Anticipata in diverse occasioni da Andrea Ragaini (AIPB) e da Maria Luisa Gota (Assogestioni), ora quella dei “PIR europei” è diventata una proposta ufficiale sottoposta al ministero dell’Economia e delle Finanze – proprio nei giorni decisivi che precedono la nuova Legge di Bilancio. L’idea di fondo, lanciata condiuntamente da Abi, Ania, Assogestioni, Assoreti e Aipb è quella di trasferire i benefici fiscali tipici dei PIR, come l’esenzione dell’imposta sulle plusvalenze dopo cinque anno di detenzione degli asset, a un più ampio spettro di investimenti in aziende europee. Il limite nell’utilizzo dei PIR, infatti, risiedeva nella loro veste di prodotto puramente finalizzato a sostenere l’impresa italiana: per natura, quindi era un prodotto che non poteva offrire una diversificazione geografica. Insomma, per evitare una concentrazione del rischio eccessivamente italiana, i consulenti erano costretti a destinarvi una fetta minoritaria dei portafogli.
L’ambizione delle associazioni si allinea agli obiettivi dichiarati della Savings and investments union europea e tramite “una disciplina nazionale dei conti di risparmio e investimento… contribuire concretamente agli obiettivi europei di mobilitazione del risparmio privato, rafforzamento dei mercati dei capitali e sostegno alla crescita e competitività dell’economia reale dell’Unione”.
Nel dettaglio, i conti di risparmio e di investimento proposti (SIA) dalle associazioni finanziarie sarebbero destinati alle persone fisiche, fiscalmente residenti in Italia. E andrebbero ad affiancarsi ai PIR italiani già esistenti. I benefici fiscali sarebbero vincolati a paletti nettamente più ampi rispetto a questi ultimi: “si parla di un vincolo di almeno il 70% in strumenti di emittenti degli Stati membri dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo, eventualmente accompagnato da specifici criteri volti a favorire la diversificazione geografica degli investimenti entro questo perimetro”.
Dal punto di vista tecnico, i SIA potrebbero applicare la relativa cornice a conti titoli, rubrica fondi, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi. L’importante sarebbe che all’interno di ciascun contenitore vi siano almeno, oltre che il 70% di strumenti emessi nell’area Ue, un 50% di componente azionaria, non più del 20% in liquidità, con un limite di concentrazione del 10% per singolo emittente, applicabile agli investimenti azionari e obbligazionari, con esclusione dei titoli governativi.
A fianco ai SIA, le associazioni propongono di istituire una variante più legata ai titoli non quotati in Borsa, i SIA Alternativi (anche qui ricalcando la normativa PIR).
I “contenitori” che rispettino le seguenti caratteristiche potrebbero accedere ai benefici fiscali come l’esenzione dall’imposta sui rendimenti a condizione di aver detenuto i titoli/fondi per almeno cinque anni e l’esenzione dall’imposta di successione. Vantaggi che sarebbero applicabili solo nella misura di 40mila euro annui e fino a 200mila complessivi per i SIA tradizionali. I limiti salirebbero a 300mila euro annui e 1,5 milioni di euro complessivi per i SIA alternativi.
Pir europei, o Superbonus del portafoglio finanziario?
La proposta avanzata dalle associazioni consentirebbe una maggiore flessibilità rispetto ai PIR nella costruzione del portafoglio e, di fatto, permetterebbe a una larga platea di risparmiatori di evitare le imposte sui rendimenti finanziari a condizione di mantenere gli investimenti per almeno cinque anni e rispettare i vincoli previsti.
Il limite dell’iniziativa è che il mancato gettito per l’erario italiano potrebbe servire a incentivare investimenti in aziende tedesche, francesi o spagnole, senza alcun obbligo di destinare risorse alle imprese nazionali. Questa è difatti la principale differenza con i PIR: nel loro caso, il sacrificio fiscale dello Stato trova una contropartita nell’obiettivo di sostenere il finanziamento dell’economia italiana. Con i SIA, invece, il beneficio economico atteso sarebbe distribuito su scala europea, mentre il costo dell’incentivo ricadrebbe tutto sul bilancio pubblico italiano. Messa così, la proposta rischia di somigliare a un Superbonus del portafoglio: al posto della casa, gli investimenti finanziari; al posto dell’efficienza energetica, l’esposizione alle imprese europee. Incentivare comportamenti virtuosi, però, può avere costi anche importanti. Nell’allegato tecnico disponibile sul sito di Assogestioni, inoltre, non viene stimato né il gettito cui lo Stato dovrebbe rinunciare né l’ammontare degli investimenti aggiuntivi che verrebbero effettivamente generati. Il tema è molto concreto: una parte dei capitali confluiti nei SIA potrebbe rappresentare nuovi investimenti, ma un’altra potrebbe essere costituita da somme che sarebbero state investite comunque, anche in assenza dell’incentivo fiscale.
Nel caso dei SIA alternativi, inoltre, il plafond di 1,5 milioni di euro potrebbe offrire ai clienti più patrimonializzati, tipicamente più attrezzati per inserire investimenti illiquidi e rischiosi in portafoglio, un incentivo fiscale particolarmente consistente. Alla questione della distribuzione geografica dei benefici (perché lo Stato italiano dovrebbe incentivare fiscalmente l’investimento in una startup olandese?) si aggiungerebbe così quella dell’equità fiscale: fino a che punto è opportuno utilizzare risorse nazionali per agevolare i rendimenti dei patrimoni più elevati, senza vincolararli a un beneficio diretto per il Paese? Domande obbligate, quando si prende in mano il pallottoliere di Via XX Settembre.


