Se il mercato dell’arte nel biennio 2023-2024 tirava il freno, qualcuno continuava a comprare. Anzi: comprava di più. Secondo lo Stella Report infatti, il primo studio globale dedicato esclusivamente alle collezioniste, realizzato da Stella Alliance in collaborazione con ArtTactic, il 30% delle donne intervistate ha aumentato gli acquisti di opere negli ultimi due anni. La quota sale al 37% tra le under 45. Fra gli uomini ci si ferma al 14%, e al 17% tra i più giovani. Il rovescio della medaglia è altrettanto netto: il 39% dei collezionisti dichiara di aver comprato meno, contro il 27% delle collezioniste.
Non è soltanto una questione di volumi. Dall’indagine emerge un modo diverso di stare nel sistema dell’arte: meno attento al ritorno finanziario, più legato agli artisti, alle istituzioni e alla costruzione di un’eredità culturale.
Il primo Stella Report sulle collezioniste d’arte: più acquisti, meno rendimento
Il dato sulla tenuta degli acquisti trova una sponda esterna nell’Art Basel and Ubs Survey of Global Collecting 2025, richiamata dal rapporto: nel 2024 le donne con grandi patrimoni hanno speso in arte e antiquariato il 46% in più degli uomini, con millennial e gen Z in prima fila. Secondo gli autori, questa resilienza potrebbe dipendere dal fatto che il collezionismo femminile si lega a impegni di lungo periodo più che ai cicli di mercato, con un possibile effetto stabilizzante sull’intero ecosistema.

Ed è proprio sulle motivazioni che la distanza fra i generi si allarga. Il valore d’investimento pesa per il 36% degli uomini e per il 24% delle donne; tra gli under 45 il divario diventa un fossato, 48% contro 28%. Il movente estetico resta il primo per tutti (75% delle donne, 72% degli uomini, appaiati al 78% tra i più giovani), ma le collezioniste under 45 sono molto più spinte dal desiderio di costruire una collezione coerente: 57%, contro il 26% dei coetanei maschi. L’84% di loro si dice «molto» o «estremamente» in sintonia con i propri valori quando compra.
Dall’atelier al passaparola
Diverso anche il modo di scoprire nuovi artisti. Le gallerie restano il primo canale per entrambi i sessi (68%) e le fiere seguono a ruota, con un lieve vantaggio femminile (62% contro 57%). Poi le strade si separano. Il 42% delle donne arriva a un’opera passando dallo studio dell’artista (27% degli uomini) e il 52% grazie al passaparola di amici e conoscenti (38%).
Gli uomini, invece, si affidano a canali più transattivi: le aste sono una fonte di scoperta per il 51% di loro, contro il 34% delle donne, e le piattaforme online pesano un po’ di più (36% contro 28%). Quanto ai social network, i giovani collezionisti ne sono di gran lunga i più assidui frequentatori, con il 71% contro il 48% delle coetanee.
Il presente, con un occhio alla storia
Il baricentro è chiaramente sugli artisti viventi: il 77% delle collezioniste si concentra sull’arte contemporanea e il 37% punta in modo specifico sull’ultracontemporaneo, cioè sul mercato primario e sui nomi emergenti. Ma il portafoglio, per così dire, resta diversificato: il 30% acquista arte moderna, il 28% post-bellica, mentre impressionisti (9%) e antichi maestri (6%) rimangono territori di nicchia. Un equilibrio fra scoperta e profondità storica che, per gli autori, sostiene di fatto gallerie, studi e carriere.
Il canone si può riscrivere? La risposta dello Stella Report sul mercato dell’arte
È sul terreno della rappresentanza che si misura la divergenza più marcata. Il 35% delle donne considera «molto» o «estremamente» importante includere in collezione opere di artisti sottorappresentati; tra gli uomini la quota scende al 14%, e all’11% fra gli under 45. Il 48% delle collezioniste vuole che i propri acquisti contribuiscano a narrazioni culturali di lungo periodo (38% degli uomini), anche se fra i più giovani i due sessi si allineano (46% contro 45%). E il 35% ritiene importante misurare l’impatto culturale e sociale della propria raccolta, contro il 20% dei collezionisti.
Fra le voci raccolte c’è quella dell’americana Ayesha Selden, che colleziona esclusivamente donne e artisti afroamericani e ricorda come nelle istituzioni pubbliche statunitensi le artiste valgano appena l’11% delle acquisizioni: «siamo l’ancora, non la nota a piè di pagina». Ma non tutte la pensano così. La gallerista e collezionista di Hong Kong Pearl Lam è netta: «Non ho mai collezionato con l’obiettivo di misurare l’impatto culturale o sociale. Per me collezionare è un atto profondamente personale».

