Mercati emergenti, la rivincita dopo anni in ombra

Mercati emergenti, la rivincita dopo anni in ombra

Per gran parte degli ultimi 15 anni, i mercati emergenti (EM) sono stati associati a una certa delusione. Una percezione che oggi appare sempre più distante dalla trasformazione strutturale che questa asset class ha attraversato

Nell’ultimo periodo, i mercati emergenti sono stati considerati un’esposizione secondaria nella costruzione dei portafogli globali. Gli investitori si sono abituati a divari di performance rispetto ai mercati sviluppati, a ricorrenti timori macroeconomici e alla percezione di una volatilità più elevata.

La risposta degli investitori, forse comprensibile, è stata quella di ridurre progressivamente le allocazioni e concentrare il capitale nei mercati sviluppati, in particolare sull’azionario statunitense. Secondo Carmignac, tuttavia, è arrivato il momento di riconsiderare questa impostazione, in una fase in cui le fondamenta strutturali dell’universo emergente stanno cambiando in modo significativo.

Oggi le economie emergenti contribuiscono per circa il 40% al Pil mondiale e generano quasi il 70% della crescita reale incrementale a livello globale. Eppure, il loro peso negli indici azionari globali si ferma ad appena l’11%¹.

Per Naomi Waistell e Xavier Hovasse, co-gestori del Fondo Carmignac Emergents, questo divario riflette una lettura ormai datata dell’economia mondiale: “Non si tratta soltanto di una discrepanza nei numeri, ma di una valutazione errata della realtà economica globale. Molti investitori continuano a guardare ai mercati emergenti attraverso una lente superata, associandoli a fragilità, dipendenza dalle materie prime e limitata autonomia nelle scelte di politica economica. In realtà, oggi si tratta di economie più diversificate, sempre più autosufficienti e trainate dall’innovazione. Ignorare questa evoluzione significa sottopesare proprio le aree che stanno contribuendo maggiormente alla crescita globale”.

Dal beta a basso costo alla crescita strutturale

Tradizionalmente, la tesi a favore di un’esposizione ai mercati emergenti si fondava sulla possibilità di partecipare in modo amplificato ai cicli di crescita globale: un beta elevato, sostenuto dall’andamento delle materie prime e dalle condizioni di liquidità. Oggi, però, questo paradigma è cambiato.

L’universo dei mercati emergenti è oggi sempre più caratterizzato da leadership tecnologica, trasformazione industriale e crescita della domanda interna, in misura crescente autosostenuta e meno legata alla domanda proveniente dai mercati sviluppati.

“L’Asia, in particolare, è al centro dell’ecosistema globale dell’innovazione. Taiwan e Corea sono essenziali per la catena di approvvigionamento dei semiconduttori. La Cina è leader nella robotica, nei veicoli elettrici e nell’AI industriale. India e Sud-Est asiatico stanno trainando l’adozione digitale su larga scala”, affermano i gestori del Fondo Carmignac Emergents.

“È importante sottolineare che, a differenza dei mercati sviluppati, l’AI nei mercati emergenti non è solo una narrativa. È già integrata nell’economia reale, contribuendo a generare guadagni di produttività, riduzione dei costi e miglioramento dei margini”.

Fondamentali più solidi e qualità in miglioramento

Uno degli elementi meno valorizzati nella trasformazione dei mercati emergenti riguarda il rafforzamento della qualità, sia sul fronte societario sia su quello sovrano. Molte economie emergenti presentano oggi profili fiscali più ordinati rispetto a diversi mercati sviluppati. Anche le banche centrali hanno recuperato credibilità: i tassi reali si collocano sui livelli più elevati degli ultimi vent’anni, segnalando un’impostazione monetaria prudente e creando spazio per un eventuale allentamento quando l’inflazione sarà pienamente normalizzata.

Il cambiamento è visibile anche sul piano aziendale. I bilanci appaiono più robusti, la redditività del capitale proprio è in miglioramento e le politiche di allocazione del capitale risultano sempre più disciplinate. I rendimenti da dividendo sono diventati più interessanti, mentre i buyback hanno raggiunto livelli record in alcune aree dell’Asia. In Corea, gli annullamenti di azioni proprie sono saliti da 4.500 miliardi di won nel 2023 a quasi 18.000 miliardi nel 2025², a conferma di come le riforme di governance stiano favorendo un approccio più attento agli azionisti.

Waistell e Hovasse affermano: “Il tradizionale sconto qualitativo applicato ai mercati emergenti sta diventando sempre più obsoleto. Eppure, le valutazioni continuano a rifletterlo”.

L’indice MSCI Emerging Markets scambia a circa 11,9 volte gli utili attesi per il 2026, con uno sconto di circa il 43% rispetto alle azioni statunitensi e del 32% rispetto all’MSCI World. Per il 2026, l’azionario emergente dovrebbe registrare una crescita dell’EPS a metà-alta doppia cifra, nettamente superiore alle attese sui mercati sviluppati. Allo stesso tempo, il rapporto PEG, price/earnings-to-growth³, resta inferiore a 1x, contro circa 1,7x per i mercati sviluppati⁴.

“Questa combinazione di crescita più elevata e valutazioni più basse è rara. E storicamente ha rappresentato un potente driver di sovraperformance nel lungo periodo”, aggiungono i gestori.

