Quando passano in eredità, le azioni singole hanno un vantaggio fiscale anomalo rispetto alle quote di fondi d’investimento. La differenza sta soprattutto nel destino delle plusvalenze maturate: per le quote di fondi comuni ed Etf, cioè di Oicr, il trasferimento mortis causa è fiscalmente assimilato a una cessione e, quindi, la plusvalenza viene tassata al 26% (o al 12,5% nel caso dei titoli di Stato). Anche nelle polizze vita miste e nelle unit linked la componente finanziaria della prestazione resta fiscalmente rilevante, nonostante il capitale corrisposto al beneficiario sia escluso dall’imposta di successione.
Se invece passa in eredità un’azione, un’obbligazione o, più in generale, uno degli strumenti cui si applica la disciplina delle plusvalenze finanziarie dell’articolo 67 del Tuir (compresi i metalli preziosi allo stato grezzo o monetato), si applica un meccanismo molto diverso. L’articolo 68, comma 6, del Tuir stabilisce che, in caso di acquisto per successione, come costo fiscale si assume il valore definito o dichiarato ai fini dell’imposta di successione; per i titoli esenti dall’imposta, il valore normale alla data di apertura della successione. Tradotto in parole semplici: l’erede riceve le azioni e riparte da un nuovo valore fiscale di partenza, senza pagare alcuna tassa sulla plusvalenza latente accumulata dal defunto fino a quel momento.
Il paradosso di questa disparità? Che un portafoglio ben diversificato di azioni singole, pensato nella logica del “dopo di sé”, potrebbe rivelarsi più efficace come strumento per trasmettere valore a lungo termine agli eredi di molte altre soluzioni, proprio grazie alla sterilizzazione fiscale delle plusvalenze maturate. Anche per i titoli di Stato, acquistare titoli sotto la pari prima di una successione permette di sterilizzare fiscalmente le plusvalenze latenti.
Certo, la selezione iniziale delle azioni può fare una grande differenza e qui il “fai da te” poco informato può costare caro; ma il vantaggio fiscale è abbastanza ampio da poter assorbire anche una certa sottoperformance rispetto agli indici di riferimento. In parte questa considerazione suonerà provocatoria, ma mette anche in luce un’evidente anomalia fiscale: due portafogli economicamente molto simili possono essere trattati in maniera radicalmente diversa soltanto perché uno possiede direttamente i titoli e l’altro li detiene attraverso un fondo o una polizza.
Quanto può valere il vantaggio dopo 20 anni
Immaginiamo un 67enne benestante appena arrivato alla pensione, che prevede di aver accumulato più risorse di quante gliene serviranno per sostenere il suo stile di vita nell’ultima parte della vita; vende la prima casa, ormai sovradimensionata, e ottiene un’importante entrata di liquidità. Si sbloccano 200mila euro, che vengono investiti solo nell’ottica del “dopo di sé”, in attesa di passare il capitale ai figli: come cambierebbe il risultato finale dopo 20 anni, fra fondi e azioni acquistate direttamente?
Prendendo come ipotesi un rendimento composto annuo del 7% per un pacchetto di 50 azioni, a confronto con un Etf o un fondo azionario, il risultato finale sarebbe il seguente: un capitale lievitato a 773.936,87 euro, con 573.936,87 euro di plusvalenza. L’ipotesi di 50 titoli non elimina naturalmente tutti i rischi di una selezione azionaria: una ricerca del 2021 ha tuttavia stimato che un portafoglio di 40-50 azioni può ridurre del 90% il rischio diversificabile con un livello di confidenza del 90%.
Nell’ipotesi teorica di aver costruito un portafoglio azionario che ottiene esattamente lo stesso risultato del fondo, resterebbe una grande differenza di prelievo fiscale: il 26% dei 573.936,87 euro di plusvalenza vale circa 149.224 euro.
Direct indexing, diversificazione e nervi saldi
Al di là del vantaggio fiscale in sede successoria, il possesso diretto delle azioni presenta alcuni possibili svantaggi. I dividendi, ad esempio, non possono essere automaticamente accumulati nel patrimonio senza passare dalla tassazione in capo all’investitore, come invece accade all’interno di un Etf ad accumulazione. Ma soprattutto individuare una diversificazione sufficiente di azioni, distribuendo correttamente rischi societari, settoriali e geografici, è un’operazione che richiede competenze elevate. La tecnologia per esporsi direttamente agli indici attraverso l’acquisto delle singole azioni, peraltro, è già disponibile: si chiama direct indexing e negli Usa è diffusa da anni soprattutto nella gestione dei patrimoni più consistenti.
C’è poi un elemento psicologico importante: avendo direttamente il possesso delle azioni, la volatilità dei singoli titoli è tutta sotto gli occhi. Se ci si fa ingolosire da un guadagno di breve periodo e si vende uno dei grandi vincitori, il vantaggio fiscale descritto in precedenza viene in parte meno, perché la plusvalenza viene realizzata e tassata durante la vita dell’investitore. Allo stesso modo, vedere uno dei 50 titoli perdere il 30 o il 40% può indurre a intervenire anche quando la tesi di lungo periodo non è compromessa. Uno dei problemi delle strategie basate sulle azioni singole è proprio questo: gestirle senza emotività per decenni è una prova di nervi saldi.
Con tutte le cautele del caso, però, l’anomalia resta. Per quella porzione di patrimonio che un investitore sa già di voler lasciare alla generazione successiva e che può restare investita per quindici o vent’anni senza necessità di essere liquidata, la possibilità di non pagare il 26% sulla plusvalenza accumulata può valere più della diversificazione più estesa offerta da un fondo o da una polizza vita unit linked. La normativa finisce così per attribuire un vantaggio potenzialmente molto rilevante alla forma più elementare di investimento finanziario: possedere direttamente le azioni e non venderle fino alla morte. Letteralmente.

