La crescente aspettativa di tassi d’interesse in aumento ha smesso di essere benzina per le azioni bancarie, che negli ultimi anni avevano reagito all’aumento del costo del denaro soprattutto come un’opportunità di veder crescere i margini d’interesse. Con l’aumento dei rendimenti obbligazionari, in parte derivato dall’attesa di tassi elevati a lungo, il mercato ha iniziato però a vedere un’altra faccia della medaglia: il calo del valore dei titoli di Stato iscritti nei bilanci delle banche.
Giovedì 1° ottobre l’indice Euro Stoxx Banks ha perso il 3,9% in una sola seduta, la peggiore da marzo, con un ulteriore ribasso dell’1% nel corso della seduta di venerdì. Solo nell’ultima settimana l’indice settoriale bancario dell’area euro ha ceduto il 6,66%. Anche sul listino italiano l’ultima settimana ha punito duramente le azioni bancarie: tolta Telecom Italia, tutti i peggiori titoli del Ftse Mib sono finanziari: Banco Bpm (-8,7%), Bper (-7,3%), Intesa (-7,2%), Mps (-6,3%), Mediobanca (-5,9%).
Il repricing dei bond segna la fine della sovraperformance bancaria? E il costo del denaro previsto in aumento potrebbe far crescere le insolvenze e pesare sulla qualità del credito?
Su quest’ultimo punto, i numeri dell’outlook ABI-Cerved pubblicati il 2 ottobre continuano a essere piuttosto ottimisti: i tassi di deterioramento dovrebbero salire dal 2,6% del 2025 al 2,8% del 2026 e al 2,9% nel 2027, per poi ricominciare a scendere. Valori paragonabili a quelli pre-Covid.
Tassi e spread: quando il rialzo penalizza le banche
“Il movimento di ieri va probabilmente oltre una semplice fase di avversione al rischio e riflette soprattutto l’impatto dell’aumento del costo del capitale. Il settore bancario ha beneficiato a lungo delle prospettive di un contesto di tassi higher for longer, che avrebbe dovuto tradursi in una crescita degli utili altrettanto duratura. Il ciclo di rialzi della Bce è stato infatti uno dei principali driver al rialzo delle stime sugli utili per azione, favorendo in particolare le banche più sensibili all’andamento dei tassi. Oltre una certa soglia, tuttavia, l’aumento dei tassi può diventare penalizzante: frena la crescita del credito, aumenta i rischi sul fronte della qualità degli attivi e intensifica la competizione sulla raccolta”, ha commentato a We Wealth Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac. “A preoccupare maggiormente sono però l’ampliamento degli spread sovrani e le possibili ricadute sul settore bancario”.
Dello stesso avviso anche Luca Peviani, co-fondatore e consigliere delegato di P&G Sgr: “Gli aumenti degli spread, combinati con l’aumento dei tassi di politica monetaria, hanno vari effetti negativi sui bilanci delle banche: in primo luogo possono portare a perdite in conto capitale sui portafogli obbligazionari di governativi e non solo, detenuti dalle banche. In secondo luogo, comportano un aumento del costo del funding che non potrà essere trasferito in toto sulla clientela senza aumentare i rischi di default”.
Dal rischio sovrano alle possibili ricadute sul credito
Nell’ultima riunione di politica monetaria la Bce ha rivisto al rialzo le prospettive sulla crescita, definendola più robusta del previsto nel contesto dei costi energetici crescenti. In generale, però, un contesto di tassi elevati a lungo rischia di colpire l’economia e, storicamente, diverse recessioni sono seguite a fasi di inasprimento monetario. Tuttavia, nel 2022-2023 un brusco aumento del costo del denaro non ha prodotto, nonostante i timori di molti economisti, un atterraggio duro.
“Il ribasso delle banche europee di ieri sembra riflettere soprattutto un brusco repricing del rischio obbligazionario e fiscale, più che un improvviso timore di recessione. Il denominatore comune è stato soprattutto il movimento dei rendimenti sovrani: l’Oat francese decennale è salito al 4,92%, sui massimi dal 2002, mentre il Btp decennale si è portato intorno al 4,69% e lo spread con il Bund ha superato i 120 punti base, con un allargamento giornaliero vicino ai 15 punti”, ha dichiarato a We Wealth il market analyst di eToro, Gabriel Debach. “Il mercato sembra quindi essere tornato a discriminare con maggiore decisione tra le diverse traiettorie fiscali europee. La Francia è diventata il punto più evidente della tensione, ma le vendite sulle banche sono state diffuse anche nel Regno Unito, in Spagna, Grecia e Italia”.
“Rendimenti sovrani più elevati e condizioni finanziarie più restrittive possono frenare credito e attività economica e, in una seconda fase, tradursi in maggiori rettifiche e minore qualità degli attivi bancari”.
Azioni bancarie: mantenere il sovrappeso o diventare più prudenti?
Le banche sono state la principale scommessa settoriale dei gestori globali almeno fino a settembre, ha rilevato l’ultima survey di Bank of America. Non è detto che il sovrappeso in portafoglio possa rimanere tale alla luce della potente risalita dei rendimenti obbligazionari. “Il giudizio resta positivo sul settore, sostenuto tra risiko, rialzi dei tassi e un’economia rivista al rialzo dalla stessa Bce”, ha affermato Debach. “Tuttavia, visto il rialzo delle quotazioni e i rischi di coda si resta positivi ma con un hold più che con un overweight”. Anche per Thozet comprare questo ribasso delle banche europee “richiede oggi una certa propensione al rischio: le pressioni derivanti dai conti pubblici e dal quadro politico sono infatti destinate, con ogni probabilità, a rimanere un elemento strutturale del contesto di investimento nei prossimi mesi e trimestri”.

