ETF attivi: la seconda rivoluzione dell’industria

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Dopo oltre vent’anni dominati dalla replica passiva, il mercato degli ETF entra in una nuova fase. Gestione attiva e passiva possono convivere, rispondendo alle caratteristiche delle diverse asset class e a differenti esigenze di portafoglio

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Per molti anni parlare di ETF ha significato parlare quasi esclusivamente di gestione passiva. Strumenti semplici, trasparenti e accessibili, costruiti per replicare l’andamento di un indice e capaci di modificare profondamente il modo di investire sia degli operatori professionali sia della clientela retail.

Oggi, però, l’industria sta attraversando una nuova trasformazione. All’interno del contenitore ETF trovano sempre più spazio strategie attive, nelle quali un gestore può selezionare i titoli, modificare l’allocazione e intervenire sulla gestione del rischio.

Come ha raccontato Vincenzo Sagone, Head of ETF Sales Italy di Franklin Templeton, intervenuto in occasione dell’evento ETF Revolution: la nuova grammatica della consulenza, “l’ETF è stato una vera rivoluzione nel mondo degli strumenti finanziari, perché ha cambiato il paradigma dell’investimento e ne ha favorito la democratizzazione”. Un processo rimasto, secondo Sagone, a lungo “incompleto”, perché concentrato quasi esclusivamente sulla replica passiva: un trend che oggi sembra invertirsi. 

ETF attivi, i numeri di un mercato in crescita

È per questa ragione che la diffusione delle strategie attive all’interno di questo comparto rappresenta quindi una sorta di “seconda rivoluzione”. Il fenomeno partito dagli Stati Uniti, dove questi strumenti sono presenti da più tempo e hanno già raggiunto dimensioni rilevanti, sta progressivamente arrivando anche sul mercato europeo. A livello globale, infatti, ha spiegato Sagone, le masse gestite attraverso ETF attivi hanno raggiunto quasi 2.500 miliardi di dollari, distribuiti tra circa 5mila strumenti quotati. Numeri sostenuti soprattutto dal mercato statunitense, tradizionalmente più avanzato nell’adozione di nuove soluzioni finanziarie. 

In Europa la crescita è più recente, ma sta accelerando. “È una trasformazione che stiamo vivendo soprattutto tra il 2025 e il 2026”, ha aggiunto. Nel marzo 2026 il totale di masse gestite attraverso ETF attivi in Europa ha infatti superato la soglia dei 100 miliardi, mentre il numero dei prodotti disponibili è salito oltre quota 200. La crescita delle masse suggerisce quindi un interesse crescente da parte degli investitori, ma non implica necessariamente il superamento della gestione passiva. 

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Attivo e passivo: una convivenza possibile

Gli ETF attivi non nascono per sostituire quelli passivi. Il loro ruolo è piuttosto quello di ampliare la gamma delle soluzioni disponibili, permettendo agli investitori di scegliere il tipo di gestione più adatto alle caratteristiche di ciascun mercato. “Dire che il passivo batte sempre l’attivo può essere vero in alcuni casi, così come può essere vero il contrario. La vera domanda è capire dove un approccio possa essere più efficace dell’altro”, ha precisato.

Nei mercati particolarmente liquidi ed efficienti, replicare un indice può rappresentare una soluzione adeguata. In altri segmenti, invece, la possibilità di selezionare emittenti e strumenti, modificare i pesi in portafoglio o evitare determinate esposizioni può assumere maggiore rilevanza. La costruzione dell’offerta dovrebbe quindi partire dall’asset class e non dalla volontà di privilegiare a priori una determinata modalità di gestione.

Tra le aree che si prestano maggiormente a una gestione attiva rientrano innanzitutto le obbligazioni, ma anche le small cap, i mercati emergenti e, secondo Sagone, anche il segmento degli investimenti tematici. Si tratta spesso di universi molto ampi, meno liquidi o meno coperti dagli analisti rispetto ai grandi mercati azionari sviluppati. In questi contesti, un team di gestione può utilizzare la ricerca proprietaria per analizzare la solidità degli emittenti, individuare aziende poco conosciute o evitare i titoli che presentano criticità non pienamente riflesse negli indici.

Un ETF passivo deve invece seguire le regole del benchmark, mantenendo al proprio interno i titoli e i relativi pesi stabiliti dalla metodologia dell’indice. “Avere un gestore supportato da team di analisti consente di compiere scelte che uno strumento passivo, per sua natura, non può fare”, ha sottolineato. 

La gestione attiva non garantisce naturalmente una sovraperformance. Può però offrire una maggiore capacità di adattamento, soprattutto quando le condizioni dei mercati cambiano rapidamente o quando all’interno della stessa asset class emergono differenze significative tra Paesi, settori ed emittenti.

Dal fondo tradizionale al contenitore ETF

La crescita degli ETF attivi sta inoltre portando le società di gestione a trasferire nel contenitore quotato strategie nate originariamente come fondi tradizionali. A cambiare è la struttura attraverso cui vengono rese accessibili agli investitori, mentre la selezione dei titoli e le decisioni di portafoglio restano affidate ai gestori. “Il nostro obiettivo è offrire la modalità di replica più adatta a ciascuna asset class. Esistono però strategie che, per loro natura, possono essere realizzate soltanto attraverso una gestione attiva”, ha spiegato Sagone.

L’affermazione degli ETF attivi non segna quindi la fine della replica passiva. Al contrario, consente ai due approcci di convivere all’interno dello stesso portafoglio e di essere utilizzati per finalità differenti. Gli strumenti passivi possono continuare a rappresentare un modo efficiente per ottenere esposizione ai mercati più liquidi e coperti. Gli ETF attivi possono invece trovare spazio nelle asset class in cui selezione, ricerca e capacità di modificare il portafoglio possono contribuire alla gestione del rischio.

Dopo avere reso più accessibili i mercati finanziari, l’industria degli ETF entra così in una nuova fase in cui utilizzare lo stesso contenitore per costruire esposizioni più selettive e adattabili.

di Paola Ragno

Giornalista pubblicista e Senior Content Editor di We Wealth, è laureata in Mediazione linguistica e interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. In We Wealth cura lo sviluppo di prodotti multimediali e redazionali, per l’online e il cartaceo. Nel passato ha lavorato e collaborato anche con Class CNBC.

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