La discrezionalità del governo cinese sull’esportazione e la raffinazione di terre rare destinate al mercato estero avrà molti potenziali sconfitti a livello globale, con pochi vincitori — soprattutto estrattori non cinesi — le cui opportunità dipenderanno dal grado di chiusura deciso da Pechino. A fare il punto è un approfondimento degli analisti di Goldman Sachs, secondo cui i metalli più critici e soggetti a restrizione sono il gallio, seguito da lutezio, terbio, samario e grafite.
In particolare, il gallio è cruciale per la produzione di semiconduttori, mentre gli altri metalli in lista, grazie alla loro eccezionale resistenza e stabilità termica, sono fondamentali per aerospace e difesa.
Difesa e semiconduttori saranno quindi i settori che potrebbero risentire maggiormente della stretta cinese sulle licenze che, ha fatto sapere Pechino nella sua nota ufficiale del 9 ottobre, saranno negate per “prodotti che sono o potrebbero essere utilizzati”, tra le altre cose, “per uso militare o potenziamento del potenziale militare”.
Se la prima linea d’impatto riguarda dunque la difesa e i semiconduttori avanzati, il settore che verrebbe colpito subito dopo è l’automotive elettrico. Il motivo è semplice: i motori delle auto a batteria dipendono dai magneti permanenti al neodimio, tecnologia nella quale la Cina controlla “il 92% della raffinazione e il 98% della produzione mondiale”, ricorda Goldman. Anche se Pechino oggi dichiara di voler limitare le licenze ai soli usi militari (o terroristici), le terre rare pesanti necessarie per migliorare efficienza e resistenza termica — come terbio e disprosio — sono materiali “dual use”, e quindi facilmente soggetti a strozzature selettive. Già nel maggio 2025, “la sola minaccia di restrizioni ha causato una breve interruzione alla produzione Ford”. Il potere decisionale di Pechino sulle licenze, dunque, potrebbe mettere in difficoltà l’intera catena di montaggio di colossi come Volkswagen, Stellantis o Tesla.
Le terre rare non sono così rare, ma farle “in casa” richiede anni
Non è la reperibilità delle terre rare sulla crosta terrestre a rappresentare il principale ostacolo, ma la raffinazione e i tempi di sviluppo di miniere e impianti dedicati. L’amministrazione Trump ha inserito l’autonomia nell’approvvigionamento dei materiali critici tra le priorità strategiche già lo scorso marzo, e nei mesi successivi vari dipartimenti statunitensi hanno acquisito partecipazioni significative in società estrattive nordamericane di terre rare (tra cui Trilogy Metals e MP Materials). Più recentemente, il 20 ottobre, il primo ministro australiano Anthony Albanese e il presidente Trump hanno siglato un accordo che sosterrà nuovi progetti di estrazione e raffinazione in Australia per 8,5 miliardi di dollari. Un ulteriore miliardo di dollari, prevede l’intesa, sarà investito dai due governi in progetti negli Stati Uniti e in Australia nei prossimi sei mesi.
Tuttavia, la strada verso una vera autonomia appare ancora molto lunga. “La produzione mineraria di terre rare al di fuori della Cina resta limitata, con quote modeste per Stati Uniti (12%) e Myanmar (8%)”, osserva il rapporto. “Sebbene l’estrazione sia molto meno complessa della raffinazione, aumentarla non eliminerà presto la dipendenza dalle importazioni cinesi”, poiché gli elementi delle terre rare pesanti — quelli recentemente soggetti a restrizione — sono geologicamente molto più scarsi delle terre rare leggere, e “fuori da Cina e Myanmar i depositi noti sono perlopiù piccoli, di qualità inferiore o più radioattivi”. E, in ogni caso, servono almeno otto anni perché una nuova scoperta diventi produzione mineraria effettiva.
Poi c’è la raffinazione: un processo nel quale la Cina detiene gran parte del know-how e che presenta tempistiche non molto più rapide — circa tre anni per costruire un impianto e altri due per raggiungere il regime produttivo.
Materie prime come leva geopolitica: una nuova realtà
Per Goldman, la geopolitica delle materie prime sta già trasformando il ruolo tradizionale di queste risorse all’interno dei portafogli di investimento. “Pur assumendo l’ampia disponibilità di petrolio e gas naturale globale nei prossimi anni, ribadiamo che l’aumento della concentrazione geografico-politica dell’offerta amplifica i benefici di diversificazione delle materie prime nei portafogli. Con una larga fetta dell’offerta situata in regioni ad alto rischio geopolitico o di dispute commerciali — e con le materie prime sempre più usate come leva — il rischio di disruption cresce”.
Nel caso delle terre rare, acquistarle direttamente sui mercati (tipicamente quotati in Cina) è nella maggior parte dei casi inutile: le restrizioni non ne fanno aumentare il prezzo interno. Il modo efficace per posizionarsi sul rischio di disruption è quindi l’esposizione azionaria a società minerarie e di raffinazione ex-Cina.
Questo rischio di shock sulle forniture potrebbe ripetersi altrove: sempre più Paesi che avevano dominato per efficienza l’estrazione o la raffinazione di materiali critici potrebbero cercare di sfruttare la propria posizione di forza. È il caso della Repubblica Democratica del Congo, che dal febbraio di quest’anno ha imposto un divieto di esportazione sul cobalto — di cui detiene circa il 70% della produzione globale — in attesa dell’introduzione di un sistema di quote che, secondo Goldman, “porterà il mercato del cobalto in deficit nel 2026”.

