Ubs-Credit Suisse, chi vince e chi perde

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Con 17 miliardi di dollari di obbligazionisti azzerati l’impatto immediato del salvataggio di Credit Suisse ha gettato nuove ombre su questo mercato

Il mercato delle obbligazioni convertibili AT1 ha subito il colpo di un poco convenzionale salvataggio nel quale non sono stati azzerati gli azionisti

I titoli bancari, in una seduta volatile, hanno chiuso in rialzo a Piazza Affari, così come il titolo Ubs. Sarebbe proprio quest’ultima la maggiore vincitrice della fusione con Credit Suisse

Il salvataggio di Credit Suisse a spese degli investitori istituzionali che detenevano oltre 17 miliardi di dollari di debito subordinato AT1 ha scatenato indignazione nella comunità finanziaria, costringendo una netta presa di distanze da parte della Bce rispetto a quanto avallato dai colleghi svizzeri.

Il problema sta nelle gerarchie: l’azzeramento degli obbligazionisti subordinati, ancorché nella fascia più rischiosa dei bond convertibili, avviene sempre dopo quello degli azionisti. O almeno, questo è quanto sempre avvenuto in circostanze analoghe. L’accordo di fusione fra Credit Suisse e Ubs prevede, invece, che gli azionisti di Credit Suisse ricevano complessivamente 3 miliardi di franchi. Non che gli azionisti di Credit Suisse possano rallegrarsi troppo: anche limitando lo sguardo a inizio anno, le perdite subite dal titolo superano il 70% del valore.

Il rischio del precedente (che l’Ue esclude)

La decisione ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori e potrebbe colpire gravemente il mercato dei bond bancari AT1, soprattutto se il messaggio che passerà dalla vicenda dovesse essere interpretato come un precedente per il futuro. L’Autorità bancaria europea, in una nota congiunta con la vigilanza Bce, ha voluto sgomberare il campo da questa eventualità, di fatto criticando le mosse della banca centrale svizzera e della Finma, l’autorità di vigilanza elvetica: nell’ambito del quadro di risoluzione, hanno sottolineato Eba e Bce, “gli strumenti di common equity [come le azioni] sono i primi ad assorbire le perdite e solo dopo il loro completo utilizzo sarà richiesta la svalutazione del Tier 1 aggiuntivo. Questo approccio è stato applicato in modo coerente nei casi passati e continuerà a guidare le azioni della Srb e della vigilanza bancaria della Bce negli interventi di crisi”. Il messaggio alla comunità finanziaria suona come una promessa: nell’Unione europea non verrà applicato il modello di salvataggio di Credit Suisse. 

L’impatto di mercato sui bond bancari

All’indomani dell’annuncio di Credit Suisse e Ubs il mercato dei bond bancari aveva subito accusato il colpo, con l’Etf di riferimento per i bond subordinati AT1 (Invesco AT1 Capital Bond) crollato ai minimi dall’aprile 2020, arrivando a perdere il 16%, prima di recuperare una buona parte del rosso. 

Le rassicurazioni sono bastate al settore per recuperare quota anche sul fronte azionario: a Piazza Affari le banche hanno sovraperformato il listino Ftse Mib, dopo un avvio in rosso (il listino settoriale bancario ha guadagnato oltre 2 punti e mezzo lunedì). 

Secondo l’analista obbligazionario indipendente Giacomo Alessi il clima di sfiducia generalizzato sulle obbligazioni bancarie potrebbe aprire interessanti opportunità, in particolare per le obbligazioni senior (quelle più “sicure”) emesse dalle banche più solide: “In questo segmento ora vedo più opportunità che rischi”, ha dichiarato a We Wealth Alessi, citando come esempio proprio un’obbligazione emessa da Ubs. Un titolo “equiparabile a un’obbligazione senior non preferred, che offre a cinque anni il 5,4%” il 2% in più rispetto al Btp di pari durata.

Secondo Alessi il messaggio lanciato dalle autorità europee ha voluto “sottolineare come nell’assorbimento delle perdite bisogna assolutamente seguire la gerarchia” che vede nelle azioni il titolo a maggior rischio di perdita in caso di risoluzione. “Non pensiamo che ci sarà un impatto strutturale a lungo termine sui bond AT1 in Europa, al di fuori della Svizzera”, ha commentato il ceo di Algebris, Davide Serra, ricordando l’importanza della presa di posizione delle autorità comunitarie, “si tratta di strutture di capitale del G20 che esistono in tutto il mondo. Queste obbligazioni che assorbono le perdite fanno parte del tessuto del debito bancario e rimarranno tali in Europa e negli Stati Uniti con Basilea III”.

Ma perché le autorità svizzere hanno deciso di tutelare gli azionisti, andando incontro a una pioggia di critiche da tutta la comunità finanziaria? “Si può ipotizzare che la decisione sia stata motivata dall’obiettivo di limitare l’impatto per gli investitori al dettaglio che detenevano titoli Credit Suisse”, ha dichiarato Alessi, “anziché bruciare 2 miliardi di common equity e 17 miliardi di bond AT1, si è deciso di procedere solo con i secondi”, che erano in possesso solo di investitori istituzionali. Anche se questo potrebbe ridurre il clamore mediatico perché nessun piccolo risparmiatore si è visto azzerato il problema legale dell’operazione resta. “La questione di Credit Suisse non credo proprio che finirà qui, perché si preannuncia una battaglia legale”, da parte degli obbligazionisti azzerati dal salvataggio.

Nel frattempo, i principali vincitori della vicenda dovrebbero essere gli azionisti di Ubs, ha affermato Serra, “che in una notte hanno aumentato il net asset value della società del 70%”. L’avvio del titolo in Borsa era stato pessimo, con una perdita doppia cifra poi recuperata ampiamente in chiusura (+1,34%).

Gli articoli pubblicati sono stati realizzati da giornalisti e contributors di We Wealth e vengono forniti a Poste Premium a scopo informativo.


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