Aziende familiari, la diversity migliora le performance. In 4 mosse

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Monitorate le aziende familiari italiane con oltre 20 milioni di euro di fatturato. Registrato un tasso annuo di crescita dei ricavi superiore dell’1,3%

Indice

Rilevata una relazione positiva tra la diversity negli assetti di governance delle aziende familiari e le performance

Casoli: “I cda delle aziende di famiglia stanno invecchiando. Dobbiamo aprire le stanze dei bottoni a un nuovo genere, il genere dei giovani”

Un consiglio di amministrazione diversificato (non solo per genere) migliora le performance. Anche in tempi di crisi. I numeri parlano chiaro: secondo la XIV edizione dell’Osservatorio Aub – promosso da Aidaf, dalla cattedra Aidaf-EY di strategia delle aziende familiari dell’Università Bocconi, da UniCredit e dalla Fondazione Angelini in collaborazione con Borsa Italiana e con la Camera di commercio di Milano Monza-Brianza Lodi – le aziende familiari più attente alla diversity nei board sono cresciute mediamente a un tasso del 9,8%, circa l’1,3% in più delle altre.

Il campione

L’indagine monitora tutte le imprese familiari italiane che hanno superato la soglia di fatturato di 20 milioni di euro, che rappresentano il 65% (pari a 11.635) del tessuto imprenditoriale tricolore. Al fine di evitare duplicazioni nei dati, sono state eliminate le aziende controllate nei casi di gruppi monbusiness e le società capogruppo nel caso di gruppi multibusiness, per un totale di 8.589 gruppi familiari analizzati. Successivamente, sono state estratte le aziende familiari che rispettano i seguenti requisiti in termini di diversity nei board:

  • almeno il 33% di donne;
  • almeno un componente non familiare;
  • non più di un componente con più di 75 anni di età;
  • e almeno un componente con meno di 40 anni di età.

Quello che è emerso è che tra le aziende familiari con un consiglio di amministrazione – tenuto conto che circa il 28% delle aziende familiari italiane è amministrato da un amministratore unico senza la presenza di un cda – solo il 37,6% vanta una percentuale di donne superiore al 33%, sebbene si tratti di un dato lievemente in crescita rispetto a 10 anni fa (+3%). Inoltre, solo il 26,4% ha almeno un consigliere sotto i 40 anni di età (a fronte del 46,6% di 10 anni fa) e il 60,1% vanta almeno un consigliere non familiare (contro il 54,3% di 10 anni fa). Complessivamente, appena 344 aziende familiari su un totale di 8.589 gruppi familiari analizzati rispecchiano dunque i quattro requisiti di diversity individuati

La relazione diversity-performance

Eppure, come anticipato in apertura, è stata rilevata una relazione positiva tra la diversity negli assetti di governance delle aziende familiari e le performance in termini di ricavi, redditività netta, Ebitda margin, rapporto di indebitamento e rapporto Pfn/Ebitda. “Anche se di piccola magnitudo”, precisa Guido Corbetta, titolare della cattedra Aidaf-EY di strategia delle aziende familiari intervenuto in occasione dell’evento di presentazione dell’Osservatorio. “Il tasso annuo di crescita dei ricavi migliora per esempio del +1,3%. Un risultato che ci spinge a dire come uno sforzo in questa direzione sia necessario. Molte aziende familiari mostrano infatti ancora bassi livelli di diversity, confermando la necessità di modifiche legislative che accelerino il percorso”.

Casoli: “Largo ai giovani nei board”

Secondo Francesco Casoli, presidente di Aidaf, tale sforzo dovrebbe implicare non solo una maggiore inclusione delle donne nei board ma anche (e soprattutto) dei giovani. “I consigli di amministrazione delle aziende di famiglia stanno invecchiando, perché passano gli anni ma anche perché non c’è rinnovamento”, osserva Casoli. “Dobbiamo aprire le stanze dei bottoni a un nuovo genere: il genere dei giovani. Come Aidaf, abbiamo capito di aver bisogno di un disegno di legge che normi questo aspetto. So che potrebbe sembrare un irrigidimento delle regole del passato, ma credo possa dare una spinta al nostro tessuto imprenditoriale. Cerchiamo di mettere i talenti nella condizione di esprimere al meglio loro stessi. Dobbiamo farlo come imprenditori e come associazione”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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