Cosa succede quando un mondo costruito su sguardi, intuizioni e relazioni umane incontra strumenti capaci di analizzare, replicare e generare immagini in pochi secondi? È da questa domanda che ha preso avvio la serata organizzata da We Wealth insieme a Cagnola & Associati Studio Legale, dedicata ai nuovi scenari del collezionismo contemporaneo e al ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella gestione delle opere e dei patrimoni culturali. A fare da filo conduttore al dialogo è stata una consapevolezza comune: l’arte resta un’espressione profondamente umana, legata all’esperienza, alla memoria, alla sensibilità. Eppure l’AI è già entrata, silenziosamente, nei processi che circondano il mondo dell’arte, dalla catalogazione alla stima, dalla comunicazione alla due diligence. La questione, dunque, non è più se la tecnologia farà parte di questo ecosistema, ma come verrà integrata, con quali limiti e con quali responsabilità.
L’AI nella ricerca storico-artistica: il problema del dato
Dal punto di vista della ricerca storico-artistica, è emerso con chiarezza quanto l’uso dell’intelligenza artificiale resti oggi condizionato da un problema strutturale: il dato.
Sharon Hecker, storica dell’arte e curatrice, ha ricondotto il tema a una realtà spesso sottovalutata, fatta di archivi non digitalizzati, collezioni private opache, informazioni online incomplete o distorte. In un contesto simile, l’AI può al massimo suggerire indizi marginali, ma non sostituire il lavoro critico e relazionale che passa da archivi fisici, reti di contatti, verifiche incrociate e conoscenza diretta delle opere. La tecnologia, in questo ambito, può diventare un supporto, non un metodo autonomo, e solo a condizione che resti sempre presente una mediazione umana.
AI e mercato: efficienza, rischi e futuro del collezionismo
Uno sguardo complementare è arrivato dal mercato con Agnese Bonanno, direttrice marketing e comunicazione del Ponte Casa d’Aste, che ha ricondotto l’uso dell’AI a una dimensione operativa concreta, lontana dalle suggestioni della creatività artificiale. Nel lavoro quotidiano di una casa d’aste, l’intelligenza artificiale può semplificare processi, affinare ricerche comparative, supportare la stima dei valori, amplificare la comunicazione e la visibilità delle opere. Non crea emozione, non sostituisce l’occhio esperto, ma può rendere più efficiente e strutturato un sistema che resta profondamente umano nelle sue decisioni chiave.
Allargando lo sguardo agli equilibri futuri del mercato, Franco Broccardi, economista della cultura, ha proposto una lettura che guarda oltre il settore delle arti visive chiamando in causa il settore della musica, già colpito in modo diretto dall’intelligenza artificiale. Un segmento quindi che diventa un laboratorio anticipatore: perdita di ricavi per alcuni autori, nuove forme di produzione, ibridazioni tra uomo e macchina. Dinamiche che potrebbero replicarsi anche nell’arte, soprattutto nelle fasce più basse del mercato. A questo si somma un altro fattore destinato a pesare: l’ondata di opere ereditate che la nuova generazione di collezionisti spesso non intende conservare, immettendo sul mercato grandi quantità di lavori storici. Con l’intelligenza artificiale da una parte e l’eredità dall’altra, si potrebbe generare una pressione combinata che rischia di comprimere ulteriormente lo spazio per gli artisti emergenti.
Tecnologia, mestiere e responsabilità: l’AI tra piattaforme, artigianato e diritto
Il tema del rapporto tra tecnologia e mestiere è stato affrontato da Bernabò Visconti di Modrone, fondatore di Artshell e presidente della Fonderia Artistica Battaglia. Due realtà lontane solo in apparenza. Da un lato, una piattaforma tecnologica che lavora su dati, collezioni e software, dove l’AI apre prospettive interessanti ma si scontra ancora con costi elevati e con l’impossibilità di codificare elementi soggettivi come il valore artistico. Dall’altro, una fonderia storica che lavora quasi interamente a mano, ma che ha sperimentato un processo inedito: un’opera generata dall’AI e resa possibile grazie al sapere artigianale umano. Un ribaltamento del paradigma tradizionale, che mostra come la macchina possa “pensare” solo se guidata, tradotta e resa concreta dall’esperienza dell’uomo.
A chiudere il cerchio, riportando il dibattito sul terreno della responsabilità, è stato l’intervento dell’avvocato Filippo Ferri, esperto di tutela penale nel mondo dell’arte. In un mercato sempre più globale e digitale, dove immagini, perizie e documenti circolano online, l’intelligenza artificiale può diventare uno strumento potente anche sul fronte investigativo e difensivo. Ma può allo stesso tempo rendere più sofisticate le falsificazioni e le manipolazioni. Da qui un messaggio chiaro per collezionisti e investitori: l’attenzione non riguarda solo il rischio di essere vittima, ma anche quello di diventare corresponsabile, quando si immette sul mercato un’opera sapendo, o accettando, che qualcosa non torna.
Il filo che ha attraversato l’intera serata è stato dunque quello della consapevolezza. L’AI non cancella l’arte, né la sostituisce. Ma impone nuove domande a chi colleziona, tutela, valuta e tramanda. Domande che richiedono competenze, senso critico e una gestione sempre più informata di una passione che, oggi più che mai, dialoga con la tecnologia senza poterle delegare il proprio significato.
(Articolo tratto dal magazine n.86 di gennaio 2026 di We Wealth)
