Unione europea: 33% dei cda al femminile entro il 2027

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Il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un accordo su una proposta legislativa volta a favorire l’equilibrio di genere nelle società quotate. Ecco cosa prevede

Indice

Le società dovrebbero adottare una serie di misure per raggiungere entro il 2027 la quota del 40% di donne tra gli amministratori senza incarichi esecutivi oppure il 33% tra tutti i membri del consiglio di amministrazione

I Ventisette dovranno garantire a loro volta che, nella scelta tra candidati con pari qualifiche in termini di idoneità, competenze e rendimento professionale, le società diano priorità al candidato del sesso sottorappresentato

Un accordo che consentirà di infrangere quel soffitto di cristallo con il quale troppo spesso le donne si trovano ancora a fare i conti quando tentano di scalare i gradini della scala gerarchica delle professioni. E che ora apre la strada ai negoziati anche con il Parlamento europeo. Nella giornata del 14 marzo il Consiglio dell’Unione europea (l’organo legislativo che rappresenta i governi dei 27 Stati membri) ha raggiunto quello che è stato definito un “orientamento generale” su una proposta legislativa della Commissione volta a favorire l’equilibrio di genere nelle società quotate. Stabilendo un preciso obiettivo quantitativo sulla percentuale dei membri del sesso sottorappresentato all’interno dei board.

Cosa prevede la direttiva

Stando a quanto precisato in una nota ufficiale, laddove la direttiva passasse il vaglio del Parlamento europeo, le società dovranno adottare una serie di misure per raggiungere entro il 2027 la quota del 40% di donne tra gli amministratori senza incarichi esecutivi oppure il 33% tra tutti i membri del consiglio di amministrazione. Qualora tale obiettivo non venisse raggiunto, dovranno provvedere a nominare o eleggere nuovi amministratori “applicando criteri chiari, univoci e formulati in modo neutro”. Inoltre, i Ventisette dovranno garantire a loro volta “che nella scelta tra candidati con pari qualifiche in termini di idoneità, competenze e rendimento professionale, le società diano priorità al candidato del sesso sottorappresentato”, spiega il Consiglio.

Nel caso in cui si trattasse di paesi che hanno già adottato delle misure in tal senso (basti pensare al caso italiano della legge Golfo-Mosca che a partire dal 2011 obbliga le società quotate ad avere in cda il 30% di donne, ndr) o che hanno già messo a segno progressi che si avvicinino agli obiettivi fissati, potranno sospendere i requisiti in materia di nomina o elezione previsti dalla direttiva. Spetterà inoltre ai singoli Stati membri, piuttosto che alle società, la decisione rispetto a quale dei due target individuati adottare (40% di membri del sesso sottorappresentato per gli amministratori senza incarichi esecutivi o 33% per tutti i membri del consiglio di amministrazione). L’accordo, come anticipato in apertura, spiana ora la strada ai negoziati tra Consiglio e Parlamento europeo per l’individuazione di una posizione comune.

I numeri della parità di genere

Ricordiamo, nei dati raccolti dal Consiglio dell’Unione europea, che al 2021 il 30,6% dei consigli di amministrazione era al femminile. Ma le donne rappresentavano appena l’8,5% dei presidenti. Eppure, il 60% dei nuovi laureati in Ue sono donne e gli Stati che hanno messo a terra iniziative sul fronte della parità di genere sono stati in grado maggiormente di avanzare in tal senso rispetto a quelli che non prevedono alcun tipo di intervento: guardando all’Italia, per esempio, le ultime evidenze della Consob al 15 ottobre 2021 mostrano una presenza femminile negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate al 40,8%.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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