Stepstone: così i privati investono a braccetto con i fondi pensione

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Un uomo e una donna in abiti da lavoro si trovano fianco a fianco, sorridenti, su un semplice sfondo nero. L'immagine in bianco e nero evoca professionalità, perfetta per un profilo Stepstone.

I prodotti semi-liquidi consentono anche alla clientela wealth di avere accesso ai mercati privati. Talvolta, come nel caso di StepStone, investendo spalla a spalla con i grandi operatori istituzionali. L’intervista con Giada De Mattia e Marcel Schindler, partner del gruppo che vanta oltre 700 miliardi di dollari in questo segmento

Indice

Le aziende quotate in Borsa a livello globale sono oltre 48mila (Fonte: Statista), per una capitalizzazione complessiva pari a 124mila miliardi di dollari.

Può sembrare un oceano sconfinato. Ma è un bacino relativamente piccolo se si pensa che i mercati pubblici rappresentano una parte minoritaria dell’universo investibile. “Il 90% delle opportunità si trova nei mercati privati, tra capitale di rischio di piccole e medie imprese non listate, private debt, venture capital e infrastrutture”, ricorda Giada De Mattia, responsabile Business development Italia e partner di StepStone, tra i maggiori player a livello globale nel segmento dei private market, con oltre 700 miliardi di asset investiti.

“Limitarsi a investire sui mercati pubblici significa semplicemente trascurare la maggior parte delle possibilità”, ribadisce Marcel Schindler, responsabile globale Private debt e Partner del Gruppo. Non solo.

Le opportunità dei mercati privati

“Generalmente precisa De Mattia le aziende che si finanziano sui private market si trovano in una fase meno matura del proprio ciclo di vita rispetto a quelle già approdate in Borsa. È una fase catalizzante, propulsiva, in cui le imprese di successo riescono tipicamente a generare gran parte della propria crescita. A lungo, i frutti di questa creazione di valore sono stati appannaggio esclusivo degli investitori istituzionali, come fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani. Oggi invece sono accessibili anche ai privati, grazie a strumenti come gli Eltif, i fondi europei a lungo termine e a prodotti semi-liquidi”.

C’è chi sostiene che i private market non siano adatti alla clientela privata.

G. D. Noi, al contrario, siamo convinti che possano trovare spazio in tutti i portafogli, se adeguatamente proposti e spiegati. I motivi sono noti: i mercati privati danno rendimenti interessanti rispetto ai mercati pubblici. Offrono diversificazione e decorrelazione rispetto alle classi di attivo tradizionali, azioni e bond. Un esempio? Tipicamente il private equity mostra un profilo asimmetrico, perché assorbe solo circa il 60% delle perdite dei mercati azionari pubblici, quando i prezzi di Borsa scendono, mentre in fase rialzista riesce a catturare maggiore valore.

La reazione dei mercati privati alla volatilità

Che impatto ha avuto sugli asset privati la forte incertezza innescata dal “Liberation Day” e dalla snervante altalena di dichiarazioni sui dazi?

M. S. L’incertezza non piace ai mercati, sia pubblici che privati. Ma la reazione è stata molto diversa. Sui mercati pubblici, assistiamo a prezzi che salgono e scendono in modo violento, senza riflettere adeguatamente il valore intrinseco di un titolo, le prospettive di crescita di un certo segmento di mercato o settore. I mercati privati sono molto più resilienti, perché gli investitori, tipicamente, sono più focalizzati sui fondamentali. Questo protegge i clienti dagli effetti nefasti dell’emotività.

Proprio il carattere illiquido degli asset non quotati, d’altra parte, spaventa gli investitori privati.

G. D. Si tratta più di un bisogno psicologico che reale, concreto: gli investitori privati sono abituati a tenere in portafoglio titoli di Stato per molti anni, fino alla scadenza, per non parlare del mattone, un classico investimento a lungo e lunghissimo termine per molte famiglie italiane.

In ogni caso, la soluzione c’è: i prodotti semi-liquidi offrono la possibilità di effettuare riscatti parziali, due o quattro volte l’anno, con un preavviso di 30/180 giorni, a seconda dei casi e della tipologia di sottostante. Di norma, la quota rimborsabile non supera il 20% del valore del fondo (Nav), suddiviso in quattro tranche. Questo limite rappresenta una garanzia per chi investe: ripara il portafoglio dal rischio di un eccesso di deflussi, legati all’emotività, che graverebbero sul valore degli asset sottostanti e su chi resta investito. Nel nostro caso c’è un ulteriore livello di “difesa”.

Investire in tandem con gli operatori istituzionali

Di cosa si tratta?

G. D. StepStone è nata nel 2007 e per quasi 20 anni abbiamo avuto solo clienti istituzionali. Anche i nostri prodotti semi-liquidi, oggi, hanno una base solida di istituzionali che danno stabilità al portafoglio, in quanto investitori con un orizzonte tipicamente molto lungo. Questo zoccolo duro di capitali pazienti, per definizione, protegge il capitale dalla volatilità, è una garanzia di stabilità. I clienti wealth si trovano investiti spalla a spalla con gli investitori istituzionali.

Per quale motivo gli istituzionali dovrebbero acquistare fondi semi-liquidi, quando possono accedere a fondi chiusi senza problemi di size?

M. S. I fondi chiusi funzionano tipicamente con un commitment, un impegno dell’investitore a partecipare all’investimento, sottoscritto in fase di raccolta, a cui segue una capital call, una richiesta del capitale, a mano a mano che vengono effettivamente realizzate le operazioni. In certi casi, la capital call non è rapida e alcuni investitori hanno risolto il problema, parzialmente, attraverso i fondi evergreen, che sono sempre investiti, non hanno scadenza e non prevedono quel meccanismo a chiamata. La semi-liquidità, in ogni caso, è favorita dalle dimensioni, che in questo mercato contano notevolmente.

