L’effetto dell’accordo quadro Usa-Cina, annunciato dal segretario del Tesoro Scott Bessent, ha riacceso gli “spiriti animali” sull’azionario americano, dopo aver galvanizzato in mattinata le Borse asiatiche: S&P 500 e Nasdaq viaggiano su nuovi record con rialzi rispettivamente dello 0,9% e dell’1,5%, mentre sul fronte dei beni rifugio arretra ancora l’oro dopo i massimi delle scorse settimane. Il metallo giallo ha ceduto oltre il 3%, scendendo sotto quota 4.000 dollari per la prima volta dal 10 ottobre (minimo intraday a 3.985); solo negli ultimi cinque giorni il future sull’oro ha perso l’8,42%, pur mantenendo sopra il 51% la performance da inizio anno.
L’accordo fra Stati Uniti e Cina non è ancora noto nei dettagli, che verranno discussi solo nel corso dell’incontro atteso fra Xi Jinping e Donald Trump in Corea del Sud, a margine della conferenza Apec del 31 ottobre – 1° novembre.
Secondo quanto anticipato da Bessent, gli Stati Uniti “toglieranno dal tavolo” i dazi aggiuntivi al 100% che sarebbero scattati sulle importazioni dalla Cina a partire da novembre, in risposta alla stretta di Pechino sui metalli critici. In cambio, la Cina rinvierà di un anno l’entrata in vigore delle licenze per l’export di terre rare e riprenderà a importare soia americana. Entrambe le parti hanno concordato di estendere inoltre la tregua commerciale sui dazi, in scadenza il prossimo 10 novembre. Secondo indiscrezioni, collegata all’accordo figurerebbe anche la risoluzione – apparentemente definitiva – sul social network cinese TikTok, da tempo nel mirino per presunte violazioni sulla riservatezza e per il quale gli Stati Uniti avevano richiesto la cessione da parte di ByteDance a una controllata con sede negli Usa.
L’allontanamento dei dazi, unito al taglio dei tassi Fed atteso mercoledì – ormai dato per certo dai mercati – ha contribuito a riportare slancio a Wall Street, rinnovando tuttavia i dubbi su quanto potrà durare l’idillio, nonostante istituzioni come FMI e Bank of England abbiano iniziato a parlare in modo più esplicito di rischi-bolla crescenti.
Sul piano geopolitico, l’euforia potrebbe presto scontrarsi contro nuove dispute con la stessa Cina, il cui status di avversario strategico statunitense non cambierà, nonostante le tregue commerciali. L’esperienza degli ultimi mesi l’ha già mostrato: dopo il Liberation Day di aprile Cina e Usa avevano già stretto la sospensione sui dazi attualmente in scadenza – l’accordo dello scorso maggio, tuttavia, non ha protetto le relazioni fra i due Paesi da nuove escalation e successive, parziali, risoluzioni.
La partita strategica fra Usa e Cina continua a usare come leve negoziali i rispettivi sui punti di forza: in questa logica il Dragone ha utilizzato le licenze sull’esportazione delle terre rare, di cui controlla circa il 90% della raffinazione, mentre gli Usa restringono l’accesso cinese ai semiconduttori più avanzati. Una mossa, quest’ultima, suggellata lo scorso 10 ottobre da una legge passata in Senato con voto bipartisan motivato da ragioni di “sicurezza nazionale”.
Le implicazioni di mercato immediate
La presenza di continui record per l’azionario americano continua ad alimentare timori sul fatto che il rally sia andato troppo oltre, entrando nel territorio di una bolla. Nel frattempo, il calo del dollaro, ha reso relativamente poco interessante Wall Street per l’investitore europeo da inizio anno, con una performance da inizio anno pari appena al 2,85% alla chiusura di venerdì 24 ottobre. Per fare paragone chiaro: l’S&P 350 Europe ha segnato un avanzamento del 13,35%, mentre l’S&P 500 China, corretto per il cambio in euro, ha reso oltre il 16% da inizio anno.
“A nostro avviso, il rally dell’azionario cinese ha ancora margine per proseguire”, dice Ubs WM nella sua house view, “abbiamo inoltre alzato il giudizio sull’azionario Cina nel suo complesso a ‘Attraente’, sostenuti dalla nostra prospettiva sul settore tech cinese”. Mentre gli investitori interni, retail e istituzioni locali, hanno ripreso a comprare asset cinesi sui mercati, i fondi d’investimento esteri e nazionali “restano tuttora sottopesati sull’azionario cinese, lasciando quindi ampio spazio a ulteriori riallocazioni di capitale man mano che il sentiment migliora”. Inoltre aggiungono gli analisti di Ubs, “le valutazioni dell’indice MSCI China restano interessanti, trattando a uno sconto prossimo al 30% rispetto all’MSCI All Country World Index”. Questo minor costo relativo delle aziende quotate cinesi le renderebbe più attraenti in un contesto di Stati Uniti sempre più “cari” secondo l’analisi dei fondamentali.

