Tax control framework: cos’è e come funziona
Ora è di moda la sigla Tcf (tax control framework), insieme ad un’altra espressione, “cooperative compliance”. Si tratta, nel caso del Tcf, di un “sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale” (così recita la norma di riferimento, ovvero il D.Lgs. n. 128/2015).
Questo Tcf non è solo utile, ma anche necessario, se si vuole accedere ad un sistema di condivisione trasparente del rischio fiscale con l’amministrazione finanziaria, ovvero l’adempimento collaborativo, per il momento riservato ai gruppi di maggiori dimensioni.
Gestione del rischio fiscale: il valore di metodo e organizzazione
Sono un grande sostenitore dell’importanza del metodo e dell’organizzazione, e credo che governare la fiscalità d’impresa con delle procedure oggettive, ispirate al buon senso, possa aiutare ad evitare, quanto meno, errori dovuti alla mancanza di controllo su determinati “passaggi delicati” nell’applicazione della normativa fiscale (ancorché divenuta nettamente più semplice e standardizzata, vuoi per la cosiddetta derivazione rafforzata del reddito imponibile dall’utile bilancistico, vuoi per la sempre maggiore diffusione di programmi informatici che limitano, se non l’errore interpretativo, almeno quello di distrazione).
Il tutto, almeno a me, pare ammantato del tipico fascino del moderno, se per moderno si può intendere anche una fiscalità finalmente “demistificata” e ricondotta a canoni di buon senso, soprattutto laddove non è facile o non è possibile non operare i dovuti distinguo e riconoscere le opportune sottigliezze.
Ed è proprio per questo che stupiscono certe prese di posizione dell’amministrazione finanziaria in ambito interpretativo, amministrazione che, a mio avviso, è molto progredita nel tempo e dispone al proprio interno di elevate professionalità.
Detrazione Iva e operazioni societarie: il caso emblematico
Un esempio per tutti: la questione, assai tecnica ma altamente sintomatica, della detrazione Iva in capo ai veicoli societari appositamente costituite per acquistare aziende e poi incorporarle.
Ebbene, dopo anni di dinieghi, l’Agenzia ha riconosciuto la detraibilità dell’imposta (c’è voluta una denuncia alla Commissione europea dell’Associazione Italiana dei Dottori Commercialisti di Milano, oltre alla giurisprudenza italiana di senso avverso al fisco), e, fin qui, nulla da eccepire: ognuno, del resto, ha diritto alle proprie interpretazioni, e va salutato con favore lo (ennesimo) revirement dell’Agenzia.
Rimborso Iva e rigidità del fisco: cosa non funziona
Quello che, invece, sconcerta è la rigidità con la quale il fisco stesso consente ora di recuperare un’imposta che non era dovuta: nella fattispecie solo mediante rimborso, e a determinate condizioni (vedasi interpello n. 58 del 2 marzo 2026).
Da un soggetto che, tra virgolette, si era sbagliato, e deve restituire dei denari (non dovuti), ci si aspetterebbe un atteggiamento più “flessibile” – così anche l’Assonime, nella recentissima circolare n. 12 del 21 aprile 2026: nel concreto, mediante dichiarazioni integrative e compensazione del credito con i futuri debiti (visto che i rimborsi da parte dell’erario sono diventi più celeri, ma non ancora fulminei).
Cooperative compliance e modernizzazione: il vero nodo
Prima di parlare di adempimento collaborativo, e predicare il dialogo, non sarebbe più importante, più semplice e più urgente parlare di modernizzazione dell’amministrazione finanziaria?
Che senso ha richiedere ulteriori gravami alle imprese (il Tcf non è una passeggiata: significa tempo e denaro, entrambi scarsi), se poi le norme vengono applicate ancora in modo (prima sbagliato, e poi) bizantino?
“¡Actualízate!”: il bisogno di un fisco più moderno
Mi viene in mente una pubblicità radiofonica spagnola, sentita in vacanza alle Baleari, che esordiva con questo imperativo (da rivolgere all’Agenzia delle entrate): ¡Actualizate!
Basterebbe questo, e il rischio fiscale di sbagliare (rispetto alle interpretazioni del fisco) calerebbe di molto (con enorme risparmio di tempo e denaro).

