Un uomo completamente razionale, che ha di fronte a sé delle informazioni perfette e complete, che non si fa condizionare da fattori esterni o emotivi, ma solo da principi egoistici e di guadagno. Questo dovrebbe essere l’“investitore perfetto” secondo la teoria economica classica, il cosiddetto homo economicus.
Questa teoria ignora però l’impatto delle dinamiche psicologiche, degli elementi cognitivi e delle variabili emozionali sul processo decisionale di un investitore privato.
Nella vita di tutti i giorni, lontano dai libri di teoria, a fronte di tante informazioni da elaborare, la mente cerca delle scorciatoie che semplificano l’interpretazione dei dati, così da riuscire a prendere le decisioni più rapidamente.
Se da un lato questo processo sembra agevolare l’investitore, dall’altro può condurre a ‘errori di valutazione’, che in psicologia vengono definiti ‘bias cognitivi’.
Per comprendere tutto ciò entra in gioco la finanza comportamentale.
Dall’uomo perfetto a quello irrazionale: l’impatto delle emozioni
A metà degli anni Settanta diversi studiosi hanno iniziato a mettere in dubbio il paradigma dell’homo economicus, evidenziandone i chiari limiti nella vita di tutti i giorni, lontana dai libri teorici. Kahneman e Tversky, i due accademici che oggi sono considerati i fondatori della finanza comportamentale, sono partiti dall’idea che per comprendere le azioni individuali occorre analizzare più a fondo i meccanismi emotivi e cognitivi, perché sono proprio questi ultimi a influenzare le scelte degli investitori.
Questi sono proprio stati i primi passi verso la finanza comportamentale, che non è semplicemente una fra le tante branche della finanza tradizionale, ma un nuovo mondo che rivoluziona come il comportamento e gli errori degli investitori possono essere interpretati.
Ma, per semplificare, che cos’è effettivamente la finanza comportamentale? Nonostante non esista una definizione univoca di tale corrente di studio e di pensiero, Richard Thaler – autore del best seller “La spinta gentile” – la definisce ‘open-minded finance’, ovvero una finanza dalle larghe vedute. Insomma, seguire i precetti della finanza comportamentale significa ammettere che gli individui pensano e decidono con forme di razionalità diverse e gli eventi che attraversano la vita degli investitori hanno poi un effetto sulle loro scelte. Per riconoscere e analizzare gli errori e le distorsioni cognitive in cui l’investitore può incappare nel momento della raccolta e della elaborazione delle informazioni, la finanza comportamentale si avvale del lavoro di diversi esperti, dagli economisti agli psicologi, passando anche per i neuroscienziati.
È interessante comprendere come alcuni fattori, meno attenzionati ma non meno sistematici, governano le scelte individuali. Qualche esempio? Dalla percezione alla memoria, dalla formazione di credenze legate al proprio vissuto alla rappresentazione spesso distorta delle conoscenze, passando anche per la costruzione – più o meno consapevole – di modelli mentali di ragionamento.
Finanza comportamentale: una teoria dalle mille sfaccettature
Partendo dal presupposto che siamo tutti diversi e unici, la finanza comportamentale non può presentare una teoria unitaria, ma nuovi studi e nuovi esperimenti la portano ad essere una teoria in continua espansione.
È possibile, però, delineare tre aree tematiche, o meglio, tre principali temi affrontati da questa branchia della finanza:
- le distorsioni heuristic driven, ovvero gli errori cognitivi dovuti alla presenza di scorciatoie mentali che portano gli individui a prendere decisioni frettolose durante i momenti più importanti, basandosi solo sulle loro esperienze pregresse o sulle convinzioni personali;
- i problemi di scelta e frame dependence, cioè viene analizzato come e quando le scelte vengono influenzate dal contesto, il frame appunto, e dal modo in cui vengono poi presentate le informazioni;
- l’inefficienza dei mercati, infatti anche un investitore completamente razionale – che non esiste – si troverebbe di fronte un mercato spesso inefficiente, dove incertezza e volatilità sono difficilmente prevedibili.
Dalla teoria alla pratica: come aiutare gli investitori
Compito della finanza comportamentale non è solo riconoscere il fatto che diversi individui possono avere diverse ambizioni, paure e preconcetti che influenzano le loro decisioni finanziarie, ma anche cercare un modo per superare i bias cognitivi.
In quest’ottica il consulente può giocare un ruolo molto importante, aiutando gli investitori e indirizzandoli verso comportamenti e scelte il più razionali possibili. Ma come fare?
Un metodo, ad esempio, potrebbe essere quello di porre molte domande aperte ai clienti, invitarli a fare domande per chiarire eventuali dubbi e spiegare in modo chiaro, ma anche specifico, le caratteristiche dei vari prodotti finanziari e selezionare quella più adatta alle loro esigenze.
Il coinvolgimento emotivo e psicologico nelle scelte è comprensibile, ma può essere mitigato applicando un metodo disciplinato che consenta di definire una strategia di investimento in funzione dei reali bisogni dell’investitore, tenendo presente le priorità – pianificando quindi per obiettivi – rispettando le scelte di investimento e l’orizzonte temporale definito.
Per approfondire questa importante tematica, Eurizon ha prodotto una serie di video pillole che trattano i vari aspetti della finanza comportamentale: dalle euristiche ai bias comportamentali fino ai modi per gestire le emozioni. Li trovi qui

