Yellen, un’unica tassa globale per le multinazionali?

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La proposta è della segretaria del Tesoro Usa Janet Yellen, e fa seguito alle dichiarazioni del presidente Joe Biden, interessato più che mai a tenere gli Usa saldi alla testa dell’economia globale. Ne abbiamo parlato con il professor Andrea Beltratti dell’Università Bocconi

L’economista si è appellata a «una maggiore parità di condizioni sulla tassazione delle multinazionali» affinché l’economia globale possa prosperare, crescere, innovarsi

Minimizzare il carico fiscale produce asimmetria nel modo in cui si generano i redditi. Non solo. Ha impatto anche sulla forza lavoro. Per esempio, le grandi fintech sono presenti in tanti luoghi senza una base produttiva particolarmente importante, ma godono di molti redditi che non vengono redistribuiti

La genesi della proposta si inserisce in un contesto che pure in Ue vuole regolamentare lo strapotere delle big tech, anche dal punto di vista fiscale. Il percorso sarà lungo, ma è iniziato, e l’eventualità della tassa globale della Yellen sarà discussa al G20 e in sede Ocse

La locomotiva della ripresa per gli Usa è appena partita, e la segretaria del Tesoro Usa Janet Yellen dà manforte al presidente Biden nella sua volontà di tenere il paese saldo alla leadership nell’economia mondiale. E lo fa proponendo un’unica – minima – tassa globale sui profitti delle grandi multinazionali. In un discorso al Chicago Council on Global Affairs il giorno di Pasquetta, l’economista si è appellata a «una maggiore parità di condizioni sulla tassazione delle multinazionali» affinché l’economia globale possa prosperare, crescere, innovarsi. «“Prima l’America” non deve significare “l’America da sola”», come era con Donald Trump. «Nel mondo attuale, nessun paese da solo può essere in grado di offrire ai propri cittadini un’economia forte e sostenibile». Con le sue parole sulle imposte societarie, la funzionaria fa seguito alla proposta della Casa Bianca di aumentare l’imposizione nazionale sulle imprese per finanziare l’appena varato piano di rifacimento infrastrutturale da 2000 miliardi di dollari.
«La proposta relativa all’omogeneizzazione della corporate tax è il passo finale, fra quelli intrapresi da tempo dall’amministrazione Usa, che deve venire a patto con la dimensione globale di molte delle sue aziende. Le quali, in virtù della loro grandezza, sono state in grado di fare arbitraggio fiscale a livello internazionale», osserva il professor Andrea Beltratti dell’Università Bocconi. Ma minimizzare il carico fiscale – seppur legalmente – «produce asimmetria nel modo in cui si generano i redditi». Non solo. Ha impatto anche sulla forza lavoro. «Per esempio, le grandi fintech sono presenti in tanti luoghi senza una base produttiva particolarmente importante, ma godono di molti redditi, pagando le tasse secondo un criterio di minimizzazione del carico fiscale. E ciò produce asimmetrie».
La stessa Yellen sottolinea che la competitività ha a che fare con «sistemi fiscali stabili» in grado di produrre «sufficiente gettito fiscale da investire nei pubblici essenziali, per affrontare le crisi, per far sì che tutti i cittadini condividano equamente il peso di finanziare il governo». La visione “patriottica” degli Usa «vuole ridurre al minimo gli attuali margini di arbitraggio fiscale», prosegue il professor Beltratti. «La genesi della proposta si inserisce in un contesto che pure in Ue vuole regolamentare lo strapotere delle big tech, anche dal punto di vista fiscale». L’impressione è che la battaglia sia appena iniziata, che si porterà l’argomento ancora su tanti tavoli di discussione nel breve e nel medio periodo. Gli Stati Uniti stanno già premendo per una bozza di accordo multilaterale su una tassa digitale globale da discutere in sede Ocse quest’estate. Il Tesoro di Yellen intende andare ancora più avanti, proponendo un’intesa che sia comune non solo al G20 ma anche ad altri paesi.
L’implementazione di un’unica tassa mondiale sui redditi d’impresa comporterebbe una chiusura dei margini di arbitraggio e il «ribilanciamento del carico fiscale nelle varie economie, aumentando il carico fiscale nei confronti delle big tech». Nelle parole di Andrea Beltratti, il contributo più proficuo di un simile accordo all’economia sarebbe quello di un ribilanciamento dei redditi, con la creazione di posti di lavoro. Il percorso si preannuncia lungo e tortuoso, «come sempre quando si tratta di proposte che coinvolgono la redistribuzione dei redditi nei vari paesi, il cambiamento climatico, le emissioni». A livello globale il tema può essere elaborato su più livelli, mettendo sulla bilancia più aspetti e dimensioni, «proprio per trovare il necessario spazio negoziale».

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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