Gdpr, imprese a rilento sull’applicazione della normativa

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A quasi un anno e mezzo dall’entrata in vigore del Regolamento generale sulla protezione dei dati, le imprese boccheggiano: solo il 28% è riuscito a soddisfare i requisiti previsti dalla normativa. Italia al penultimo posto. Lo rivela un’indagine del Capgemini Research Institute

Indice

L’Italia e la Spagna guadagnano il penultimo posto con il minor tasso di organizzazioni conformi al Gdpr

Per il 38% dei dirigenti, le sfide relative all’allineamento dei sistemi It legacy rappresentano l’ostacolo principale all’adozione della normativa

L’84% dei manager delle aziende conformi al Gdpr dichiara di aver assistito a un impatto positivo sulla fiducia dei clienti

Solo il 28% delle imprese è in linea con i requisiti del Gdpr. A oltre un anno dall’entrata in vigore del Regolamento generale sulla protezione dei dati, promulgato e direttamente applicabile a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea dal 25 maggio del 2018, i numeri sono piuttosto esemplificativi: le imprese camminano a rilento e faticano a godere dei vantaggi derivanti dalla conformità al regolamento.

A puntare il faro sulle aziende è un’indagine del Capgemini Research Institute, “Championing Data Protection and Privacy – a Source of Competitive Advantage in the Digital Century”, che ha intervistato 1.100 manager di livello dirigenziale e superiore appartenenti a società con sedi dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Francia all’India.

Dal settore delle telecomunicazioni a quello delle banche e delle assicurazioni, l’eco risuona dunque chiaro: se un anno fa il 78% delle aziende si riteneva pronto all’entrata in vigore del Gdpr, oggi ha realizzato di aver sottostimato il proprio grado di preparazione alle direttive del nuovo regolamento.

Imprese italiane al penultimo posto

L’Italia, insieme alla Spagna, guadagna il penultimo posto della classifica con il minor tasso di organizzazioni conformi al Gdpr, seguite soltanto dalla Svezia con il 18%. Al primo posto svettano gli Stati Uniti con il 35% di imprese in linea con i requisiti del regolamento, seguiti da Regno Unito e Germania con il 33%. “Il Gdpr ha un impatto perpetuo sulle organizzazioni ed è necessario lavorarci continuamente – commenta Michaela Angonius, vice president and head of group regulatory and privacy di Telia Company – Abbiamo iniziato a sensibilizzare l’opinione pubblica interna molto prima dell’adozione della legge, in quanto avevamo previsto che il regolamento avrebbe richiesto grandi sforzi in tema di conformità nella storia”.

Ma quali sono gli ostacoli che impediscono l’adozione della normativa?

Per il 38% dei dirigenti, le sfide relative all’allineamento dei sistemi It legacy rappresentano l’ostacolo principale per la conformazione alle direttive del nuovo regolamento, alle quali fanno seguito la complessità dei requisiti stessi del regolamento (36%) e i costi proibitivi per l’adozione (33%). C’è da dire però che il 30% delle imprese si sta muovendo attivamente per riuscire a risolvere la questione, anche con investimenti rilevanti: il 40% stima di spendere oltre un milione di euro entro il 2020 per sostenere le spese legali, accompagnati dal 44% che utilizzerà la stessa cifra per aggiornamenti in ambito tecnologico.

I vantaggi competitivi perduti

Dopo il danno, anche la beffa. Secondo la ricerca, le imprese che faticano ad allinearsi ai requisiti del Gdpr perdono una serie di vantaggi competitivi, goduti dal 92% delle organizzazioni che si sono adeguate alla normativa. “Questa ricerca mette in luce sia le sfide nel raggiungimento della conformità al Gdpr, sia le interessanti opportunità per le aziende che la rispettano – chiosa Alessandro Menna, cybersecurity lead di Capgemini Business Unit Italy – Le aziende devono riconoscere che la conformità apporta vantaggi superiori al previsto, con miglioramenti in termini di fiducia dei clienti, soddisfazione dei dipendenti, reputazione e ricavi. Questi benefici dovrebbero incoraggiare ogni azienda a essere pienamente conforme”.

L’84% dei dirigenti, infatti, racconta di un impatto positivo sulla fiducia dei clienti, l’81% sulla brand image e il 79% sul morale dei dipendenti. Ma non solo. I manager hanno colto anche alcuni effetti positivi secondari: l’87% dichiara non solo di aver assistito a un miglioramento dei sistemi It, in crescita rispetto al 62% dello scorso anno, ma anche delle pratiche di cybersecurity (91% contro il 57% del 2018) e delle trasformazioni a livello di organizzazione (89%).

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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