L’arte africana è anche contemporanea: le meraviglie del Kunstmuseum di Basilea

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Fino al prossimo 27 ottobre, il Kunstmuseum Gegenwart di Basilea ospita la mostra When We See Us (A Century of Black Figuration in Painting), una collettiva (al centro dell’attenzione anche durante la settimana di Art Basel) che raccoglie più di 150 opere figurative di 120 artisti africani dal 1920 a oggi

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Fino al prossimo 27 ottobre, il Kunstmuseum Gegenwart di Basilea ospita la mostra When We See Us (A Century of Black Figuration in Painting), una collettiva (al centro dell’attenzione anche durante la settimana di Art Basel) che raccoglie più di 150 opere figurative di 120 artisti africani dal 1920 a oggi.

Pensata da Koyo Kouoh (direttrice e chief curator del museo Zeitz MOCAA di Cape Town), l’esibizione riflette su come gli artisti del continente africano (anche se emigrati dai rispettivi paesi d’origine) abbiano internamente processato “l’apparentemente banale esperienza del quotidiano” negli ultimi 100 anni. Lo scopo di Kouoh (nata in Camerun ma cresciuta a Zurigo), era quello di riunire in un unico luogo artisti tra loro sconosciuti, ma che avessero lavorato sugli stessi argomenti e condiviso sentimenti simili, creando una nuova pittura figurativa di stampo africano.


Chéri Samba, Hommage aux anciens créateurs (2000)

When We See Us: arte contemporanea africana a Basilea

Nonostante tante siano state le mostre a tema “blackness” degli ultimi anni, il risultato è qui davvero sorprendente: l’intero edificio sulla Sankt Alban-Rheinweg è stato dedicato ai dipinti di artisti del calibro (e valore economico) di Chéri Samba, Michael Armitage, Kehinde Wiley, Chris Ofili, Njideka Akunyili Crosby, Amoako Boafo e Lynette Yiadom-Boakye. A confermare nuovamente la visione della curatrice, il titolo When We See Us è ispirato alla serie Netflix del 2019 When They See Us, focalizzata sulla gioventù nera vista come un potenziale pericolo criminale per la società. La sostituzione del pronome “They” con “We”, è volto a suggerire una differente lettura della realtà, in cui la popolazione africana è protagonista della propria storia (e non oggetto d’indagine).


Kehinde Wiley, Untitled (2001)

Gli artisti: da Chéri Samba a Kehinde Wiley…

Star indiscusse della prima sezione della mostra (suddivisa nelle tematiche The Everyday, Joy & Revelry, Repose, Sensuality, Spirituality e Triumph and Emancipation), sono sicuramente i congolesi Chéri Chérin e Chéri Samba. Obama Revolution (2009) di Chéri Chérin, celebra l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca come una vittoria collettiva della comunità nera (Barack e Michelle Obama sono infatti qui accompagnati da personalità del calibro di Martin Luther King e Nelson Mandela). Hommage aux anciens créateurs (2000) e Une femme conduisant le monde (2017) di Chéri Samba – parte della Farida and Henri Seidoux Collection di Parigi – uniscono la cultura indigena ad una critica contro il colonialismo e all’illecita esportazione degli artefatti africani (ricordiamo qui che il record d’asta per l’artista è stato realizzato da Le seul et unique devoir sacré d’un enfant, venduto a Parigi da Cornette de Saint-Cyr nel 2017 per 140.000 dollari).


Amoako Boafo, Teju (2019)

Interessante qui anche il ritratto John Mensah (2020) di Kehinde Wiley. Nato a Los Angeles (e poi laureatosi con un MFA alla Yale University), l’artista ha raggiunto fama mondiale realizzando nel 2017 con il ritratto presidenziale di Barack Obama (oggi conservato allo Smithsonian Museum of Art) ed ha iniziato una rapida ascesa nelle quotazioni del mercato secondario. Il suo record d’asta, realizzato lo scorso marzo da Sotheby’s London, è quello totalizzato da Christian Martyr Tarcisius (2008) con 660.400 pound (contro una stima iniziale compresa tra i 200.000 e i 300.000 pound). 


Dominic Chambers, Blue Park Lovers (2020)

… fino a Michael Armitage e Lynette Yiadom-Boakye

Anche piani superiori della mostra (con vista sul canale sottostante) nascondono diversi tesori. Nella sezione Spirituality spicca The Dumb Oracle (2019) di Michael Armitage (oggi rappresentato sia dalla White Cube che da David Zwirner). L’artista – nonchè fondatore del Nairobi Contemporary Art Institute (NCAI) – è oggi molto apprezzato da musei e fondazioni private, esponendo i suoi quadri in istituti quali il MoMA e la Tate. Delle stanze dedicate al tema Sensuality, ricordiamo soprattutto il nudo Untitled (2001) del già citato Kehinde Wiley, ma anche Blue Park Lovers (2020) di Dominic Chambers (sempre più conosciuto tra gli esperti del settore) e Re-branding My Love (2011) di Njideka Akunyili Crosby. L’artista nigeriana – che ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 2019 – è diventata famosa per i suoi collage, raggiungendo il proprio record d’asta nel 2022 con la vendita di The Beautyful Ones (2012) da parte di Christie’s New York per 4.7 milioni di dollari.


Michael Armitage, The Dumb Oracle (2019)

Salendo di un altro piano (e accedendo alle sezioni The Everyday, Joy & Revelry e Repose), troviamo poi i lavori The Birthday Party (2021) di Esiri Erheriene-Essi (dipinto utilizzato come “bandiera” della mostra), Teju (2019) di Amoako Boako (di cui abbiamo già parlato in questa sede) e 11pm Friday (2010) di Lynette Yiadom-Boakye. L’artista inglese – a sua volta ritratta da Kehinde Wiley – ha raggiunto il proprio record d’asta lo scorso anno, con la vendita di Six Birds in the Bush (2015), battuto da Sotheby’s London per 2.9 milioni di pound. 


Lynette Yiadom-Boakye, 11pm Friday (2010)

In copertina: Chéri Chérin, Obama Revolution (2009). Tutte le foto sono di Alice Trioschi

di Alice Trioschi

Esperta d’arte e del suo mercato, Alice ha lavorato nell’ufficio stampa di Christie’s a Londra, occupandosi della relazioni interne ed esterne con i giornalisti. Dopo aver collaborato con Camera Arbitrale per la risoluzione di conflitti d’arte e beni culturali, oggi lavora per Fondazione Human Technopole occupandosi degli aspetti legali riguardanti il mondo della ricerca scientifica.

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