Il 2 aprile 2025, nel cosiddetto Liberation Day, Donald Trump annunciava una vasta imposizione di dazi che coinvolgeva ogni partner commerciale degli Stati Uniti. La notizia scosse i mercati e alimentò lo spettro di una recessione imminente, con previsioni di inflazione fuori controllo e drastici rallentamenti della crescita. Sei mesi dopo, i dati raccontano una storia diversa: gli effetti ci sono, ma sono stati più lenti a manifestarsi e meno dirompenti. Con Tryggvi Gudmundsson, economista, e Tom Cooney, international policy advisor di Capital Group, analizziamo come il commercio globale è davvero cambiato e quali effetti concreti si sono osservati in questi sei mesi dal Liberation Day.
Il divario tra tariffe annunciate e reali
Nei mesi successivi al Liberation Day, le imprese hanno adottato diverse strategie per contenere l’impatto dei dazi: anticipo delle importazioni, ricorso a scappatoie burocratiche e ri-orientamento delle catene di fornitura. Questi strumenti hanno permesso di ridurre il peso immediato delle misure, creando una distanza significativa tra il livello statutario e quello effettivamente pagato.
“C’è ancora un divario tra il tasso statutario di circa il 17% e quello realmente pagato, più vicino all’11%” – osserva Tryggvi Gudmundsson – e il successivo ’intervento dell’amministrazione nei mesi estivi ha inoltre ridimensionato l’impatto del pacchetto annunciato il 2 aprile, attenuando la percezione iniziale di drasticità. Tuttavia, una volta esaurite le scorte pre-dazi e adattati i rapporti commerciali, un livello del 15% appare verosimile. In altre parole, l’effetto contenuto osservato finora è destinato a rafforzarsi nel tempo, man mano che le misure entreranno a pieno regime”.
Un impatto macroeconomico in gran parte prevedibile
Il divario tra tariffe annunciate e reali ha attenuato gli effetti immediati, ma non ha eliminato le conseguenze sui fondamentali economici. Già nei mesi successivi al Liberation Day, l’andamento di inflazione e crescita ha mostrato segnali coerenti con le stime di partenza.
“Secondo la regola empirica – ricorda Cooney – ogni aumento dell’1% dei dazi comporta un incremento di circa 10 punti base dell’inflazione e una riduzione di 5 punti base del PIL. Applicata al passaggio da un livello pre-dazi del 2% all’attuale 11%, la stima corrisponde a un +0,8% sull’inflazione e a un –0,4% sulla crescita. Un rallentamento significativo del PIL si è già manifestato nella prima metà dell’anno, in larga parte attribuibile all’incertezza sui dazi e sul commercio. Le previsioni di crescita per l’intero anno sono state riviste al ribasso di circa 0,6 punti percentuali rispetto alle attese precedenti”.
“Per quanto riguarda i prezzi – aggiunge Gudmundsson – almeno qualche decimo dell’attuale livello d’inflazione può essere ricondotto agli effetti cumulati dei dazi. Molte stime indicano un’ulteriore pressione al rialzo nei mesi a seguire, nonostante i segnali di rallentamento in settori chiave come immobiliare e mercato del lavoro”.
Effetti dei dazi: un aumento graduale e ancora incompleto
Se l’impatto macroeconomico si è già fatto sentire, resta da considerare la sua natura graduale. L’aliquota effettiva sui dazi è salita progressivamente, passando da circa il 2% pre-Liberation Day all’11% osservato nei mesi estivi. Questa crescita lineare nei dati di giugno e luglio dimostra che non tutto il peso è stato ancora assorbito dall’economia.
Molte imprese hanno potuto ritardare il trasferimento dei maggiori costi sui consumatori grazie all’uso di scorte accumulate prima del 2 aprile. Altre hanno preferito attendere, nella speranza che i dazi si rivelassero temporanei.
“Alcune aziende – spiega Cooney – stanno rinviando gli aumenti di prezzo, confidando che le misure possano essere riviste. Ma, salvo cambiamenti improvvisi, sia il livello effettivo delle tariffe sia gli effetti macroeconomici sono destinati ad aumentare. È evidente che l’impatto dei dazi non si è ancora pienamente dispiegato: la differenza tra aliquote effettive e statutarie è destinata a restringersi, man mano che le possibilità di elusione diventeranno meno praticabili”.
Negoziati commerciali ancora in primo piano
Se l’aumento graduale delle tariffe mostra che gli effetti sono tutt’altro che esauriti, il quadro non può dirsi completo senza considerare il contesto dei negoziati commerciali. Dopo i picchi di tensione del Liberation Day, le trattative hanno continuato a scandire l’agenda economica statunitense, con momenti di maggiore o minore intensità.
“Il tema dei dazi – osserva Gudmundsson – riemerge periodicamente, ma con minori scossoni rispetto alla fase iniziale. È inevitabile che torni centrale con la rinegoziazione dell’accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada. Non si tratta soltanto di rapporti regionali: uno degli obiettivi è infatti ottenere che i partner nordamericani si allineino a tariffe più alte nei confronti della Cina. Negli ultimi mesi si sono già osservati segnali in questa direzione. Il Messico, ad esempio, ha introdotto nuove tariffe su alcune merci cinesi, incluse le auto.: una dinamica che conferma come le decisioni prese a Washington abbiano un impatto ben oltre i confini nazionali”.
Una nuova globalizzazione in trasformazione
Nonostante l’incertezza legata ai dazi, gli scambi internazionali non si sono fermati. I dati mostrano che l’attività commerciale globale al di fuori degli Stati Uniti ha mantenuto i suoi livelli, a dimostrazione che la globalizzazione non è finita, ma sta cambiando volto: le linee di approvvigionamento vengono ridisegnate, le regole vengono riscritte e i costi del fare impresa stanno aumentando.
“E’ una trasformazione che non annulla i flussi, ma ne modifica la direzione e la struttura: il modello nato nel secondo dopoguerra, legato al cosiddetto Washington consensus, appare in fase di declino. Al suo posto potrebbe emergere un approccio più regionale agli scambi, con la formazione di blocchi commerciali più piccoli e meno permeabili. In ogni caso, si tratta di un processo di lungo periodo, che richiederà tempo per stabilizzarsi e che lascia ancora aperta l’incognita su quale sarà il nuovo ordine commerciale. Ed è proprio questa incertezza a definire la globalizzazione dei nostri giorni”, concludono gli esperti di Capital Group.

