In un contesto dominato da temi complessi come la longevità, l’intelligenza artificiale e l’innovazione finanziaria, la filantropia smette di essere una voce “accessoria”, e diventa un asse che si interseca con il wealth planning. Soprattutto quando le famiglie iniziano a interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo e sull’eredità che desiderano lasciare. È uno dei concetti chiave emersi durante la Masterclass condotta da Fondazione l’Albero della Vita, in occasione del II Wealth Management Summit di We Wealth. Chiara Paratico, Responsabile corporate partnership e Alberto Abbà, Responsabile Raccolta Fondi Grandi Donatori e Lasciti della Fondazione hanno raccontato che dietro ogni azienda, ogni famiglia e ogni scelta patrimoniale c’è, prima di tutto, una persona. E sono proprio le motivazioni individuali talvolta intime, altre volte legate a esperienze di vita a determinare l’avvicinamento alla filantropia. Per questo, il ruolo dell’advisor oggi non si limita più all’ottimizzazione degli strumenti, ma richiede un ascolto profondo e la capacità di trasformare una visione valoriale in un progetto concreto.
Filantropia e wealth planning: perché oggi si intrecciano davvero
Fondata nel 1997, Fondazione L’Albero della Vita opera per tutelare bambini e famiglie che vivono in condizioni di fragilità. È un lavoro quotidiano, che richiede competenze specialistiche e una pedagogia centrata sulla persona, per questo la Fondazione investe nella formazione di operatori capaci di trasformare il disagio in opportunità e in una possibilità di riscatto sociale. Dal 2009 l’Albero della Vita è anche una ONG, con progetti attivi in 15 Paesi, 16 sedi progettuali e oltre 130 mila beneficiari (raggiunti solo nel 2024). Una struttura da circa 180 professionisti, sostenuta da quasi 100 mila donatori e da circa 150 imprese che collaborano in modo continuativo. Una realtà rappresentativa di un terzo settore che, in Italia, copre il 5% del PIL nazionale e impiega 850 mila lavoratori. Ed è anche per questo motivo che oggi le imprese non si limitano più a donare, ma cercano partner capaci di accompagnarle con autorevolezza.
Il nuovo ruolo del terzo settore nelle partnership corporate
Buona parte della Masterclass è stata dedicata proprio al racconto del ”nuovo” ruolo che il terzo settore ha nel mondo corporate. Non si tratta più di “fare beneficenza”, ma di costruire partnership basate su obiettivi sociali chiari e misurabili, hanno spiegato Abbà e Paratico. Le collaborazioni tra le imprese e la Fondazione possono evolvere lungo tre direttrici. Il sostegno a progetti specifici, attraverso erogazioni liberali e partnership tradizionali; iniziative collegate al business, come le campagne in cui clienti e dipendenti diventano parte attiva della raccolta fondi e, infine, la coprogettazione di interventi sociali. In questo caso azienda e fondazione disegnano insieme un progetto, fino all’introduzione di criteri sociali nella progettazione di prodotti o servizi. Paratico ha spiegato come queste forme evolute di collaborazione richiedano al terzo settore una solidità organizzativa e una profondità analitica paragonabile a quella di un partner industriale. La conoscenza dei territori, la capacità di leggere i bisogni sociali, la presenza di strumenti di misurazione dell’impatto e la possibilità di restituire dati verificabili diventano condizioni essenziali per dialogare con aziende strutturate, chiamate esse stesse a rispettare norme, standard ESG e processi di accountability sempre più rigorosi. Le partnership con Fondazione Mediolanum, con Fondazione Enel Cuore (il braccio filantropico di Enel), Fondazione Conad, Fineco, Mediobanca Premier e con The Human Safety Net mostrano come la filantropia possa integrarsi nei modelli di business, diventare parte dell’identità aziendale e generare capacità operative nuove.
Quando la filantropia diventa personale: storie di legacy e impatto
Ma accanto alle dinamiche aziendali, c’è un’altra dimensione: quella più personale. Come ha sottolineato Abbà, le motivazioni alla base delle scelte filantropiche sono spesso legate a un valore familiare, un’esperienza diretta o al semplice desiderio di lasciare un segno. È il caso di alcuni grandi donatori che hanno contribuito a realizzare due dei progetti più importanti dell’ultimo decennio: l’acquisto degli spazi per bambini 0-6 anni a Milano e la rigenerazione di un bene dissequestrato per mafia nel quartiere Zen di Palermo, trasformato in uno spazio educativo per adolescenti. Il gesto è nato dal desiderio di onorare la memoria dei genitori, e si è concretizzato grazie a un percorso di fiducia sostenuto da una visione chiara e da un confronto diretto con la realtà del territorio. Ci sono poi percorsi che nascono da motivazioni intime, ma c’è anche chi si avvicina alla filantropia attraverso la consulenza finanziaria. Abbà e Paratico hanno illustrato il caso di un advisor che, dopo aver ricevuto la richiesta da parte di alcuni clienti di sostenere un progetto per i bambini, ha contattato la Fondazione quasi per caso. La relazione, anche in questo caso, ha superato la logica dell’incontro formale per trasformarsi in una scelta concreta. Infine, la storia più potente è forse quella di Maria, una donatrice che aveva sostenuto il progetto “La Rondine”, dedicato alle mamme sole con bambini allontanati da contesti di violenza. E che ha poi deciso di lasciare una parte del proprio patrimonio alla Fondazione. Oggi uno degli alloggi porta il suo nome, e la sua storia diventa un simbolo di come la filantropia possa restare anche quando chi la compie non c’è più.
Per ricevere maggiori informazioni sui progetti della Fondazione e sulle modalità di sostegno scrivi ad Alberto Abbà – Responsabile Grandi Donazioni e Lasciti
Articolo tratto dal n° di febbraio del Magazine di We Wealth. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.

