Titoli tech in picchiata: a rischio anche i fondi sostenibili

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Ecco perché la frenata dei titoli tech potrebbe travolgere anche i fondi sostenibili. Mentre fanno i conti con costi crescenti. Specie per la ricerca

Il Nasdaq Composite ha accantonato il peggior inizio anno in mezzo decennio

I costi di ricerca dovrebbero raggiungere gli 1,3 miliardi di dollari a livello globale nel 2022

I prodotti sostenibili salutano il nuovo anno all’insegna dell’incertezza, mentre si preparano a subire i contraccolpi dell’impennata dei costi di ricerca e delle turbolenze che hanno già travolto i titoli tech. Stando ai dati raccolti da Rumi Mahmood di Msci e diffusi dal Financial Times, infatti, i principali titoli detenuti nei 20 maggiori fondi esg a fine dicembre (che insieme gestiscono circa 340 miliardi di dollari di asset under management) erano rappresentativi di società del settore tecnologico, come Microsoft, Alphabet (Google) o Apple. Ma se le azioni tech sono passate alla storia come le vincitrici della pandemia, all’inizio del 2022 hanno subito un duro colpo. Che potrebbe rappresentare quello che David McCann, analista azionario di Numis, definisce “un importante test” per l’industria green.
Il Nasdaq Composite, ricorda il quotidiano economico-finanziario britannico, ha accantonato infatti il peggior inizio anno in mezzo decennio. Ma i gestori di fondi esg, spiega, sostengono che la sostenibilità sia ormai talmente integrata nelle strategie d’investimento su tutta la linea che è improbabile un’inversione significativa. “Abbiamo visto che un mercato sempre più ampio è giunto all’idea che ha bisogno di un obiettivo net-zero e, dunque, di acquistare energia pulita per alimentare la propria crescita”, osserva Amanda O’Toole, che gestisce un fondo tematico sulle tecnologie pulite presso Axa investment managers. Molte speranze, dunque, sono state riposte nella capacità delle tecnologie all’avanguardia di affrontare le problematiche sostenibili. Ma i gestori non mancano di cercare delle “prospettive esg” anche tra le società più tradizionali. Simon Webber, gestore di Schroders, ritiene per esempio che aziende come Kingfisher (azienda internazionale di bricolage), Munich Re (compagnia di riassicurazione tedesca) o Bmw (azienda produttrice di autoveicoli o motoveicoli con sede a Monaco di Baviera) saranno i grandi vincitori della transizione climatica.
Parallelamente, però, gli investimenti sostenibili dovranno fare i conti anche con costi di ricerca crescenti. Come spiega il Financial Times, dovrebbero raggiungere infatti gli 1,3 miliardi di dollari a livello globale nel 2022, mettendo a dura prova i già ridotti margini delle case d’investimento e potenzialmente in pericolo le strategie sostenibili qualora dovesse prendere piede una correzione del mercato. In Europa, in particolare, le risorse messe a disposizione per la ricerca dalle società di asset management sono state più che dimezzate negli ultimi sei anni (nelle stime di Frost Consulting) da quando hanno iniziato a finanziarla con i propri budget piuttosto che attraverso le commissioni sostenute dagli investitori nell’ambito delle riforme introdotte dalla Mifid 2. Ma, al contempo, i costi di gestione delle strategie esg sono aumentati a dismisura al crescere dei nuovi fondi e potrebbero finire per far eclissare i budget relativi alla ricerca entro il 2024.

“Ironia della sorte, i gestori patrimoniali europei sono meno resilienti e meno sostenibili di quanto non lo fossero all’inizio della crisi finanziaria”, interviene Neil Scarth di Frost Consulting. “Una delle ragioni è che nel 2008 i proprietari di asset o gli asset manager stavano scontando quell’enorme conto della ricerca che ora si è evoluto in un costo esg significativo che in precedenza non esisteva”. Inoltre, le strategie esg comportano anche altre spese, relative per esempio alla necessità di assumere personale in grado di confrontarsi con le aziende più volte all’anno sugli obiettivi sostenibili. “Alcuni senior manager di società d’investimento stanno iniziando a riesaminare la relazione tra ricavi e costi esg”, avverte Scarth. “In un ambiente in cui nessuno di questi costi aggiuntivi viene affrontato dai proprietari di asset”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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