Tra escalation militari e assestamenti monetari, il 2025 si conferma un anno di forti transizioni per i mercati internazionali. Mentre il mondo osserva con inquietudine gli sviluppi nel Golfo Persico e l’Occidente rivede le proprie politiche energetiche. In un contesto dove potere, risorse energetiche e diplomazia si intrecciano, Edouard Carmignac sceglie ancora una volta di partire dalla storia per interpretare il presente. Nella sua ultima lettera trimestrale agli investitori, il fondatore dell’omonima casa di gestione francese offre una lettura densa e lucida degli eventi in corso e delle implicazioni per i portafogli globali.
Historia magistra vitae
“La lettura attenta della storia può aiutare a prevedere il futuro”, afferma Edouard Carmignac in apertura della sua più recente Lettre. Ed è proprio la storia, con la sua capacità di rivelare ambizioni, fallimenti e logiche ricorrenti, il filo conduttore dell’analisi firmata dal gestore francese. L’attenzione si concentra in particolare sull’escalation tra Israele e Iran, che secondo Carmignac non rappresenta solo un pericolo immediato, ma anche un possibile snodo di riequilibrio. È in questo contesto che il gestore intravede un “lato positivo”, anche se doloroso, nella crisi mediorientale: la possibilità che una risposta forte da parte dell’Occidente possa finalmente ridurre il potenziale destabilizzante del regime iraniano e riaprire spiragli per una soluzione diplomatica, come quella – ormai nota – promossa dall’Arabia Saudita a favore della creazione di uno Stato palestinese.
L’ambizione iraniana e il peso della storia imperiale
Nella sua lettura storica, Carmignac ricostruisce il ruolo specifico dell’Iran nella regione, chiarendo innanzitutto un punto identitario: “Anche se molti Iraniani non si considerano più esclusivamente Persiani, non sono Arabi”. Il riferimento all’antico impero achemenide di Dario – che dominava il Medio Oriente 500 anni prima di Cristo – serve a sottolineare la profondità storica di un’ambizione imperiale che non si è mai spenta.
“L’Iran moderno – osserva il gestore – ha dimostrato una capacità tecnologica notevole, in particolare nello sviluppo nucleare e nella costruzione di droni militari. Tuttavia, il vero punto strategico è l’uso politico dell’Islam radicale come leva d’influenza nei Paesi arabi“.
Una leva tanto più efficace grazie a due fattori: l’esistenza di Israele, comodo nemico esterno su cui concentrare le ostilità, e le diseguaglianze territoriali imposte dalla linea Sykes-Picot del 1916, che hanno lasciato molte delle aree più popolose del Medio Oriente escluse dalla gestione delle risorse petrolifere.
Il 7 ottobre e lo stop alla pace saudita
Non è quindi un caso, sottolinea Carmignac, che il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre sia avvenuto proprio mentre un piano di pace sostenuto dall’Arabia Saudita stava per essere annunciato.
“Il progetto – osserva Carmignac – prevedeva la nascita di uno Stato palestinese finanziato e riconosciuto nel mondo arabo sunnita: questo avrebbe rappresentato una minaccia diretta all’influenza iraniana sulla regione“.
La controffensiva militare di Israele, sostenuta anche da interventi aerei statunitensi, non ha portato al collasso del regime iraniano”. Tuttavia, secondo Carmignac, essa ha conseguito due obiettivi strategici: ritardare i progressi sul programma nucleare e lanciare un messaggio di deterrenza contro ulteriori destabilizzazioni.
“Illusorio? Non necessariamente, soprattutto se nei prossimi mesi dovesse tornare in auge l’iniziativa saudita, che rappresenterebbe un nuovo paradigma di equilibrio arabo-israeliano”.
Implicazioni di mercato: petrolio, Europa e banche centrali
Le ricadute sui mercati non si sono fatte attendere. Secondo Carmignac, la reazione internazionale improntata a una linea di contenimento, più che di scontro diretto, ha contribuito a ridurre il premio al rischio sugli asset globali e ha spinto al ribasso il prezzo del petrolio. “Questo sviluppo ha avuto un effetto positivo in particolare sull’Europa, che si trova ora in una posizione più favorevole sia sul piano energetico che su quello macroeconomico“.
A questo si aggiunge l’attivazione del massiccio piano di stimoli economici in Germania promosso da Friedrich Merz, il cui approccio Carmignac non esita a definire come ‘all’avanguardia’. Sul fronte monetario, il calo dell’inflazione a livello globale ha favorito un cambio di passo da parte delle banche centrali, ora più inclini a politiche accomodanti.
Unica incognita – citata già nella precedente lettera – erano le minacce protezionistiche di Donald Trump, ma anche queste, a luglio 2025, sembrano aver perso vigore.
Tecnologia USA e mercati emergenti: le nuove frontiere
In un contesto di rinnovata fiducia macro e di ridimensionamento del rischio geopolitico, Carmignac conferma un atteggiamento cauto nei confronti degli asset statunitensi.
“Manteniamo un’esposizione ridotta al dollaro – spiega il gestore – e restiamo sottopesati su obbligazioni e azioni USA. L’unica eccezione significativa è rappresentata dal settore tecnologico, in particolare da quei titoli protagonisti della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che continuiamo a ritenere centrali per la creazione di valore”.
Contestualmente, l’indebolimento del dollaro e il calo dei tassi offrono un’opportunità interessante nei mercati emergenti, che appaiono ancora sottovalutati e dotati di fondamentali solidi.
“Non solo offrono interessanti opportunità d’investimento – osserva Carmignac – ma restano ancora trascurati da molti gestori tradizionali. In un portafoglio ben bilanciato, l’allocazione verso questi mercati rappresenta oggi un’opzione strategica più che tattica“.
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