Anche lo scenario macroeconomico contribuisce a sostenere l’asset class. Un dollaro statunitense meno forte attenua le pressioni sui bilanci e può favorire un miglioramento dei multipli dei mercati emergenti. L’inflazione si è normalizzata in gran parte dell’universo emergente e i tassi reali elevati offrono un carry interessante. In un contesto in cui i mercati sviluppati devono confrontarsi con crescita più debole, debito elevato e una marcata concentrazione degli indici azionari, l’attrattività relativa dei mercati emergenti sta cambiando, ma questo mutamento non sembra ancora pienamente incorporato nelle allocazioni della maggior parte degli investitori istituzionali.

Diversificazione e rischio di concentrazione nei portafogli globali

Nei portafogli globali si stanno accumulando rischi rilevanti, non sempre immediatamente visibili. Un’elevata esposizione all’azionario statunitense, unita alla forte concentrazione su poche grandi società tecnologiche, aumenta il rischio legato alle valutazioni, alla concentrazione e a un possibile cambio di leadership di mercato. In altre parole, le aziende che hanno sostenuto i rendimenti dell’ultimo decennio potrebbero essere progressivamente affiancate, o sostituite, da una nuova generazione di leader.

In questo scenario, i mercati emergenti offrono un profilo strutturalmente diverso. I loro motori di crescita sono più distribuiti tra aree geografiche, settori e temi di investimento, con una correlazione inferiore rispetto alle dinamiche che negli ultimi anni hanno guidato la performance dell’azionario statunitense.

Waistell e Hovasse evidenziano come la prossima fase dei mercati emergenti difficilmente sarà trainata da un beta generalizzato dell’asset class. La dispersione tra Paesi, comparti e singole società è in aumento. Per questo, gestione attiva, convinzione nelle scelte di investimento e selezione rigorosa dei titoli assumono un ruolo sempre più centrale.

“I vincitori non saranno i mercati nel loro complesso. Saranno specifiche società e temi individuati attraverso un’analisi approfondita e competenze sul campo”, aggiungono.

Secondo i gestori, mantenere un forte sottopeso sui mercati emergenti non può essere considerato una scelta neutrale: “I mercati emergenti non sono solo un’opportunità. Sono un rischio se ignorati. Gli investitori che restano sottopesati stanno di fatto facendo una forte scommessa implicita: che la crescita globale continuerà a essere dominata dalle economie sviluppate, che l’innovazione resterà concentrata in poche società statunitensi e che i divari di valutazione persisteranno indefinitamente. Sono ipotesi sempre più fragili”.

Il capitale globale continua a essere largamente sottopesato sui mercati emergenti rispetto al peso che queste economie hanno nell’economia mondiale. Se la percezione degli investitori dovesse cambiare, anche una riallocazione graduale potrebbe trasformarsi in un ulteriore fattore di sostegno per l’asset class.

Il team azionario di Carmignac specializzato nei mercati emergenti ritiene che questa classe di attivi stia vivendo un’evoluzione profonda: da componente ciclica a tema strutturale, da area periferica a motore centrale della crescita globale, da fonte di volatilità a possibile fonte di diversificazione e rendimento di lungo periodo. I fondamentali stanno migliorando, le valutazioni restano interessanti e il quadro macroeconomico appare sempre più favorevole.

“Stiamo assistendo non solo a un rimbalzo ciclico, ma a una trasformazione strutturale dell’asset class, che ne sta ridefinendo il ruolo nei portafogli globali”, concludono Waistell e Hovasse. “La vera domanda non è più se gli investitori debbano allocare nei mercati emergenti, ma se possano permettersi di non farlo”.

1Fonte: BoAML Research, Bloomberg, 12/01/2026.
2Fonte: NVIDIA, stime di BofA Global Research, ottobre 2025.
3PEG ratio: price/earnings to growth ratio.
4Fonti: MS Research, Bloomberg, 15/04/2026.


Carmignac Emergents A EUR Acc

ISIN: FR0010149302
Periodo minimo di investimento consigliato
5 anni

Livello di rischio*
4/7

Classificazione SFDR**
Articolo 9

*Scala di Rischio del KID (documento contenente le informazioni chiave). Il rischio 1 non significa che l’investimento sia privo di rischio. Questo indicatore può evolvere nel tempo. **Regolamento SFDR (Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari) 2019/2088. La classificazione SFDR dei Fondi può evolvere nel tempo.

Principali rischi del Fondo

Azionario: Le variazioni del prezzo delle azioni, la cui portata dipende da fattori economici esterni, dal volume dei titoli scambiati e dal livello di capitalizzazione delle società, possono incidere sulla performance del Fondo.
** Mercati Emergenti:** Le condizioni di funzionamento e di controllo dei mercati “emergenti” possono divergere dagli standard prevalenti nelle grandi borse internazionali e avere implicazioni sulle quotazioni degli strumenti quotati nei quali il Fondo può investire.
Cambio: Il rischio di cambio è connesso all’esposizione, mediante investimenti diretti ovvero utilizzando strumenti finanziari derivati, a una valuta diversa da quella di valorizzazione del Fondo.
Gestione Discrezionale: Le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari formulate dalla società di gestione esercitano un impatto diretto sulla performance del Fondo, che dipende dai titoli selezionati

L’investimento nel Fondo potrebbe comportare un rischio di perdita di capitale.

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con lunghi capelli scuri, che indossa un blazer su un top scuro, sorride leggermente e guarda l'obiettivo, su uno sfondo chiaro.

di Giulia Morena

Giornalista multimediale di We Wealth, è laureata in Management per l’Impresa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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