L’estate doveva segnare l’inizio di una nuova ondata inflazionistica negli Stati Uniti e, a giudicare dagli ultimi dati, le aspettative stanno diventando realtà. Secondo il Bureau of Labor Statistics, a giugno 2025 l’indice dei prezzi al consumo è infatti salito del 2,7% su base annua, in accelerazione rispetto al 2,4% di maggio, mentre su base mensile si registra un incremento dello 0,3%. Mentre le stime vengono aggiornate, le aspettative si rimodellano, con le imprese statunitensi che sembrano riuscire ad assorbire parte dei costi nei margini o ritardarli strategicamente. Ma cosa sta accadendo davvero nei meccanismi di trasmissione inflazionistica? Ce lo spiega Jenna Barnard, Head of Global Bonds di Janus Henderson Investors.
Il contesto: da aspettative inflattive a dati confermati
Dopo il rilancio della politica tariffaria statunitense, molti analisti avevano previsto un’accelerazione significativa dell’inflazione core già a partire da maggio-giugno 2025. Le attese si basavano su esperienze precedenti, in particolare sull’impatto che dazi mirati avevano avuto tra il 2018 e il 2019 su prodotti come lavatrici e componentistica. Si ipotizzava, in media, un passaggio ai prezzi al consumo pari al 60–70% del valore tariffario, da realizzarsi nell’arco di tre-cinque mesi. I dati di giugno, ora ufficiali, confermano queste previsioni.
“Si trattava di uno dei momenti più attesi per misurare l’effetto dei dazi – osserva Barnard– e i numeri appena diffusi confermano che il meccanismo di trasmissione inflazionistica ha effettivamente iniziato a prendere forma nei dati ufficiali“.
Uno stress test per i modelli previsionali
Se nelle scorse settimane si parlava di delusione rispetto alle stime, ora la narrazione cambia. I modelli previsionali, costruiti spesso su esperienze limitate come quella dei dazi del 2018–2019, sono parzialmente confermati dai dati di giugno. Ma il quadro che ne emerge è più complesso del previsto: le traiettorie sono corrette, ma la velocità e l’intensità del pass-through sono più variabili.
“Le stime si basavano su un passaggio del 60–70% dei dazi ai consumatori in un arco di tre-cinque mesi- spiega Barnard – e ora vediamo che l’impatto c’è, ma si manifesta con una gradualità che riflette la complessità del contesto competitivo, regolamentare e psicologico“.
Questa nuova fase non smentisce completamente i modelli, ma li costringe a integrare nuovi fattori dinamici: tempi di risposta aziendale, stock importati in anticipo, e un consumatore meno reattivo ai piccoli scostamenti di prezzo.
Tempo, la variabile decisiva nella trasmissione
Uno dei fattori più dibattuti è la tempistica del pass-through. In molti settori, le imprese hanno anticipato le importazioni per evitare l’ondata di rincari, accumulando scorte che oggi stanno progressivamente smaltendo. Inoltre, il clima politico incerto e la possibilità di ritorsioni regolamentari hanno spinto le grandi aziende ad adottare strategie di pricing più caute, diluendo l’aumento dei prezzi su un orizzonte annuale, anziché concentrarlo in pochi mesi.
“Le imprese non vogliono essere le prime a muoversi in modo aggressivo – sottolinea Barnard – e preferiscono monitorare la concorrenza prima di adeguare i prezzi. Tuttavia, i dati di giugno indicano che il passaggio ai consumatori è ormai iniziato, seppur con modalità graduali e selettive“.
Il mercato automobilistico resta un esempio chiave: sebbene le auto nuove non abbiano ancora registrato rincari consistenti, le proiezioni aggiornate suggeriscono un’accelerazione nella seconda metà dell’anno.
Dove finiscono i dazi? Tra margini e pricing power
Oltre al fattore tempo, è la scala dell’impatto a essere meno intensa del previsto solo fino a poche settimane fa. In settori altamente competitivi come lo sportswear, le aziende stanno ancora assorbendo parte dei costi tariffari nei margini, ma ora cominciano ad affacciarsi anche aumenti visibili nei listini. Il sondaggio KPMG di giugno rivelava che il 57% delle imprese aveva registrato una contrazione dei margini, mentre il 77% dichiarava di valutare aumenti dei prezzi pari o superiori al 5% nei prossimi sei mesi.
“Le pressioni sui margini sono reali – osserva Barnard – ma i dati sull’inflazione core confermano che una parte del peso sta passando al consumatore, soprattutto nei settori meno protetti dalla concorrenza“.
Questo primo segnale visibile nei dati ufficiali, tuttavia, non implica che il meccanismo di trasmissione sia completo o uniforme: permangono ampie differenze tra settori, e il ruolo delle strategie aziendali resta centrale nel determinare la velocità e la portata dell’aggiustamento inflattivo.
Cosa ci dicono i dati di giugno: primi effetti, ma percorso ancora aperto
Alla luce dei dati di giugno, possiamo affermare che l’inflazione legata ai dazi è ora visibile nei numeri ufficiali. I dati del Bureau of Labor Statistics mostrano una chiara accelerazione e che l’effetto tariffario, dunque, non è più soltanto un’ipotesi: si sta manifestando in maniera progressiva, coerente con le dinamiche di assorbimento e pass-through descritte nei mesi scorsi.
“Questi numeri confermano che il picco inflazionistico, seppure non in maniera esplosiva, è effettivamente in atto – conclude Barnard – e che il ritardo nel pricing non esclude la forza del trend sottostante. La traiettoria dei prossimi mesi dipenderà molto da quanto le imprese saranno ancora disposte a sacrificare i margini e da quanto il consumatore riuscirà ad assorbire nuovi aumenti. La Federal Reserve, ora, dispone di una base concreta su cui calibrare le prossime decisioni sui tassi di interesse. E la reattività della politica monetaria sarà il vero snodo per capire se i dazi innescheranno soltanto un’onda breve o una nuova fase inflazionistica strutturale”.

