La ripartenza (per famiglie e imprese) passa dalle politiche fiscali

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Nell’ultimo periodo l’indebitamento dei governi, delle famiglie e delle imprese è cresciuto di oltre 27 mila miliardi di dollari. Si tratta dell’aumento più grande mai registrato

Per il Fondo monetario internazionale seguire l’andamento del debito degli Stati permette di misurare in modo concreto gli effetti della crisi pandemica

La leva fiscale rimane la chiave per affrontare gli impatti della pandemia ancora in evoluzione

Come avverte il Fondo monetario internazionale, nonostante l’emergenza pandemica non possa considerarsi davvero conclusa, dopo più di 20 mesi di chiusure, oggi il mondo si confronta con vere prospettive di ripartenza.
Sono però almeno tre i problemi che, ora che la fase più critica della pandemia sembra superata, richiedono un’azione coordinata a livello globale: si tratta di combattere il divario nella campagna di vaccinazione (cd. Great Vaccine Divide), di tenere fede agli impegni nella lotta al cambiamento climatico e di arginare il divario finanziario tra Paesi (cd. Great financing divide); divario che, dopo l’attuale crisi, risulta notevolmente accresciuto.
La voce sul divario finanziario, in particolare, riferisce alle nuove e più severe difficoltà finanziarie che gli Stati, e il sottostante tessuto sociale, si trovano ad affrontare per recuperare dalla pandemia.

In effetti, le chiusure commerciali, l’interruzione delle catene del valore e le trasversali contrazioni economiche hanno esacerbato le precedenti condizioni di indebitamento di molti Stati, tanto che stando alle stime del “Global Debt Database” il debito dei governi, delle famiglie e delle società non finanziarie nel 2020 ha raggiunto i 226 mila miliardi di dollari.

L’aumento di debito, generato dai sostegni economici erogati durante la crisi alle imprese e alle famiglie dai governi, da un lato, ha garantito la tenuta economia degli Stati fiaccati dalla crisi ma, dall’altro, ha portato ad un aumento del fabbisogno finanziario degli stessi governi; in particolare dei Paesi in via di sviluppo, caratterizzati da economie vulnerabili e da pressioni sociali maggiormente acuite dopo che la pandemia ha gettato nella povertà quasi 75 milioni di persone.

Il sostegno fiscale durante l’emergenza di Covid-19 ha salvato vite e posti di lavoro ma, per quanto appropriato, ha aumentato il debito pubblico, il fabbisogno finanziario degli Stati e i punti deboli delle loro economie.

Le iniziative messe in campo dagli Usa – con l’American families plan e l’American jobs plan – e dall’Unione europea – con il Next Generation Eu – però hanno aggiunto, e aggiungeranno fino al 2026, al Pil globale circa 4.600 miliardi di dollari.

In questi termini, avverte l’Fmi nel report di ottobre “Fiscal monitor: strengthening the credibility of public finances”, la politica fiscale è la chiave per rispondere efficacemente a queste nuove sfide, ridurre i divari tra Stati, ricostruire le riserve di bilancio e facilitare la trasformazione dell’economia globale al fine di renderla più produttiva, inclusiva, verde e resiliente.

In molti paesi dovrebbero essere aumentati gli investimenti pubblici in capitale fisico delle imprese, nell’istruzione e nell’assistenza sanitaria di alta qualità. Inoltre, i trasferimenti fiscali dovrebbero essere più mirati alla riqualificazione e alla riallocazione dei lavoratori, rafforzando gli ammortizzatori sociali.

La leva fiscale, pertanto, ad avviso dell’Fmi è la via migliore per stabilizzare il debito, finanziare maggiore spesa pubblica e permettere agli Stati di migliorare i processi di digitalizzazione e garantire maggiori servizi di base alle imprese.

di Nicola Dimitri

Collaboratore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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