Infrastrutture, private equity, materie prime e persino criptovalute: i piani pensionistici individuali 401(k) americani potrebbero presto ampliare il proprio perimetro investibile a queste e ad altre asset class “alternative”. A spingere in questa direzione è l’ordine esecutivo firmato il 7 agosto dal presidente Donald Trump, che non cambia le regole nell’immediato ma incarica agenzie come la Securities and Exchange Commission di definire, entro 180 giorni, criteri chiari per includere in modo prudente questi strumenti nei portafogli.
La tesi alla base è che escludere gli “alternativi” dal risparmio previdenziale individuale sia stata, finora, un’occasione persa. “Questi asset rappresentano una quota sempre più consistente dei portafogli dei fondi pensione pubblici e dei piani a prestazione definita e offrono rendimenti competitivi, oltre a opportunità di diversificazione” scrive Trump. “Una combinazione di eccesso regolatorio e di incoraggiamento a cause legali intentate da avvocati d’ufficio opportunisti ha soffocato l’innovazione negli investimenti, relegando in gran parte i partecipanti ai piani 401(k) e ad altri piani a contribuzione definita a classi di asset i cui rendimenti non offrono gli stessi benefici di lungo periodo raggiunti da fondi pensione pubblici e altri investitori istituzionali”.
Portare in mano agli investitori individuali il rischio di asset come cripto, azioni e obbligazioni non quotate è davvero una buona idea? Negli Stati Uniti non tutti ne sono convinti. La democratizzazione degli asset alternativi gode sì di una forte spinta commerciale — anche perché i gestori possono compensare su questi prodotti parte delle commissioni erose dalla diffusione degli ETF — ma suscita anche molte perplessità.
Il confronto tra 401(k) e previdenza complementare italiana
I piani 401(k) corrispondono, in termini previdenziali, al secondo pilastro italiano. Sono finanziati congiuntamente da lavoratore e datore di lavoro, con vantaggi fiscali sulle contribuzioni, e il paragone più vicino nel nostro ordinamento è con i fondi pensione negoziali. In entrambi i casi l’iscritto decide il livello di rischio e la composizione del portafoglio. In Italia, tuttavia, nessun fondo negoziale prevede linee con private equity o private debt, e prima di questa iniziativa anche i 401(k) li escludevano.
Gli investimenti alternativi, però, non sono estranei alla previdenza italiana: sono già parte del primo pilastro delle casse professionali, che gestiscono i contributi obbligatori degli iscritti. Secondo l’ultimo Osservatorio Mefop, gli enti di previdenza dei liberi professionisti investono in asset alternativi circa il 30% del loro patrimonio finanziario. La gestione del rischio, in questi casi, è affidata a comitati specializzati e non alle scelte di un singolo iscritto, che potrebbe commettere errori gravi — come mantenere un’elevata esposizione azionaria a pochi mesi dalla pensione, con il rischio di vedere crollare il capitale su cui sarà calcolata la rendita.
Rischi, opportunità e interessi dietro l’apertura ai private market
Si potrebbe dunque pensare che, se le casse previdenziali trovano utile diversificare con gli alternativi, la stessa logica debba valere per il risparmio individuale. Ma la realtà è più complessa. La principale critica all’iniziativa è che introdurre asset meno liquidi, più complessi da comprendere e difficili da valutare possa aumentare la confusione e il rischio di errore per l’investitore medio, che non ha gli strumenti per orientarsi nei mercati privati.
C’è poi una differenza strutturale: una cassa previdenziale ha un orizzonte di investimento lunghissimo e flussi di cassa prevedibili, mentre il singolo iscritto vede il proprio orizzonte accorciarsi con l’avvicinarsi della pensione. In pratica, solo un investitore molto giovane potrebbe permettersi un’esposizione significativa a private equity o infrastrutture, mantenendo un profilo di rischio sostenibile.
È probabile che le autorità americane introducano vincoli basati sul ciclo di vita, per mitigare questi rischi. Ma resta il dubbio di fondo: la spinta verso i private market nei 401(k) nasce da una reale esigenza dei risparmiatori o dall’interesse dell’industria finanziaria a vendere prodotti con margini più generosi? Secondo il Wall Street Journal, la risposta è chiara almeno su un punto: “I gestori di fondi dei mercati privati hanno fatto lobbying verso l’amministrazione Trump per facilitare l’inclusione dei loro prodotti nei fondi previdenziali”.
Se e quanto questo andrà a beneficio dei risparmiatori è, invece, tutto da dimostrare.

