Al risparmio gestito, alle assicurazioni, alle banche serve “una loro Airbus”, un “campione europeo” capace di competere su un terreno internazionale che vede l’Europa, in molti ambiti, troppo piccola rispetto agli Stati Uniti. È questo uno dei messaggi chiave lanciati dall’ex premier Enrico Letta al Salone del Risparmio.
Non si tratta, ha precisato, di “un inno al gigantismo”, ma della necessità di costruire operatori in grado di trainare un’intera filiera. La realtà recente, però, continua a smentire le ambizioni di integrazione nei settori più sensibili: dalle resistenze del governo tedesco sull’offerta di UniCredit su Commerzbank fino al fallimento, negli anni passati, della fusione tra Fincantieri e STX France.
Intanto, nei corridoi del Salone, si susseguono stand di asset manager di ogni dimensione, con alcune “astronavi” espositive che evocano, in piccolo, quelle “Airbus” del settore — che però restano, nella maggior parte dei casi, americane. Una questione di numeri, come ha ricordato Letta: “Se si mettono in una scatola le principali società finanziarie statunitensi ed europee e le si ordina per dimensione, il primo nome europeo compare solo in 36esima posizione”.
Capitali in fuga e il nodo degli incentivi fiscali
Per superare questo nanismo, lo stesso Letta aveva indicato nel suo rapporto sul mercato unico la necessità di invertire la migrazione dei capitali europei verso gli Stati Uniti. Un obiettivo cui la futura Savings and Investment Union prova a dare una risposta concreta.
Alla lettura secondo cui anche l’industria del risparmio gestito avrebbe una responsabilità in questa dinamica ha risposto la presidente di Assogestioni, Maria Luisa Gota: “Circa il 75% della capitalizzazione globale è concentrata negli Stati Uniti, mentre l’Europa pesa solo il 16% e l’Italia appena lo 0,8%. Possiamo attribuire responsabilità a qualcuno? In realtà no. Chi gestisce il risparmio deve operare nell’interesse dei clienti, cercando le migliori opportunità di rendimento a parità di rischio”.
Il punto, quindi, non è indirizzare i gestori, ma intervenire sugli incentivi: “In assenza di correttivi, i flussi continueranno a privilegiare gli Stati Uniti, dove la profondità e la performance dei mercati sono più elevate: da qui nasce il tema degli incentivi fiscali”.
In questa direzione si muove la Commissione europea con i Savings investment account, strumenti ancora in fase di definizione ma pensati per facilitare l’accesso delle famiglie ai mercati. Il modello dichiarato è quello degli ISK svedesi, nati però per semplificare la tassazione.
Secondo Gota, lo strumento dovrebbe invece avvicinarsi alla logica dei PIR italiani: “Strumenti come i PIR hanno dimostrato che, quando si introduce un vantaggio fiscale, è possibile orientare almeno in parte il risparmio verso specifiche destinazioni. Serve quindi un passo ulteriore: creare contenitori di investimento incentivati su scala europea”.
In sintesi, incentivi ben disegnati, non vincoli, per riallineare l’interesse privato con le priorità strategiche del continente.
Previdenza e costo dell’energia: i vincoli della competitività
Sul fronte nazionale, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato le misure introdotte con l’ultima Legge di Bilancio per rafforzare la previdenza complementare: “Il risparmio è una virtù privata. Ciò che lo trasforma in un valore pubblico è l’investimento”, ha dichiarato, aggiungendo che “abbiamo rafforzato l’adesione alla previdenza complementare attraverso meccanismi di iscrizione automatica, nel rispetto della libertà di scelta” e “abbiamo valorizzato il risparmio previdenziale intervenendo sulle soglie di liquidabilità e sulla modernizzazione delle opzioni di rendita”.
Il principio di fondo resta chiaro: “Il capitale è paziente: se trova un ambiente adatto, si mette in movimento”.
Ma le sfide europee non si fermano ai flussi finanziari. La competitività passa anche da nodi strutturali come l’energia, tornata al centro del dibattito. Lo ha sottolineato il presidente di Confindustria Emanuele Orsini: “Il tema della competitività oggi passa innanzitutto dal costo dell’energia” e “se arrivassimo a fine anno con il petrolio a 140 dollari, per le nostre imprese significherebbe circa 21 miliardi di euro in più di costi energetici”.
Un problema che si somma a uno svantaggio strutturale: “Partiamo già da un costo dell’energia più alto rispetto ad altri Paesi”. Da qui l’immagine più efficace: “È come correre con uno zaino pieno di sassi: senza quel peso potremmo avere un’accelerazione molto più significativa. Possiamo immaginare quanto potremmo crescere senza questo handicap strutturale”.

