Fondi esg allo scanner: tra i titoli anche armi e petrolio

Rita Annunziata
9.6.2021
Tempo di lettura: 3'
In pancia ai fondi esg anche società controverse, sia petrolifere che produttrici di armi. La denuncia in un nuovo report della Fondazione finanza etica

Nei primi tre mesi del 2021 circa due miliardi di dollari al giorno sono stati investiti in fondi sostenibili. E solo il 28% delle società d’investimento ammette oggi di non attuare politiche esg specifiche nell’attività finanziaria e bancaria

A seguito dell’introduzione del regolamento Sfdr, alcune delle principali società di gestione del risparmio sarebbero corse a dichiarare “sostenibili” o “parzialmente sostenibili” una percentuale significativa dei propri fondi, dal 20 al 50%

Non è tutto green quello che luccica. Anzi. Nel “supermercato” dei fondi proposti dalle principali società di gestione del risparmio italiane appaiono anche società controverse, produttrici di armi nucleari o attive nell'estrazione di gas e petrolio. E non solo. A denunciarlo è un nuovo rapporto della Fondazione finanza etica del gruppo Banca etica, che ha fatto i conti con i dati (al 31 dicembre 2020) di Amundi, Generali e Intesa Sanpaolo. Un'analisi confermata anche da una recente inchiesta dell'Economist, che ha svelato come ciascuno dei 20 maggiori fondi venduti come “esg” al mondo detenga investimenti in 17 produttori di combustibili fossili, a partire dalle note multinazionali Exxon Mobile e Saudi Aramco. Ma andiamo per gradi.
Nei primi tre mesi del 2021, stando ai dati Morningstar raccolti dalla fondazione, circa due miliardi di dollari al giorno sono stati investiti in fondi sostenibili. E la finanza “verde” non è mai stata così popolare. Se nel 2019 il 39% delle società d'investimento ammetteva di non attuare politiche esg specifiche nell'attività finanziaria e bancaria, quest'anno la percentuale è scivolata ad appena il 28% del totale. Con il nuovo regolamento sulla trasparenza della finanza sostenibile (Sustainable finance disclosure regulation, anche “Sfdr”) la “gara” al green ha subito poi un'ulteriore brusca accelerazione. Secondo il rapporto, alcune delle principali società di gestione del risparmio con sede in Italia e Spagna sarebbero corse a dichiarare “sostenibili” o “parzialmente sostenibili” una percentuale significativa dei propri fondi, dal 20 al 50%.

Ma i conti non tornano, stando ai ricercatori. Nel caso di Amundi, per esempio, il 50% dei fondi disponibili per gli investitori privati italiani si definisce almeno in parte “sostenibile”, ai sensi degli articoli 8 e 9 del regolamento Ue 2019/2088. L'altro 50%, invece, non seguirebbe alcun criterio di sostenibilità (articolo 6). Analizzando però i prodotti nel dettaglio, come l'Amundi Msci World Climate Paris Aligned Pab (che investe in imprese allineate agli obiettivi di Parigi) emerge come tra le investite risultino Bae Systems (azienda britannica attiva nel settore armamenti e presente nella lista di produttori di armi nucleari del rapporto “Don't bank on the bomb”) e Tc Energy (impresa canadese che possiede gasdotti e oleodotti, tra cui il Keystone Xl recentemente bloccato dall'amministrazione Biden). “Ammesso che dal settembre 2020 a oggi Amundi potrebbe aver venduto questi titoli, appare difficile comprendere i motivi per cui un'impresa come Tc Energy sia stata inclusa in un indice azionario allineato agli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima”, osservano i ricercatori. In altri casi, si segnalano anche Total, Repsol, ConocoPhillips, Occidental Petroleum e Eog Resources.
Passando al gruppo Intesa Sanpaolo, in particolare a Eurizon, stando ai dati de Il Sole 24 Ore raccolti dalla fondazione i fondi che rientrano nelle categorie “articolo 8” e “articolo 9” sono 123 su un totale di 640 (19%). Ma nel paniere di alcuni di essi si segnalano società petrolifere come Shell, Bp, Total, Repsol e Eni. E ancora Xcel Energy, un'impresa che “in base a quanto riportato dalla Coal exit list di Urgewald, produce energia bruciando carbone per il 35% del mix energetico totale (mentre la soglia massima per chi voglia disinvestire dal carbone è generalmente fissata al 30% del mix di produzione o del fatturato totale)”, spiegano i ricercatori.

Chiude il cerchio Generali, con un focus sulla società di gestione lussemburghese Bg fund management Luxembourg, che gestisce le sicav promosse dall'istituto guidato da Gian Maria Mossa. In questo caso, i comparti che promuovono caratteristiche sociali e ambientali (ai sensi dell'articolo 8) sono nove su un totale di 75. Si segnalano investimenti al 31 dicembre 2020 in imprese petrolifere statunitensi come Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips, ma anche aziende attive nel settore della difesa come Raytheon Technologies, Lockheed Martin e Textron e l'impresa britannica Bae Systems, incluse nella lista dei produttori di armi nucleari di Pax/Ican. Sotto osservazione poi il fondo di Generali investments sicav “Sustainable world equity” che, evidenziano i ricercatori, fino a giugno del 2020 prendeva il nome di “Global equity” e poi ha aggiunto l'aggettivo “sustainable” nel mese di dicembre (seppur i titoli in portafoglio sarebbero rimasti pressoché invariati). Sempre al 31 dicembre 2020, si segnalavano in questo caso compagnie petrolifere statunitensi come Chevron, ConocoPhillips e Exxon Mobil, la canadese Tc Energy, le europee Bp e Total, e infine Ppl Corporation (carbone) e Northrop Grumman (armi nucleari).

“È possibile che molti dei titoli, a nostro parere controversi, inclusi nei portafogli dei fondi analizzati, saranno venduti in futuro o siano già stati venduti: la nostra analisi fotografa solamente un attimo (il 31 dicembre o il 30 giugno 2020), corrispondente alla data più recente in cui sono attualmente disponibili i dati. Sarà quindi necessario ripetere questo esercizio l'anno prossimo o tra due anni”, precisano i ricercatori. Sottolineando come con la Sfdr tutte le società di gestione “saranno tenute a chiarire entro il 30 dicembre 2022, per i fondi articolo 8 e 9, in che modo si prendano in considerazione «i principali effetti negativi (degli investimenti) sui fattori di sostenibilità» (articolo 7). Se saranno ancora presenti società petrolifere in portafoglio, per esempio, bisognerà spiegare perché si possano considerare compatibili con la sostenibilità ambientale”. Quanto ai fondi che non adottano criteri di sostenibilità (articolo 6), non sono previsti obblighi di trasparenza particolari. Ma dovrà “essere fornita «una spiegazione motivata» sul perché «gli effetti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità» non siano considerati. Sarà da vedere quanto le motivazioni saranno dettagliate o se si tratterà solamente di una dichiarazione standard, ripetuta per ogni fondo. È comunque un notevole passo avanti, a nostro parere, nel riconoscimento della sostenibilità come fattore chiave negli investimenti”, concludono i ricercatori.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
La redazione vi consiglia altri articoli

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti