Nel mondo dei Family Office, dove patrimoni complessi si intrecciano con relazioni familiari, strategie di lungo periodo e sfide globali, il tema delle competenze esterne si rivela più che mai centrale. Questo è stato il focus centrale del quinto webinar tematico dell’Osservatorio Family Office, organizzato dal Politecnico di Milano, che ha riunito esperti, accademici e professionisti per indagare come i Family Office possano strutturarsi per affrontare un futuro sempre più articolato.
Ad aprire i lavori è stato Alfredo De Massis, Professore Ordinario di Imprenditorialità e Family Business Management, Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara & IMD Business School, che ha ricordato come la gestione di un Family Office richieda ben più che capitale: “avere le competenze giuste, e averle al momento giusto, è ciò che consente di agire con efficacia nei momenti più complessi. Non si tratta solo di skills, ma anche di valori e tratti attitudinali: umiltà, fiducia e intelligenza emotiva”.
Un family office, molte identità
Peter Vogel, professore di Family Business & Entrepreneurship presso l’IMD Business School, ha provato a offrire una prospettiva internazionale sullo sviluppo del settore. Il suo intervento ha restituito un’immagine vivace e in trasformazione dei Family Office: un ecosistema in rapida evoluzione, alimentato dal passaggio generazionale, dalla globalizzazione dei patrimoni e da nuove forme di investimento.
“Non esiste un solo modello di family office – ha spiegato Vogel – ma una gamma di configurazioni che si adattano alle necessità della famiglia: da quelli dedicati alla coesione familiare a quelli puramente finanziari. È su questa base che si definisce quali competenze cercare, e se svilupparle internamente o acquisirle dall’esterno”.
Il riferimento alla quarta ondata di Family Office, come l’ha definita lo stesso Vogel, coincide con l’emergere di strutture più professionalizzate, attente alla governance e sempre più spesso costrette a confrontarsi con il dilemma del “make or buy”: assumere talenti o affidarsi a consulenti specializzati?
Internalizzare o esternalizzare: la chiave è l’equilibrio
La domanda è stata al centro del primo tavolo di discussione, aperto da Gianluca Russo, partner di Cleary Gottlieb Steen & Hamilton LLP. “La gestione moderna di un Family Office richiede competenze multidisciplinari e multigiurisdizionali. In Italia, il ricorso a consulenti esterni è la norma nei family office più strutturati. L’approccio più diffuso è quello ibrido: si tiene in casa il coordinamento e si delegano all’esterno le attività tecniche a maggior valore aggiunto”.
Dalla pianificazione patrimoniale integrata alla gestione degli investimenti alternativi, fino alle competenze in ambito legale, fiscale e successorio, il professionista esterno porta in dote esperienza, aggiornamento costante e una visione comparativa. Ma non basta la competenza tecnica. Nel lavoro con le famiglie serve anche empatia, capacità di ascolto, sensibilità al contesto. Non tutte le famiglie sono uguali e non tutti i professionisti sanno parlare il loro linguaggio.
A rafforzare questo punto è intervenuta Vittoria Mascioli, engagement manager di McKinsey & Company, che ha proposto una riflessione sui modelli operativi: “Decidere cosa tenere in casa e cosa esternalizzare è una scelta strategica. Ma non è solo tecnica: è anche umana. La scelta del commercialista storico o del consulente di famiglia dimostrano che a volte si preferisce mettere al primo posto la fiducia e la continuità”.
Il family office così diventa il centro nevralgico della vita della famiglia, e per questo la privacy, il controllo e l’allineamento con i valori familiari sono criteri decisivi per definire la struttura. Il successo non dipende solo dalla qualità delle competenze, ma dalla capacità di integrarle in un ecosistema coerente con la cultura del nucleo familiare.
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Quando l’investimento diventa relazione
Un altro passaggio fondamentale nella vita di un Family Office è la relazione con i Multi Family Office. Lo ha raccontato Guido Tugnoli, presidente di Four Partners SCF, partendo dalla sua esperienza con famiglie che si affacciano per la prima volta al mondo del family office:. “Spesso le famiglie ci chiedono da dove iniziare, come organizzarsi, quali competenze servano davvero. La nostra risposta parte da una mappatura completa del patrimonio, ma anche da un confronto sulle aspettative e sul ruolo emotivo che il patrimonio riveste”.
Il tema della fiducia non è una novità e torna più volte, come uno snodo cruciale nei rapporti tra famiglia e advisor. Si tratta di un fattore cruciale anche secondo Elena Pelloso, fondatrice e CEO di ATAI SCF, che ha posto l’accento su ciò che resta insostituibile: la regia. “Un Multi Family Office non è solo selezione di prodotti, ma condivisione di principi. La fiducia, l’allineamento di interessi, la trasparenza: sono questi i pilastri che garantiscono la continuità della relazione e la sostenibilità delle soluzioni”.
Pelloso ha anche evidenziato come la competizione e la complessità stiano spingendo il settore verso un maggiore livello di regolamentazione e una possibile aggregazione tra Multi Family Office. Perchè alla fine, nessuno può fare tutto da solo. Le sfide future richiedono collaborazione e coraggio di cambiare le regole del gioco, senza perdere di vista ciò che conta davvero: il benessere della famiglia nel lungo periodo.
Tecnologia e fiscalità: nuovi driver strategici
L’emotività gioca sicuro un ruolo cruciale, ma chiaramente lo fanno anche le competenze tecniche. Così, Donatella Angeletti, general manager di GSA Tax & Tech, ha posto il dato al centro del discorso. “Oggi, per un family office, il dato è il terreno di gioco. Ma è ancora troppo disperso, disomogeneo, difficile da integrare. La vera sfida è trasformarlo in uno strumento decisionale: non basta aggregare, serve storicizzare, misurare, analizzare”.
Secondo Angeletti, un uso intelligente della tecnologia consente non solo efficienza, ma anche migliori decisioni, grazie a bilanci patrimoniali aggiornati, conti economici interni, visioni prospettiche e reporting chiaro per tutti gli stakeholder. Insomma, tecnologia e governance non sono più separabili.
Dal canto suo, Gianni Piazzoli, chief investment officer di Vontobel, ha ricordato come l’esperienza svizzera insegni l’importanza dell’indipendenza e della qualità nella consulenza. “Nel momento in cui avviene un liquidity event, tutto cambia. Servono competenze per affrontare non solo la gestione del capitale, ma anche lo shock emotivo che comporta. Per questo è essenziale avere canali aperti e affidabili con i provider esterni, capaci di agire in tempi rapidi e con una visione globale”.
Anche la fiscalità si è rivelata centrale nella riflessione strategica. Carlo Andrea Curti, partner di Di Tanno Associati, ha evidenziato come competenze e aggiornamento continuo siano imprescindibili per la pianificazione successoria. “In Italia, la leva fiscale può diventare un vantaggio competitivo, ma va maneggiata con rigore. Holding, trust e strutture del terzo settore vanno scelti e gestiti con consapevolezza, altrimenti si rischia di vanificare gli obiettivi”.
Investire nelle competenze per proteggere i valori
In conclusione, il webinar ha ribadito un principio guida: il patrimonio non è fatto solo di numeri, ma della qualità delle persone che lo custodiscono. Investire nelle giuste competenze, costruire una governance robusta, saper integrare visione e tecnologia, sono scelte che fanno la differenza nel tempo.
Come ha ricordato in chiusura De Massis, “questo spazio nasce per arricchire la galassia dei saperi che sostiene il presente e prepara il futuro delle famiglie imprenditoriali”. E in quella galassia, le competenze esterne – selezionate, integrate, valorizzate – brillano come uno degli elementi più preziosi.