In che senso?

M. S. Avere masse importanti consente di realizzare coinvestimenti con centinaia di gestori. Così, abbiamo la possibilità di creare un’ampia diversificazione: i nostri prodotti hanno generalmente 200/300/400 e a volte più posizioni ciascuno. Se anche dovesse manifestarsi qualche criticità in un segmento del mercato, l’investitore non se ne accorgerebbe, perché l’impatto sul portafoglio complessivo sarebbe marginale. Questo è importante anche per garantire una certa liquidità: su un numero così elevato di deal, il portafoglio rimane molto più dinamico, c’è sempre qualche operazione che si chiude, qualche prestito che viene rimborsato e consente di liberare una porzione del portafoglio. Questo ci permette di gestire il portafoglio coerentemente con il profilo di liquidità offerto.

Mercati privati più accessibili

Qualcuno ritiene che democratizzare i mercati privati, attraverso i prodotti evergreen e semi-liquidi, tenda a snaturare questi prodotti.

G. D. Torno al punto di prima prima: chi ha dimensioni importanti e un flusso di deal costante e robusto su scala globale, può garantire la liquidità minima richiesta da questi prodotti. In altri casi ad esempio con fondi più piccoli, che hanno minore accesso ai deal e portafogli meno diversificati – la semi-liquidità viene ottenuta in altri modi. Per esempio, destinando una parte del portafoglio a investimenti tradizionali o alla liquidità, scelte che finiscono per “sporcare” la performance. Alla clientela wealth, noi diamo accesso allo stesso universo di opportunità che mettiamo a disposizione degli investitori istituzionali. L’eltif – nel nostro caso un prodotto di private debt offre una struttura che consente di replicare al 100% l’approccio dei nostri fondi dedicati agli investitori istituzionali. Abbiamo una copertura globale, che si estende su un perimetro di 18mila gestori. Con i più istituzionali tra loro effettuiamo coinvestimenti, su singole transazioni o quote di fondi sul mercato secondario, vedendo circa 4.000 transazioni all’anno.

Dove investe il vostro eltif?

M. S. Il nostro focus è su coinvestimenti in debiti privati, nel segmento 10-75 milioni di euro, che offre prospettive di rendimento paragonabili all’azionario quotato, ma con minori volatilità e drawdown, anche in fase di stress, come si è visto nel 2022.

I consigli di StepStone per investire sui mercati privati

Che consigli dare a un investitore privato che vuole aprire il portafoglio per la prima volta ai mercati privati?

G. D. Deve capire in cosa investirà: cosa c’è dentro il prodotto che ha messo a fuoco e sapere che anche i prodotti semi-liquidi hanno un profilo di illiquidità di cui occorre tener conto. Deve sapere con chi investirà, perché la dispersione dei risultati, in questo mercato, è ancora più ampia rispetto a quella osservabile nei mercati pubblici. E privilegiare operatori globali, di grandi dimensioni, con un focus specifico sui private market, perché una gestione di qualità richiede competenze molto sofisticate.

Da quale segmento è meglio partire? Meglio il private equity, il debito privato, il real estate o le infrastrutture?

M. S. Dipende molto anche dalla propensione al rischio e dall’orizzonte temporale. L’ideale sarebbe diversificare anche la componente di portafoglio dedicata ai mercati privati, con un’esposizione ai diversi segmenti.

Che tipo di supporto fornite ai banker dei vostri partner distributivi?

G. D. Abbiamo una presenza capillare, con 28 uffici nel mondo. Tra Roma e Milano, possiamo contare su una squadra composta da cinque persone. Mattia Gemmo, responsabile Private wealth distribution Italia, in particolare, guida la relazione con i canali Wealth che vogliamo sviluppare in modo importante. Siamo soltanto all’inizio.

Domande frequenti su Stepstone: così i privati investono a braccetto con i fondi pensione

Qual è la principale opportunità offerta dai mercati privati secondo l'articolo?

L'articolo evidenzia che il 90% delle opportunità di investimento si trova nei mercati privati, includendo capitale di rischio di piccole e medie imprese non listate, private debt, venture capital e infrastrutture, offrendo un universo investibile più ampio rispetto ai mercati pubblici.

Come si confrontano i mercati pubblici con i mercati privati in termini di opportunità di investimento?

L'articolo suggerisce che i mercati pubblici, pur avendo oltre 48mila aziende quotate con una capitalizzazione di 124mila miliardi di dollari, rappresentano una parte minoritaria dell'universo investibile rispetto ai mercati privati.

Qual è il focus degli investimenti nei mercati privati menzionati nell'articolo?

L'articolo indica che gli investimenti nei mercati privati si concentrano su capitale di rischio di piccole e medie imprese non listate, private debt, venture capital e infrastrutture.

Cosa implica l'espressione 'investire in tandem con gli operatori istituzionali'?

L'articolo suggerisce che i privati possono beneficiare investendo insieme a fondi pensione e altri operatori istituzionali nei mercati privati, potenzialmente accedendo a opportunità altrimenti non disponibili.

Qual è il messaggio principale riguardo all'accessibilità dei mercati privati?

L'articolo implica che i mercati privati stanno diventando più accessibili agli investitori privati, aprendo nuove possibilità di diversificazione e rendimento.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Pieremilio Gadda

È stato direttore del magazine We wealth e direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

Sai come puoi investire nei mercati privati, cioè nelle azioni e nelle obbligazioni non quotate, attraverso strumenti semi-liquidi?

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