La globalizzazione, intesa come un sistema di interconnessione totale e codipendenza economica è morta. Dopo anni in cui il modo stava diventando sempre più collegato e co-dipendente, ora quel periodo è finito.
Forse vedere in questo modo l’imposizione della politica tariffaria di Trump e l’obiettivo di produzione interna che sembra aver conquistato tutti i Paesi, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Italia alla Russia, passando anche per stati più piccoli, potrebbe essere un’esagerazione.
È chiaro, però, che il mondo sta andando incontro ad una profonda revisione politica ed economica. Come la pandemia del 2019 e lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina hanno reso evidente, la globalizzazione non è esente da rischi, si tratta di un sistema vulnerabile e ha bisogno di essere diversificato, ma non abbandonato.
Nuova era per il commercio: la produzione torna in patria
Le placche tettoniche del commercio mondiale si stanno spostando. Non si tratta di un movimento repentino, ma di un trend iniziato quasi vent’anni fa, ma solo recentemente si iniziano a sentire le scosse di assestamento.
La tendenza ad accorciare la catena di fornitura e riportare la produzione dei materiali in patria è evidente, ma i Paesi sono pronti a imporsi come nuove potenze manifatturiere? Realisticamente, è difficile immaginare che in breve tempo gli Stati Uniti possano raggiungere questo obiettivo. Eppure, “gli States hanno la capacità di diventare più autosufficienti, in particolare quando si tratta di prodotti di importanza critica, come i chip per computer, le forniture mediche e i prodotti farmaceutici”, secondo Steve Watson, portfolio manager di Capital Group.
Senza dubbio la nuova amministrazione repubblicana sta spingendo in questa direzione imponendo, da un lato, alti dazi sui Paesi che esportano negli Stati Uniti e, dall’altra parte, offrendo incentivi per le aziende che decidono di produrre dentro ai confini a stelle e strisce. Le aziende statunitensi, per prime, stanno iniziando a capire l’importanza di espandere le proprie attività in patria, una tendenza sottolineata dal recente impegno di Apple di investire 500miliardi di dollari nei prossimi quattro anni per la costruzione e messa a punto di nuovi impianti negli States. Ma lo stesso sta avvenendo anche per produttori stranieri che stanno seguendo uno schema simile. “Il produttore di chip per computer Taiwan Semiconductor è il manifesto di questo movimento, con la costruzione di nuovi impianti di produzione in Arizona, Germania e Giappone”, spiega l’esperto.
Dal globale al locale: le opportunità di investimento
Venti mutevoli, movimento tettonico, cambiamento radicale, insomma in qualunque modo si voglia vedere, questo ritorno al locale, come ogni trasformazione, porta con sé delle opportunità per gli investitori attenti e disposti a coglierle.
Con senno di poi, tutti gli shock di mercato del passato si sono dimostrati punti di ingresso interessanti per gli investitori pazienti focalizzati sul lungo termine e in grado di guardare oltre la momentanea incertezza. In conclusione, contro ogni aspettativa, la globalizzazione non sta finendo, sta evolvendo e si sta adattando a nuove circostanze. La strada che il commercio si trova davanti è accidentata, con molti negoziati da condurre e accordi da stringere, ma “finché l’obiettivo rimane la globalizzazione 2.0 e non l’isolazionismo, allora il futuro è luminoso”, conclude Watson.

