Perché la violenza economica è un problema anche del consulente

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La violenza economica fatica ancora oggi a essere individuata. Ma può essere contrastata attraverso un ruolo attivo anche dell’industria del risparmio gestito

Solo il 34% delle donne che si rivolgono a un centro antiviolenza denuncia episodi di violenza economica

Secondo Daniela Brunetti di Sanpaolo Invest c’è bisogno di educazione finanziaria. Che dovrebbe partire innanzitutto dagli advisor

Solo il 34% delle donne che si rivolgono a un centro antiviolenza denuncia episodi di violenza economica. Un dato, quello raccolto da D.i.Re (gruppo di 83 organizzazioni che gestiscono oltre 100 centri antiviolenza e più di 50 case rifugio sul territorio italiano), che non è indice di una diffusione del fenomeno più contenuta quanto piuttosto di una minore consapevolezza. Come spiega Rosella De Leonibus, psicologa-psicoterapeuta e docente in psicoterapia della Gestalt in occasione della seconda tappa del webinar Donne che parlano alle donne organizzato dalla group manager di Sanpaolo Invest Sabrina Spita, la violenza economica fatica ancora oggi a essere individuata. E può essere contrastata non solo con l’educazione finanziaria ma anche attraverso un ruolo attivo dei consulenti finanziari. Indipendentemente dal genere.

“Esistono diversi livelli di gravità di violenza economica”, racconta De Leonibus. “Il primo è l’esclusione della donna dalla propria gestione finanziaria: non possiede una carta di credito, può usare quella in comune con il proprio partner ma non quella del partner, non può chiedere al proprio partner come gestisce le sue finanze. Il secondo è molto più duro perché consiste nel negare i soldi alla partner. E laddove la donna ha una minore libertà di procurarsi un reddito perché dedita alla cura dei figli, della famiglia o degli anziani, questo può avvenire anche attraverso il controllo ossessivo della libertà di scelta, sulla gestione della spesa o sugli extra familiari. Costringendola a ricorrere ad altre fonti finanziarie, per esempio a rivolgersi ai propri familiari. Al terzo livello, poi, la violenza economica diventa qualcosa di ancora più subdolo, che ha a che fare con la scarsa dimestichezza delle donne con gli affari e la finanza: spesso sono costrette, per esempio, a vendere partecipazioni in società e vengono perpetrate delle vere e proprie truffe”.

In questo contesto, secondo Daniela Brunetti (consulente finanziaria di Sanpaolo Invest), c’è bisogno di educazione finanziaria. Che dovrebbe partire innanzitutto dagli advisor, proprio per il ruolo sociale che tale professione include. “Il cambiamento passa attraverso il contributo di ognuna di noi, abbiamo una responsabilità molto forte”, aggiunge Spita, che oltre a ricoprire il ruolo di group manager di Sanpaolo Invest è anche consigliera regionale di Anasf. “Essere indipendente dal punto di vista economico, per una donna, vuol dire in primis essere intestataria di un conto corrente”, spiega invece Brunetti. Ma studi dimostrano come solo tre donne su dieci lo siano. “Le donne, inoltre, dovrebbero disporre in autonomia del proprio stipendio ed essere rese partecipi della gestione delle spese familiari. Purtroppo, però, nella realtà sono ancora tante coloro che delegano ai propri compagni e mariti le decisioni d’investimento e di spesa”, osserva l’esperta. E l’isolamento economico, conclude, impedisce loro di accedere a una qualsiasi forma di aiuto, di rivolgersi a un avvocato e di salvaguardare il proprio futuro e quello dei propri figli. 

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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