Ritirare gli aiuti alle pmi? Un rischio per la stabilità finanziaria

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Secondo Bankitalia, un ritiro prematuro delle misure di sostegno penalizzerebbe pmi con buone possibilità di rilancio. Promossa una “graduale rimodulazione”

La contrazione del margine operativo lordo nel 2020 è stata più contenuta rispetto a quella registrata nel 2009 (si parla del 7,2%)

La domanda di prestiti è impennata soprattutto per le pmi attive nei comparti alloggio e ristorazione, intrattenimento, energia e gas, servizi di noleggio e viaggi

Palazzo Koch: “Una graduale e mirata rimodulazione degli interventi potrà consentire di minimizzare i rischi per la stabilità finanziaria”

I riflessi della crisi pandemica sulla redditività e sull’indebitamento del tessuto imprenditoriale tricolore sono stati ampi, anche se le misure di sostegno alla liquidità e la moratoria sui fallimenti hanno contribuito a contenere gli “addii” al mercato. Secondo l’ultima relazione semestrale sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia, la contrazione del margine operativo lordo nel 2020 è stata più contenuta rispetto a quella registrata nel 2009 (si parla del 7,2%) ma il miglioramento atteso per l’anno in corso risulta ancora insufficiente a “compensare il calo dell’attività economica”. E solo una “graduale e mirata rimodulazione” degli interventi di sostegno potrebbe consentire anche di “minimizzare i rischi per la stabilità finanziaria”.
Nell’anno della crisi, infatti, la leva finanziaria (calcolata dal rapporto tra i debiti finanziari e la somma di questi ultimi con il patrimonio netto) è impennata di due punti percentuali, sfiorando il 41%. Un boost, secondo l’istituto guidato da Ignazio Visco, legato sia all’andamento della patrimonializzazione, che ha risentito della contrazione delle quotazioni azionarie, sia dalla crescita dell’indebitamento. “Gli effetti negativi dell’espansione della leva finanziaria sono stati in parte mitigati dalla composizione per scadenze dell’indebitamento e dall’aumento delle riserve di liquidità; anche per effetto degli schemi pubblici di garanzia, l’incidenza dei finanziamenti a breve termine sui debiti finanziari totali, pari al 19%, ha infatti raggiunto un minimo storico, attenuando così il rischio collegato al rinnovo dei prestiti in scadenza”, si legge nella nota. I depositi bancari, a tal proposito, sono aumentati del 6% in rapporto ai debiti finanziari, toccando quota 38%. “Il rinvio dei piani di investimento e la maggiore propensione a detenere liquidità a fronte dell’incertezza congiunturale hanno determinato l’accumulo di significative riserve, che potranno limitare le conseguenze di eventuali restrizioni degli standard creditizi”, scrivono i ricercatori.
Quanto alla dinamica del credito, la domanda di prestiti si è incurvata verso l’alto soprattutto per le imprese attive nei comparti caratterizzati dalle maggiori flessioni di fatturato, vale a dire alloggio e ristorazione, intrattenimento, energia e gas, servizi di noleggio e viaggi, ma il peso dei finanziamenti erogati a tali settori sul totale delle erogazioni nel 2020 risulta al contempo modesto (13%). Parallelamente, “il miglioramento della situazione sui mercati finanziari ha favorito la ripresa delle quotazioni in Borsa”, scrive Palazzo Koch, anche se si parla comunque di un numero più contenuto rispetto alla media dell’ultimo triennio. Quanto al finanziamento obbligazionario, l’ammontare dei collocamenti lordi ha toccato i 47 miliardi, con le emissioni delle aziende finanziariamente più solide oltre la media dell’ultimo triennio e l’ammontare dei titoli collocati dalle più rischiose in diminuzione.

In definitiva, secondo Bankitalia, “le misure di sostegno alla liquidità e la moratoria sui fallimenti (in vigore dall’inizio di marzo alla fine di giugno del 2020) hanno limitato il numero di aziende uscite dal mercato”, ma per il 2021 si prevede che “le crisi di impresa supereranno quelle osservate nel 2019, in ragione degli effetti ritardati della pandemia sull’emersione delle situazioni di insolvenza”. Sono tre, dunque, gli scenari delineati: in uno scenario base (“coerente con la ripresa nella seconda parte del 2021 incorporata nelle più recenti previsioni macroeconomiche”), la percentuale di debito nelle tasche delle imprese vulnerabili scivolerebbe verso il basso fino al 27%; in caso di andamenti sfavorevoli della redditività rispetto allo scenario base, il debito al rischio toccherebbe il 28% del totale; nello scenario peggiore, tra variazioni della redditività e del costo del debito particolarmente negative e mancanza di ulteriori misure di sostegno, si sfiorerebbe il 32%.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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