratto a circa 53.000.
“Come ha sottolineato Powell, questa dinamica riflette non solo la domanda, ma anche uno shock di offerta dovuto alle politiche migratorie restrittive. Nel frattempo, l’inflazione core è salita dal 2,6% di aprile al 2,9% di luglio, segnalando che il percorso verso il target del 2,0% è tutt’altro che concluso. Anche le aspettative del mercato, misurate dai TIPS, restano elevate: 2,47% a cinque anni e 2,39% a dieci anni. La Fed stessa ha rivisto al rialzo la propria stima dell’inflazione core per il 2026 dal 2,4% al 2,6% con l’idea che solo due anni dopo possa scendere al 2,0%“.
Politiche economiche e consumi in primo piano
Se da un lato il quadro di occupazione e inflazione descrive una dinamica contrastata, dall’altro la Fed aveva già scelto di sospendere i tagli nel dicembre 2024 per tenere conto delle politiche pro-crescita dell’amministrazione Trump, tra deregolamentazione, riforma fiscale e dazi.
“Finora le imprese sono riuscite ad assorbire l’impatto delle tariffe – ricorda Siluk – ma resta da capire se queste finiranno per consolidare aspettative di inflazione più persistenti. In parallelo, l’economia statunitense ha mostrato segnali di solidità: dopo il rallentamento di inizio anno, i consumi personali hanno ripreso a trainare il PIL nel secondo trimestre, come confermato dal GDP Now della Fed di Atlanta anche per il trimestre successivo. A questo si aggiungono le indicazioni provenienti dal settore aziendale, con utili che riflettono una crescita stabile e che, in quanto fattore predittivo, rafforzano la percezione di una resilienza economica destinata a protrarsi nei prossimi due anni. Un quadro che, pur sostenendo la traiettoria di crescita, apre interrogativi importanti sul modo in cui gli investitori dovranno adattare le proprie strategie di portafoglio”.
Rendimenti compressi e nuove sfide per gli investitori
Se la resilienza dei consumi e degli utili aziendali offre un quadro di continuità alla crescita, il contesto obbligazionario presenta criticità non trascurabili. Con la riunione di settembre, la Fed ha tracciato la rotta verso una politica più accomodante nei prossimi quindici mesi, senza però sorprendere i mercati, che avevano già incorporato nei prezzi gran parte dell’effetto dei tagli. Il risultato è una compressione dei rendimenti che costringe gli investitori a riconsiderare le proprie strategie.
“La tentazione di estendere la duration o di aumentare l’esposizione a debitori di qualità inferiore è forte – conclude Siluk – ma non crediamo che valga la pena rischiare estendendo la duration negli Stati Uniti, poiché l’inflazione resta un rischio tutt’altro che risolto”. La via d’uscita, piuttosto, passa per la diversificazione: ampliare l’universo obbligazionario, guardando ai mercati in cui i tassi hanno ancora margini di discesa e dove l’aggiustamento economico è già stato compiuto.

