La minaccia dei dazi americani, per ora, sembra rientrata: Donald Trump, a seguito di un incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato di aver raggiunto uno “schema di massima per un futuro accordo” sulla Groenlandia. Di conseguenza, ha aggiunto, non imporrà le tariffe commerciali del 15% ai Paesi europei coinvolti nell’invio di truppe in Groenlandia — che sarebbero scattate a febbraio. In un post sul suo social network Truth, il presidente americano ha definito la soluzione, “se realizzata, come molto positiva per gli Stati Uniti e per tutti i Paesi Nato”.
Tutto questo avviene nella giornata dell’intervento di Trump al World Economic Forum in corso a Davos, in Svizzera, consesso in cui — per stessa ammissione di Trump — siedono anche “alcuni nemici”. Un discorso che, al netto dei toni, ha subito sgomberato il campo dall’altro grande timore delle ultime settimane: per l’ottenimento della Groenlandia “non devo usare la forza, non voglio usare la forza e non userò la forza”. Tuttavia, la volontà politica di annettere l’isola autonoma, parte del Regno di Danimarca, resta intatta, in quanto “nessuna nazione o gruppo di nazioni è in posizione di mettere al sicuro la Groenlandia al di fuori degli Stati Uniti”.
“Tutto ciò che chiediamo è di ottenere la Groenlandia, inclusi i diritti, i titoli e la proprietà, perché la proprietà è necessaria per difenderla”, ha aggiunto Trump. “Non si può difendere un territorio in affitto. Punto primo, legalmente non è affatto difendibile in quel modo. E punto secondo, psicologicamente”.
A proposito di forza militare, Trump ha dichiarato di lavorare “ogni giorno per assicurarsi che le forze militari siano molto potenti… sopra ogni cosa la nostra economia è forte, perché la sicurezza nazionale richiede sicurezza economica e prosperità economica”.
Mercati in reazione: Borse in recupero e oro sui massimi storici
Una combinazione di messaggi che, al netto delle posizioni già note sulle volontà di annessione, ha ridato fiato alle Borse europee, che hanno recuperato una seduta partita in negativo per chiudere sulla parità (Stoxx 600) o in calo moderato (-0,5% il Ftse Mib). Esuberante invece il Dow Jones, in rialzo dell’1,2%, così come l’S&P 500.
È stata inoltre una giornata da record per l’oro, con il future che ha raggiunto quota 4.891,10 dollari l’oncia — con il traguardo dei 4.900 dollari ormai dietro l’angolo. Di norma l’oro è considerato un bene difensivo e tende a performare meglio quando le azioni soffrono; anche oggi questa storica correlazione inversa sembra essersi ribaltata.
“I timori politici si stanno intensificando a livello globale — per la Groenlandia, l’Iran, il Venezuela e l’Ucraina — in un inizio d’anno molto movimentato. Anche se i risultati societari del quarto trimestre saranno probabilmente costruttivi per i mercati azionari, sui quali restiamo positivi, le tensioni geopolitiche potrebbero introdurre volatilità di breve periodo per le azioni. Questo favorisce i metalli preziosi — come l’oro e l’argento — sui quali manteniamo prospettive positive”, ha dichiarato César Pérez Ruiz, Head of Investments & CIO di Pictet Wealth Management.
L’oro ha già messo a segno un rialzo dell’11,5% da inizio anno, dopo una performance superiore al 60% nel 2025. Scommettere sull’inerzia (o momentum) dell’oro storicamente ha pagato: secondo quanto rilevato da Citi, in cinque dei sei anni precedenti al 2025 in cui i future sull’oro avevano registrato rialzi pari o superiori al 20%, il metallo prezioso aveva messo a segno un’ulteriore crescita anche nell’anno successivo — con un incremento medio superiore al 15%.
Treasury Usa, il vero bazooka europeo nei negoziati
Nel frattempo, il mercato dei Treasury Usa riduce lievemente il rialzo dei rendimenti dei giorni scorsi: il decennale si attesta a +7,8 punti base da inizio anno. Proprio i Treasury potrebbero essere il vero tallone d’Achille americano nei negoziati sulla Groenlandia, data la vasta diffusione di titoli statunitensi nelle riserve delle banche centrali europee, inclusa quella danese, che ne detiene per circa 10 miliardi di dollari.
L’eventualità che le tensioni facciano salire i rendimenti a lungo termine dei titoli americani entra in conflitto con l’obiettivo della Casa Bianca di garantire l’accesso all’acquisto della casa da parte degli americani — che di norma si indebitano con mutui collegati ai tassi a lungo termine, già su livelli elevati.
Una vendita coordinata di Treasury da parte dei Paesi europei sarebbe il “bazooka” più potente per colpire due delle principali vulnerabilità degli Stati Uniti: il debito elevato — che diventerebbe ancora più difficile da sostenere in un contesto di spesa militare crescente — e le famiglie americane in cerca di una casa, che subirebbero conseguenze dirette di politica estera sulle proprie condizioni finanziarie. Con potenziali ricadute anche sul piano elettorale, in vista delle elezioni di medio termine.

