Usa, pronta la stretta fiscale di Biden sui miliardari: cosa prevede

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L’amministrazione Biden punta a fare cassa assicurando una tassa sui redditi minima del 20%, includendo anche i profitti non realizzati.

La nuova imposta viene indicata come una minimum tax sui redditi del 20%, applicata agli individui i cui patrimoni superino i 100 milioni di dollari. Il Congresso inserirà il provvedimento nel budget plan del prossimo anno fiscale su richiesta della presidenza Usa

“Il codice fiscale sbilanciato in vigore negli Stati Uniti fa sì che molti milionari e miliardari finiscano per pagare aliquote fiscali più basse dei lavoratori della classe media”, ha dichiarato una nota della Casa Bianca

La stretta fiscale sugli ultra-ricchi americani compie un nuovo passo verso l’entrata in azione. L’amministrazione Biden, infatti, ha chiesto al Congresso di includere nel budget plan del prossimo anno fiscale una nuova tassa che andrà a colpire soprattutto i miliardari. Per farlo, come già delineato nei mesi scorsi, si procederebbe anche con un prelievo fiscale sulle plusvalenze non realizzate sui titoli finanziari – una misura senza precedenti per il fisco statunitense.

La nuova imposta viene indicata come una minimum tax sui redditi del 20%, applicata agli individui i cui patrimoni superino i 100 milioni di dollari. Trattandosi di un’aliquota minima, i soggetti che pagano tasse sui redditi superiori al 20% non sarebbero toccati. Quelli che pagano imposte inferiori a tale soglia, invece, sarebbero tenuti a colmare la differenza fino a raggiungere, per l’appunto un’aliquota minima del 20%.

Questo schema andrebbe a colpire in modo particolare i miliardari, dal momento che, nella gran parte dei casi, i loro patrimoni aumentano in seguito all’apprezzamento degli asset finanziari come le azioni. Al momento, infatti, i profitti derivanti dall’aumento del valore dei titoli sono tassati solo al momento della vendita, tramite l’imposta sul capital gain.

Si calcola che oltre la metà del gettito derivante dalla “Billionaire minimum income tax” proverrebbe dai contribuenti con patrimoni superiori al miliardo di dollari. Nel corso del prossimo decennio, sostiene la Casa Bianca, la nuova tassa permetterebbe di ridurre il deficit di 360 miliardi di dollari.

Secondo un documento governativo che ha presentato la nuova misura, il pagamento sui profitti non realizzati andrebbe considerato come un anticipo delle obbligazioni fiscali che scattano quando le plusvalenze vengono incassate: “questo approccio significa che gli americani più ricchi pagheranno le tasse mano a mano, proprio come tutti gli altri”.

“Il codice fiscale sbilanciato in vigore negli Stati Uniti fa sì che molti milionari e miliardari finiscano per pagare aliquote fiscali più basse dei lavoratori della classe media”, ha proseguito la Casa Bianca.

Il provvedimento dell’amministrazione Biden sembra una chiara risposta alle denunce lanciate nei mesi scorsi dalla testata Pro Publica, che aveva calcolato come i maggiori miliardari americani avessero pagato aliquote fiscali effettive ben inferiori al 5% annuo. Fra il 2014 e il 2018, ad esempio, Warren Buffett aveva pagato tasse pari allo 0,1% degli incrementi patrimoniali realizzati, Jeff Bezos appena lo 0,98%, Elon Musk il 3,27%.

Il proposito di tassare i super-ricchi americani è stato più volte affrontato dal partito democratico nel corso della presidenza Biden. Lo scorso ottobre una prima proposta che includeva la tassazione dei profitti non realizzati era stata già presentata dal presidente della Commissione Finanze al Senato Usa, Ron Wyden – anche se le differenze rispetto all’ultimo progetto della Casa Bianca erano significative.

Riuscire a ricostruire il valore dei profitti complessivi per determinare, ogni anno, l’ammontare della Billionaire minimum tax, potrebbe non essere un esercizio tecnicamente agevole, in particolare per gli asset non quotati. In più, si inizia a discutere sui dubbi costituzionali che potrebbero essere sollevati da un prelievo fiscale applicato su guadagni teorici, non ancora realizzati. E’ un aspetto sul quale su cui i miliardari e i loro avvocati potrebbero dare battaglia di fronte a una Corte Suprema, peraltro a maggioranza conservatrice.

C’è, infine, un problema di numeri risicati per far passare la legge.  Proprio come avvenuto per il piano Build Back Better, il senatore “dissidente” Joe Manchin III potrebbe rivelarsi nuovamente decisivo, dal momento che la camera alta del Congresso è divisa equamente fra repubblicani e democratici.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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