Da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo a Valeria Napoleone: il modello del mecenatismo al femminile
Il passaggio dal collezionismo al mecenatismo è forse il tratto più interessante dell’indagine. Il 51% delle donne sostiene le istituzioni con donazioni (44% degli uomini), il 57% offre competenze o mentorship (47%) e il 36% si spende per dare visibilità agli artisti attraverso media e iniziative pubbliche (27%). Guardando avanti, il 29% delle collezioniste under 45 si aspetta di assumere entro cinque anni ruoli di guida o consulenza nelle istituzioni culturali, contro l’11% dei coetanei.
Due italiane fanno da apripista. Valeria Napoleone, fra New York e Milano, sostiene artiste donne da quasi trent’anni e dal 2016, con la Contemporary Art Society, finanzia ogni anno l’acquisto di un’opera di un’artista vivente da donare a un museo britannico: una scelta «audace e inedita a metà degli anni Novanta», ricorda, che «non era una strategia». Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, dal canto suo, rivendica un approccio lontano dalle firme: «Non mi è mai interessato collezionare nomi. Quello che conta per me è l’opera in sé». Mentre la londinese Catherine Petitgas, alla guida dell’International Council della Tate, ha appena lanciato una biennale a Mérida, in Messico, che a suo dire potrebbe gratificarla più del semplice accumulare oggetti.
54mila miliardi di buone ragioni
Sullo sfondo c’è il grande trasferimento di ricchezza. Il report Stella sulle collezioniste d’arte cita le stime di McKinsey, secondo cui entro il 2030 gli asset controllati da donne in Europa raggiungeranno 11.400 miliardi di dollari, il 47% del totale Ue, mentre negli Stati Uniti saliranno a 34mila miliardi, quasi il doppio dei 18mila del 2023. E quelle di Cerulli: dei 124mila miliardi destinati a cambiare mano entro il 2048, 54mila passeranno prima per via coniugale alle vedove, per oltre il 95% donne.
Per gallerie, case d’asta e musei la conseguenza è evidente: un pubblico che chiede accesso agli artisti, programmi educativi e occasioni di partecipazione, più che semplici transazioni, e che valuta un’opera anche per il suo significato e la sua rilevanza culturale, non soltanto per prezzo e prestigio.
Lo Stella report sulle collezioniste d’arte, un campione da maneggiare con cura
L’indagine, condotta fra novembre e dicembre 2025, ha coinvolto 268 collezionisti (56% donne) dalle basi clienti di ArtTactic e Stella Alliance, con un peso preponderante di Europa (44%) e Nord America (32%). Gli stessi autori avvertono che il campione non è statisticamente rappresentativo della popolazione mondiale dei collezionisti, ma offre una lettura utile delle differenze di genere fra pubblici molto attivi. Il rapporto, il primo di una serie annuale, è firmato dalle fondatrici di Stella Alliance, Greta Scarpa e Chimère Cissé, per le quali le collezioniste «non sono una nicchia del mondo dell’arte. Sono una delle sue forze più rilevanti, e una delle meno comprese».

Il Museo Capodimonte a Napoli

